Er Ciavatta – Water-closet time ovvero Il Minuetto del Gabinetto

Finalmente la fila si mosse!
Quando hai una gran voglia di pisciare e scopri che nel breve intervallo di un film, altri bipedi incontinenti si sono già incolonnati in una disordinata fila davanti all’unico bagno disponibile di questo fetente cine-club, realizzi che potresti anche uccidere per eliminare chi si frappone tra te e la soddisfazione di certi bisogni.

E così accadde che mentre continuavo a saltellare sul posto come se fossi stato colpito dal “Fuoco di Sant’Antonio” o a scelta dal “Ballo di San Vito”, calcolai mentalmente il tempo che mi divideva dall’abbandono orgasmico della minzione.
Uno, due tre uomini prima di me più una donna (il bagno era uno soltanto e pertanto oggetto di una frequentazione promiscua) che impiegava il doppio del tempo, facevano cinque; un minuto ciascuno ed ecco che davanti ai miei occhi si dipanava un cupo orizzonte di cinque lunghissimi minuti da riempire con i pensieri più disparati, nessuno dei quali doveva però sfiorare, pena l’allagamento, quell’ambiente intimo e spesso discriminato che è per l’appunto il bagno (meglio se quello di casa mia, dove il comfort raggiunge spesso vette inimmaginate).

Mentre la mia mente si baloccava con codesti nobili pensieri, la fila si mosse ancora, tanto che davanti a me non rimanevano ormai che un uomo sui quaranta, ispido e dai modi stizzosi ed una vecchia con uno scialle di lana sulle spalle ed una borsa nera di autentica finta pelle al braccio.
Il corpo, come recitava una vecchia canzone del sommo Gaber, in qualche occasione diventa stupido, parte per la tangente e non risponde più ai comandi della stanza dei bottoni.
Era proprio ciò che stava accadendo al mio; con l’approssimarsi della meta, le sue capacità di contenimento venivano meno ed io rischiavo davvero di farla nei pantaloni, cosicché mi risolsi di chiedere alla vecchina se poteva lasciarmi passare per primo.
L’ava si girò, mi guardò da sotto in su, dietro i suoi untuosi occhiali da presbite e disse “Veda giovinotto, ho sempre avuto bisogno di pisciare spesso, anche da ragazza e non vedevo l’ora di diventare vecchia per giustificare questa cosa agli occhi del mondo. Ora che finalmente sono arrivata alla mia età, si figuri se intendo rinunciare a questo privilegio! No giovinotto, la sua vescica è giovane e senz’altro funziona meglio della mia . . . Dovrà aspettare . . . “
Questa risposta chissà perché mi infastidì o per dirla tutta mi fece incazzare e quando mi ero ormai deciso a tappare la bocca della vecchia in un modo o nell’altro, ecco che la porta del bagno si aprì ed il quarantenne stizzoso ne uscì, abbassando di molto la media-evacuazione che avevo calcolato all’inizio della storia.
Ora toccava a lei; non mi restava che attendere i comodi della nobildonna per poter tornare in sala dove tra l’altro, il secondo tempo del film, era già cominciato.
Mi disposi ad aspettare cercando di rilassarmi un po’, ma i minuti passavano e di madame nessuna traccia, nessun rumore, non un sospiro, niente sciacquone che annunciasse la fine dell’incubo, niente di niente . . .
Mi alzai scosso da un leggero tremore che mi imperlava la fronte e bussai timidamente alla porta del bagno, non ottenni risposta; allora bussai più forte, anche questa volta senza risultato; in fine, messo da parte ogni pudore, mi avventai furiosamente contro la maniglia imprecando ad alta voce, finché, un rigurgito di umanità mi trattenne dallo scardinarla: e se la vecchia si era sentita male? Occorreva una doverosa verifica.
Con la voce di Cappuccetto Rosso in visita alla nonna, la chiamai e richiamai più volte chiedendo sue notizie, ma la vecchiarda non si degnò di rispondermi, cosicché mi decisi ad entrare, cosa resa ancor più agevole dalla porta che non era stata chiusa dall’interno.
Abbassai la maniglia e sospinsi il battente all’indietro.

Nel bagno del cineclub DETUR, che presentava come uniche vie di fuga:
A) lo scarico del water e le fogne del sottosuolo di Roma
B) la finestra di alluminio bianco a parete, dimensioni cm 30x32h con apertura a bocca di lupo
ebbene, nel bagno del DETUR non c’era anima viva!
Roba da far tornare indietro il latte ad una partoriente e la pipì ad un incontinente!

Mi guardai intorno sbalordito, biascicando poche parole senza senso ed alla ricerca di qualche cosa che fosse sfuggito alla mia attenzione; della vecchia nessuna traccia ed apparentemente, il mondo intorno a quel fottutissimo cesso, continuava a girare indifferente.
Mi precipitai dalla donna dei biglietti che ignara stava contando i soldi della cassa e le rovesciai addosso tutta la storia, mi guardò perplessa come chi si sta chiedendo se di recente hai cambiato spacciatore e dietro la mia insistenza disse, forse con qualche ironia che al momento non colsi in pieno “Non è la prima volta sa, è già capitato, tant’è che non denunciamo neanche più le sparizioni alla polizia . . . mah, dove si andrà a finire, era tutta gente che pagava il biglietto quella . . . “ La mandai a cagare e mi diressi con passo incerto verso la sala dove il film in proiezione era ormai a ridosso del II° climax.

La casa del protagonista stava allegramente bruciando ed i vigili del fuoco erano accorsi per domare l’incendio.
Il capo dei pompieri azionava con destrezza un idrante dal quale uscivano con mia grande soddisfazione, chissà perché, ettolitri ed ettolitri d’acqua.
Il vigile del fuoco si girò: era la vecchia col pannolone che ora sghignazzava divertita al mio indirizzo.
Non persi altro tempo, con due balzi decisi entrai nel film e mi svegliai nel bagno del cineclub.
Qualcuno stava bussando rumorosamente alla porta perché aveva bisogno del water.
Ero entrato per fumare una sigaretta e m’ero addormentato.
La cicca era in terra e la cenere era invece sui pantaloni, proprio là dove s’allargava una grossa macchia all’altezza dell’idrante.

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