Er Ciavatta – Anagramma di un uomo

PAM!!! Un lampo… Cadde pesantemente a terra… inerte!
Orizzonte zero, più nulla… L’odore acre della vita, disperso, volatilizzato insieme al fumo sottile del revolver. Dappertutto soltanto profumo inebriante di polvere da sparo… buio, rarefazione, dimenticanza… più nulla!
Poi dal gioco sottile delle similitudini, prese vita lentamente uno dei suoi possibili doppi, partorito per gemmazione dal suo cadavere.
Questi prese possesso dello spazio circostante con l’avidità di un bambino, mentre un sole accecante straziava i suoi occhi riemersi dal nulla; una piacevole sensazione di calore correva sotto la pelle. Volse lo sguardo intorno: orizzonti di sabbia, vociare di uomini, ansimare incessante di pale meccaniche… e poi giorno, luce,deserto, sete… una terribile sensazione di sete; qualcuno gli porse dell’acqua e lui bevve avidamente da un insolito recipiente di metallo; poi un uomo gridò e lui isolò “HURRA’, TROVATA e FINALMENTE”.
Aspettò che le tenebre ammantassero le dune e quando un’impalpabile nebbia avviluppò tutte le tende del campo, strisciò al di sotto del cordone di sicurezza, posto di fronte alla pesante porta di pietra, emersa improvvisamente dal passato.
Una lettera C nera in campo azzurro era stata incisa al di sopra degli stipiti; si fermò, non pensò neanche per un momento di girarle intorno; decise di entrare, sollevò il battente e la spinse in avanti: i suoi occhi penetrarono l’oscurità, mentre una parola che sembrava essere CONOSCENZA risuonò più volte nella sua testa.
E vide! Vide una tavola apparecchiata, vide uomini e donne con il bicchiere in mano ed i pensieri sulla bocca; un nome apparve più volte sulle labbra di lei: “Goffman” e le sue maledette “Istituzioni Totali”. Lei bella e sorridente, vestita della sua laurea fresca di bucato, loro intorno a farle da giostra, stesse parole e stessi abiti; ed infine lui, calice in mano e passo incerto, le venne incontro, inciampando più volte nella didascalia posta ai margini della propria esistenza, che puntuale recitava: “Senza parole, senza abiti, in evidente difetto di conoscenza”. Lo vide smarrirsi dietro quella consapevolezza ed indietreggiò turbato; non aspettò neanche che l’uomo si avvicinasse, ripiegò affannosamente sui suoi passi ed uscì rapido nella notte.
Il freddo deserto lo attendeva; ebbe allora un’intuizione sulla rotta da seguire e vi si adeguò. Stava correndo ora, mentre i suoi piedi nudi affondavano nella sabbia inerte; la direzione era diametralmente opposta al punto precedente ed egli percorreva la retta posta davanti a se, finché non vi finì contro, violentemente. Una seconda porta di marmo si ergeva, in perfetta simmetria, di fronte alla prima a circa 100 metri da questa. Una lettera D, nera in campo viola, era stata incisa nello stesso punto della precedente ed una parola che sembrava essere DESIDERIO si era sostituita a “CONOSCENZA”.
Entrò cauto nel buio, mentre una nera coltre avviluppava i suoi pensieri; i passi felpati scivolavano sul piancito della stanza, finché, dal fondo della notte, l’immagine apparve senza annunciarsi: un uomo ed una donna giacevano nudi tra le lenzuola arrotolate di un letto disfatto. L’uomo disteso sulle spalle, aveva polsi e caviglie legati agli angoli del letto, la donna accovacciata all’altezza dei suoi fianchi, lo guardava. Un cerimoniale consueto. Le dita eleganti e nervose di lei sfioravano appena la sua pelle nuda, mentre le sue labbra tumide e bagnate saccheggiavano il suo desiderio, meticolosamente, senza fretta. Poi improvvisamente ella si fermava, lui si contraeva, urlava, mentre i legacci serravano violentemente i suoi polsi, attimi di desiderio sospeso che sembravano secoli, poi lei tornava di nuovo a muoversi, per poi fermarsi e ricominciare ancora, in un gioco infinito di voluttà sottratta e restaurata. Egli osservò la scena imbarazzato e qualcosa riconobbe, niente che potesse spiegare o definire: soggetto, verbo e complemento oggetto non erano mai entrati nelle sue intuizioni, o almeno mai in quest’ordine. Fece per andarsene ma urtò qualcosa, i due si bloccarono, un silenzio irreale scese nella stanza; l’altro fece per alzarsi ma fu bloccato dai suoi stessi legami ed allora lui ne approfittò: si diresse verso la donna che sgomenta lo riconobbe e lo accolse, ma qualcosa non funzionò; si sentiva giudicato, giudicato dai suoi stessi occhi; decise di andare via.
Fuori la luna era alta e la notte stellata; puntò allora verso nord; ansimava. “La sabbia” pensava “era l’esatto contrario di ogni certezza”; percorse poche decine di metri in direzione dell’apice del triangolo e fu li che incontrò la sua terza porta. Una R nera in campo arancio la sovrastava ed una parola che sembrava essere RICORDO aveva preso il posto delle precedenti.
La voglia di conoscere guidò la sua mano; vinse la resistenza della porta e con passo deciso entrò. Al centro del giorno, in una stanza modestamente arredata, una bambina piccola e scura era appena entrata nella sua vita. L’uomo e la donna si rivolgevano a lei con quella curiosità e quella tenerezza a lui riservate nei due anni precedenti. Fu allora che, con tutta la sorpresa della prima volta, sentì il cuore stringersi nel petto ed un magone, vischioso e soffocante, montargli in gola. Tentò un’azione diversiva, operando un cambiamento; inventò “l’atroce mal di pancia” per sfuggire all’indifferenza altrui, ma non venne creduto e fu pure ammonito. Riparò ferito nel bagno, al seguito di due grossi lacrimoni che gli solcavano le guance; si sedette su 20 centimetri di vasetto e ragionò: l’aveva vista lui quella bambina ed aveva notato che qualcosa mancava al centro delle sue gambe, qualcosa che invece lui aveva, anche se, ne dovette convenire, certamente crescendo sarebbe spuntata pure a lei; ma intanto lui, per ora, aveva qualcosa in più!
Così non fu; più tardi al centro delle gambe di lei non spuntò proprio nulla, ma da quella presunta posizione di superiorità, in seguito, non seppe mai o quasi mai trarne vantaggio.
Uscì dal bagno ed entrò nel deserto che lo attendeva. Grandi uccelli neri, che ricordava d’aver visto nei documentari dell’infanzia, incrociavano i suoi pensieri; il vettore che essi descrivevano puntava a sud ed indicava il cammino. Come nella più esplicita delle profezie, la quarta porta gli venne incontro senza che dovesse cercarla.
Una A nera in campo bianco sovrastava l’architrave. L’enorme cortile sul quale la porta si affacciava, aveva pianta circolare e dette aperture “CONOSCENZA, DESIDERIO, RICORDO”, ed ora AMORE, poste ai punti cardinali.
Uno strano timore lo colse al momento di entrare, come se ciò che essa nascondeva potesse in qualche modo turbarlo. Percepì nettamente le sue arterie gonfiarsi sotto la spinta dell’ansia ed il sangue affluire copiosamente ai periferici, mentre l’informazione, partita dal cervello e diretta al suo braccio destro, stazionò inspiegabilmente un tempo infinito all’altezza dei corticali prima di essere trasmessa; ma alla fine arrivò, la mano si mosse, afferrò la porta e la spinse in avanti: una luce accecante lo colpì violentemente mentre l’odore dell’amore fu un pugno contro la ragione, un urlo soffocato, un bisogno invocato, spezzato, deriso e calpestato e cadde… cadde tra le stelle filanti della sua anima, cadde sotto le parole di lei, pesanti come macigni, mentre una pioggia gelata bagnava il suo viso. La guardò attraverso quella pioggia, fermò per un istante i suoi occhi e dietro… dietro vi riconobbe l’amore… ma l’autobus arrivò troppo presto a portarla via; troppo presto per dire ancora qualcosa e troppo tardi perché non c’era più nulla da dire. Quelle ultime parole, farfugliate sotto l’Universo che crollava, volarono via come gazzelle impazzite… poi, più nulla… soltanto occhi chiusi per trattenere un’ultima immagine e pugni serrati, scagliati contro un cielo indifferente. Fu proprio allora che sentì distintamente, e forse per la prima volta, la vita scorrergli nelle vene, una voglia di urlare e saltare, di opporsi e polemizzare e capì, capì che la sofferenza sta all’amore come l’amore sta alla vita, ergo, la sofferenza sta alla vita e spesso ne indica la portanza. Fu questo sillogismo che tracciò sui muri della stanza dell’amore, poi sereno si sedette e aspettò l’autobus successivo. Da allora ne prese e ne perse ancora molti di autobus, ma la novità era che sempre più spesso occupava il posto di guida.
Anche adesso viaggiava su un torpedone del quale però ignorava la destinazione… era arrivato e lui era salito a bordo, senza pensarci, senza guardare, ed ora, oltrepassata la porta dell’”AMORE”, puntava a nord-est, in direzione della quinta porta, quella del RICONOSCIMENTO. Questa era ubicata geograficamente tra l”AMORE” e il “DESIDERIO”, ed una grande R nera in campo giallo la sovrastava.
Scese; quella era la sua fermata, ma nessuno lo stava aspettando; “strano…” pensò, “proprio di fronte a quella porta!”. Entrò convulsamente, ma subito si fermò: erano tutti lì, uomini e donne ai quali si era offerto per piacere, per riconoscersi ed essere riconosciuto e dai quali era poi sempre fuggito per sottrarsi alla verità; un tribunale, che pretendeva la soddisfazione delle promesse fatte… Indietreggiò, si volse ed uscì precipitosamente così come era entrato, incespicando più volte nelle sue paure, in preda al confronto più difficile, quello con se stesso!
La retta della sua fuga lo condusse allora alla sesta porta, posta tra l’”AMORE” e la “CONOSCENZA”. Una grande C nera in campo verde ne sovrastava l’ingresso ed una parola che sembrava essere COLLETTIVO si sostituì alle altre.
Lì ritrovò le piazze, i cortei, i compagni belli e sorridenti con gli slogan in bocca e la speranza nel cuore; poi li vide ancora, più tardi, impegnati e vitali nel volontariato, nei progetti di cooperazione, nel gruppo. Ritrovò i volti che amava ed in essi l’intelligenza e l’indipendenza, l’impegno politico e la passione sociale, ritrovò il dialogo, il confronto, la dignità e… quella frase, quella maledetta frase sottratta a Voltaire, che aveva condiviso ed amato da subito, senza nulla sapere di politica, di diritti civili e di eguaglianza, tracciata con un dito nella polvere, ma che né il vento né il tempo avevano cancellato: “ Detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.” Sorprese poi Sidney il Pellicano, traduzione: “notti di rivoluzione”, ai margini di un collettivo che si agitava ed imprecava contro di lui “Si aspetta soltanto te per cominciare…”; andò via, così, nel momento della gioia, come un campione con il titolo e tornò rapido nella notte.
Un vento impietoso ululava tra le dune, la sabbia sferzante riempiva i suoi sensi, mentre un vago chiarore annunciava l’alba ad oriente. Si diresse a nord, doppiando sulla sinistra la porta della “CONOSCENZA”. Cercava qualcosa tra questa e il “RICORDO” e trovò l’INVENZIONE. Una I nera in campo grigio sovrastava l’architrave.
Un insolito lunapark lo attendeva dietro l’ingresso; un piccolo parco, verde e ben curato, con al centro una grande giostra; si avvicinò, oltrepassando banchi di zucchero filato e rubicondi giocolieri con palle e cerchi colorati. La giostra era di quelle circolari che girano intorno ad un perno centrale, ma al posto dei cavallini c’erano “situazioni”; pagando il prezzo del biglietto, questa girava, attivando la situazione desiderata. Un clown malinconico si avvicinò e lo baciò sulle labbra, la giostra cominciò lentamente a ruotare e davanti ai suoi occhi comparve un bambino che attrezzava una parete con corde, elastici e molle, in modo che alla fine un piccolo soldato di plastica finisse catapultato con precisione all’interno di una scatola di borotalco, con grande effetto di polvere bianca… ed ancora… un ragazzo di 15 anni che, dovendo commentare un canto dell’Inferno, si era aggiunto a Dante e al “Duca suo” nel celebre pellegrinaggio, alterando e sabotando sistematicamente l’equilibrio dei gironi, oppresso com’era dalla ”infinitezza della pena”.. . ed infine… un uomo seduto al tavolo di una stanza vuota, con davanti agli occhi il film della propria vita, alle prese con l’architettura strana ed eccessivamente complessa di un dialogo con se stesso…
La giostra rallentò, il clown si presentò prima di congedarsi: “Era la tirannide della sua fantasia” disse; i banchi di zucchero crollarono, i giocolieri caddero a terra, tutto scomparve: aveva chiuso gli occhi!
Uscì senza fretta, un’alba livida lo attendeva; il sole a levante sarebbe sorto di lì a poco, mentre l’ultima porta, posta tra il “DESIDERIO “ ed il “RICORDO”, comparve davanti a lui, dall’altra parte del cortile. La raggiunse, una O nera in campo rosso la sovrastava ed una parola che sembrava essere OSSESSIONE aveva preso il posto delle precedenti.
Avvertì un vociare confuso giungere dall’interno, si fermò esitante, fuori tutto era immoto e silente; il vento si era placato, lasciando il posto ad una pungente brezza mattutina; brividi d’angoscia viaggiavano a tariffa scontata lungo la sua schiena. Non fu costretto ad aprire quella porta, qualcuno lo fece per lui “…avanti, si va a cominciare …” disse il qualcuno; entrò; buio; un respiro sospeso, come di chi aspettava che qualcosa accadesse, lo circondava; un braccio lo afferrò e lo condusse ad un sedile; vi si accomodò, sprofondandovi. Fu allora che le corde si tesero, sfilando lungo i cardini di metallo ed il sipario si aprì. Un palcoscenico vuoto, nessuna scenografia, al centro un uomo calvo, grasso e ripiegato su se stesso straripava dal boccascena. L’uomo nudo e completamente pallido, aveva un aspetto larvale e ributtante: un sottoprodotto del teatro Kabuki, un drammatico e bulimico ballerino Butho. La platea attonita seguiva i suoi movimenti lenti e cadenzati, un cerimoniale oscuro, una macabra danza di morte. Qualcuno fece per andarsene, ma l’uomo parlò… e fu musica nelle sue parole! La sua recitazione, una partitura perfettamente accordata sulle note della verità scarna ed essenziale, permeò la sala, invase la platea come un’enorme ameba, riempì i palchi ed il foyer, saturò i bagni e i camerini, le coscienze ed i cuori. Quell’uomo, svincolatosi dalla gabbia dell’estetica, vincente nella guerra santa contro l’arroganza della forma, si fece angelo e dio, bello come il sole e sensuale come la notte, ma nessuno se ne accorse, nessuno ci badò, quell’uomo scomparve, svanì come accade in uno strabiliante gioco di prestigio ed al suo posto rimasero le parole, le sue parole e la capacità di narrarle. E fu quella verità, inattaccabile dalle seduzioni della forma, che il pubblico in piedi applaudì, rapito ed estasiato, a lungo, senza stancarsi. Lui si alzò dalla sua poltrona, profondamente turbato e con mano tremante cercò convulsamente l’uscita. La sua cattiva coscienza bussava colpi troppo forti all’ingresso del cuore. E fu di nuovo fuori, nella luce incerta di un mattino inevitabile.
La sua ricerca era terminata, doveva ora mettere insieme i tasselli del puzzle; non aveva molto tempo, il campo si sarebbe destato di lì a poco. Decise di raggiungere il centro del cortile su cui si affacciavano le porte; aveva notato la presenza di un singolare pozzo all’altezza del suo corpo che giaceva ancora inerte, lì sul selciato. Lo raggiunse ansimando, recuperò dell’acqua e se ne abbeverò; fu allora che percepì, prima indistintamente, poi in maniera sempre più netta, il battito di un cuore che non era il suo ma che si accordava perfettamente con esso. Deglutì, la battuta e gli intervalli coincidevano perfettamente come elementi di uno stesso coro. Lo sorprese la singolare circostanza di non essere sorpreso affatto per ciò che stava accadendo. AnagrammaTrasse dalla tasca il taccuino sul quale aveva diligentemente annotato la posizione delle porte, le lettere e le parole che le contrassegnavano; tracciò una specie di grafico, collegando con una linea continua e circolare le varie porte, partendo dalla prima che aveva incontrato lungo la sua strada; seguì nel suo ragionamento un senso rotatorio da sinistra a destra, secondo i dettami consueti del nostro modo di leggere ed interpretare ed assommò: CONOSCENZA, INVENZIONE, RICORDO, OSSESSIONE, DESIDERIO, RICONOSCIMENTO, AMORE e COLLETTIVO. Percorse velocemente gli elaborati della sua memoria alla ricerca di qualcosa di importante in numero di otto, che potesse fornirgli una chiave di lettura, ma non trovò nulla. Provò allora con le lettere di identificazione dei monoliti e lesse CIRODRAC… non funzionava. Capiva che un’altra verità si nascondeva dietro quell’architettura di porte, ricordi, lettere e colori, ma gliene sfuggiva il senso a causa del disordine dei riferimenti. Venne allora in suo soccorso il senso antiorario della propria esistenza dove spesso gli effetti avevano prodotto le cause e non viceversa; decise anche di partire dal “RICORDO” come elemento primo dal quale via via dipendevano tutti gli altri e lesse, questa volta da destra a sinistra, annotando con cura le lettere di identificazione: RICORDO, INVENZIONE, CONOSCENZA, COLLETTIVO, AMORE, RICONOSCIMENTO, DESIDERIO e OSSESSIONE… RICCARDO… e finalmente questa volta capì! Davanti a lui la rappresentazione grafica della propria vita!!!
Nel momento della morte gli era stato concesso di ripercorrere le tappe dell’esistenza attraverso le porte di quella costruzione che altro non era se non la proiezione architettonica della sua vita! Testimone involontario dei frammenti della propria storia, aveva assegnato a questi un nome: il suo! Perché questa opportunità?… Non capiva, non riusciva di nuovo a decifrare… perché? C’era forse ancora la possibilità per decidere, per scegliere di nuovo? Informazioni e sentimenti viaggiavano no-stop dal cervello al cuore lungo le autostrade della sua anima. Improvvisamente si fermò, STOP, REWIND… sette parole prima: isolò “cuore”. Il cuore che batteva al centro del cortile, se ne sincerò, apparteneva al suo corpo, quel corpo che immobile e apparentemente privo di vita, era in attesa di una scelta prima di consumarsi del tutto.
Un vago mormorio di uomini ed un piacevole odore di caffè annunciavano che il campo si stava svegliando e che il suo tempo era scaduto: ora doveva agire! Si avvicinò al suo corpo dal quale venne prontamente riassorbito; questo si alzò, guardò il deserto intorno a se, quindi corse veloce fuori dal cerchio.
L’uomo trafitto dal proiettile del revolver, si era reincarnato in se stesso!

*****

La luce calda di un sereno mattino MI colpì in pieno viso; io, vestito dei miei anni e dei miei jeans logori, nei miei maglioni troppo grandi e nei miei pensieri troppo comici, me ne andavo incurante, mani nelle tasche, scalciando sassi e malinconia. Io, sui volti sorridenti di donne irriverenti, che incantato guardavo gli uccelli planare sul fiume e che leggero correvo sugli argini, dietro le mie illusioni… finalmente capii… capii che “c’è una fine per tutto, ma non è detto che sia sempre la morte!”.

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5 risposte a “Er Ciavatta – Anagramma di un uomo

  1. Pazzesco, ma molto bello e aperto all’intero universo.

  2. Grazie, sono confuso!
    Lo ero prima mentre lo scrivevo e lo sono ora dopo il tuo commento.

  3. Deserto, dune cancellate dal vento che mettono allo scoperto tesori sotterrati da millenni. Archeologia? Una ricerca del personale che è archeologia della propria anima. Conturbante e seducente.

  4. Racconto inquietante ed evocativo del volo sciamanico e del viaggio dell’eroe mitico: la morte, lo sdoppiamento, i luoghi estranei e pericolosi, le porte da aprire, le prove, la rinascita come essere umano nuovo. Complimenti, una lettura davvero coinvolgente.

  5. Signore vi ringrazio, è un piacere sapere che il racconto vi è stato gradito ed ha suscitato il vostro plauso.
    Sappiate che attribuisco grande importanza al giudizio di due gentildonne vostro pari che il caso vuole siano anche due ottime autrici.
    Con deferenza e gratitudine
    Er Cià

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