Ivana Musiani – Memorie di una bambina vecchia 1

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autrice, spezzoni del suo nuovo libro “Memorie di una bambina vecchia” (titolo provvisorio).


Drammatica storia con lieto fine d’un canarino sassone
(da collocare nella versione definitiva del testo)
Mio nonno aveva una coppia di canarini sassoni, dal piumaggio giallo intenso, ai quali teneva moltissimo. Lei mi pareva niente di speciale, lui invece aveva nel mezzo del capino una sorta di chierica, da cui partivano a raggio corte pennette che formavano una frangia che gli arrivava agli occhi e che gli conferiva un’aria molto rispettabile. In origine si chiamava Cirillo, ma per tutti era Cirillino.
La canarina, invece, la chiamavamo soltanto canarina. Quando era in cova, mi era interdetto l’uso della stanza dove si trovava la gabbia, e persino girare nelle vicinanze, per non disturbarla col mio chiasso di bambina.
Non so se la la canarina sia morta o se era solo in prestito per la riproduzione, ma quando Cirillino rimase solo ne fui molto contenta perché potevo girare in tutte le stanze e fare il chiasso che volevo. Cirillino gorgheggiava per ore, con bellissime modulazioni – i canarini sassoni sono molto dotati e rinomati per il canto – sino a quando mia nonna, esasperata, non copriva la gabbia con un telo. Allora Cirillino si zittiva, per riprendere immediatamente quando il telo gli veniva tolto.
La domenica pomeriggio, con tutta la famiglia in casa, a Cirillino era consentito uscire dalla gabbia e svolazzare per la cucina, dove ci riunivamo perché allora quasi tutte le case non avevano il riscaldamento e in cucina la piastra della stufa era rossa per quanta legna era stata riempita. Una di quelle domeniche pomeriggio, Cirillino svolazzava già da un pezzo sotto gli occhi deliziati di tutti, quando, senza che si potesse impedirlo, si posò sulla stufa. Ebbe la forza di sollevarsi, ma lì vicino stavano cuocendo, in un tegame scoperchiato, polpette al sugo. Il vapore risucchio Cirillino nel tegame, da cui lo tolse mia nonna, che lo ripulì e vegliò su di lui tutta la notte. Al mattino ci raccontò che aveva avuto le convulsioni, ma ancora era vivo. Aveva una zampetta completamente carbonizzata, tutta nera, che poi gli si staccò. Finalmente guarito, riprese a saltellare nella gabbia sull’unica zampetta.
In quel periodo, il fronte degli alleati era fermo da mesi quasi alle porte della città. Una mattina verso mezzogiorno, proprio nella strada dove abitavo – via della Castiglia – arrivò una cannonata che uccise una donna che stava alla finestra. Scappammo tutti in cantina, solo Cirillino rimase in casa, la gabbia appesa al solito chiodo. Ci fu una seconda cannonata, proprio sopra di noi, e tante altre ancora. Io ero preoccupatissima per Cirillino, ma i nonni mi proibivano di salire in casa. Quando ci accorgemmo che i colpi erano intercalati da intervalli di quindici minuti, non uno di più o di meno, attesi l’arrivo d’una cannonata per salire di corsa da Cirillino. Poveretto: la gabbia era finita per terra, mezza rovesciata e piena di calcinacci. Lui però era incolume. Lo portai in cantina tenendolo tra le mani.
Era già sera quando il cannoneggiamento cessò: avevano colpito l’obbiettivo, una fabbrica di munizioni. Quando tornammo di sopra, la parete esterna della camera dei nonni non esisteva più e le reti dei letti erano tutte attorcigliate. Per molto tempo mia nonna andò dicendo a tutti che avrebbe potuto morire nel suo letto, ma non per cause naturali.
Era chiaro che dovevamo abbandonare la nostra casa. Mio nonno si ricordò d’un amico che abitava in un palazzo con molti appartamenti vuoti. Ci avviamo al capolinea del tram, poco distante da casa, in mezzo a traccianti multicolori, blu, verdi, rossi, arancione, provenienti dalla fabbrica colpita. Era come camminare tra i fuochi d’artificio, ma a nessuno venne in mente che forse correvamo dei pericoli. Nonostante le cannonate, il tram era in servizio, con le luci accese e pronto per partire. Vi salii con Cirillino avvolto in un fazzoletto.
Da allora, l’esistenza di Cirillino non ha più avuto storia. Era molto contento quando per Natale facevo il presepio, perché poteva becchettare tra la farina di mais che formava sentierini tra il muschio. Oramai per lui non c’era più bisogno di gabbie. Quando morì, per seppellirlo degnamente, sacrificai una scatoletta di bambù della sua misura che mi piaceva moltissimo, ma per Cirillino mi sembrava che niente fosse alla sua altezza.

Capitolo 1)
Trieste
Quando avevo cinque anni disprezzavo i grandi perché la loro cacca puzzava e la mia no. Loro invece non sopportavano le mie pipì, che si manifestavano sempre nei luoghi meno opportuni, per strada, al cinema. Per non vederli più spazientiti e sbuffanti, decisi di smettere di bere, nella convinzione che l’acqua che introducevo nel mio corpo, scivolando giù, ne uscisse fuori col nome di pipì. Questa decisione, pensavo, mi avrebbe evitato anche di andare meno spesso nello stanzino dove si trovava il water, origine di tutti i miei terrori. Nella vecchia casa di Trieste, come in molte del Nord Europa, i servizi sanitari erano separati: vasca e lavandino da una parte, water da un’altra. Dove abitavo, il water era collocato in fondo a un lungo corridoio. Quando dovevo tirare la catena, ero sempre pronta a precipitarmi verso la porta più in fretta che potevo, dalla paura d’essere afferrata e trascinata chissà dove da quello scroscio rumoroso e prolungato, che mi pareva una potente minaccia nei miei confronti. (Una paura che per molto tempo non volle lasciarmi, anche quando avevo superato largamente l’età della ragione.)
Nella casa di Trieste c’erano altri due bambini, Giorgio e Franco, di qualche anno più grandi di me. Insieme ad altri, formavamo una banda che andava nei “boscheti” a disturbare i “moroseti”. Queste imprese non mi divertivano, forse perché non ne capivo il senso. Dove mi piaceva sempre andare, invece, era l’obitorio. Dopo l’entrata, e aver percorso un ampio tratto asfaltato, si arrivava a un edificio isolato a un solo piano, dove i morti erano collocati come nei vagoni ferroviari di una volta, in scompartimenti a due giacigli dirimpettai. L’ingresso era consentito a tutti, non esistevano controlli e, a giudicare dal numero dei visitatori in qualsiasi ora, doveva essere uno dei passatempi preferiti dei triestini. Si passava da uno scompartimento all’altro, guardando e facendo commenti. In una di queste visite, stavano facendo la barba a un morto, un vecchietto. Mi spiegarono che ai morti cresce la barba. Tolto il vecchietto, che m’interessò solo per via della barba, di nessun’altra salma ho dei ricordi, salvo quello di una giovane dai capelli nerissimi, una semplice veste anch’essa nera, e un pallore che non avevo mai visto nel viso di nessun’altra donna. A me parve bellissima, e fui molto contenta quando la rividi la volta successiva. Oramai non vedevo l’ora di tornare con la banda all’obitorio per darle un saluto, ma quando non la ritrovai più, provai la prima delusione della mia vita.
(Non ho mai smesso di interrogare quei triestini d’una certa età in cui m’imbattevo, per chiedergli com’era possibile che all’epoca i bambini potessero andare e venire all’obitorio, ma nessuno seppe darmi spiegazioni. Un giorno però mi capitò di leggere un’intervista a Leonor Fini, dove dichiarava che a dodici anni si esercitava nella pittura ritraendo i morti dell’obitorio cittadino.)
Quando qualche tempo dopo ebbi notizie più precise su quello che attendeva ciascuno al termine dell’esistenza, fui molto seccata –più che preoccupata – all’idea che sarebbe capitato anche a me, e non smettevo di pensarci. Fino a quando non trovai sul libro di lettura una poesia dedicata “All’immortale Regina d’Italia”: se era immortale lei, perché non sarei potuto diventarlo anch’io?

Cavalli a Bologna
Quando avevo sei sette anni, in città si vedevano molti cavalli. A condurre il carro della spazzatura, che tutti chiamavano rusco, era un cavallo. Gli addetti, che di conseguenza venivano chiamati ruscaroli, si annunciavano con una trombetta ricurva di ottone, come quella dei guardiacaccia. Allora le donne uscivano di corsa da casa con il rusco e con pezzi di pane secco che mettevano in un sacco che pendeva sotto la gola del cavallo come un enorme ciondolo. Non ho ricordi del carro e di come venisse stivato il rusco, a me interessava soltanto il cavallo. Poi c’erano i cavalli dei militari e quelli che tiravano i carrozzini dei signori che avevano le ville in collina, quando scendevano in città. I loro passaggi mi lasciavano dolorosi strascichi d’invidia, perché su quei carrozzini avrei voluto esserci io.
Ai cavalli capitava spesso di fare i loro bisogni per strade. Quando era sterco, molte donne accorrevano con le palette per raccoglierlo e usare come concime per le piante. Oppure, facevano delle lunghe pisciate che, quando erano asciutte, lasciavano sull’asfalto enormi chiazze dai colori iridescenti e setosi, dal rosato all’azzurro con anche un po’ di giallino, da cui non riuscivo a staccare gli occhi per quanto ne ero affascinata.. Non avrei saputo immaginare quadri più belli.

Superstizioni
Mia nonna era atea eppure, quando doveva cercare in casa un oggetto introvabile, recitava il pater noster doppio, come tutti del resto in simili circostanze: anche la sorella del parroco, che si limitava a scuotere la testa, non trovando modo di farle perdere quell’abitudine. E non era neanche superstiziosa, la nonna, anche se, quando qualcuno per distrazione aveva indossato un capo al rovescio, non poteva fare a meno di osservare che teneva lontano la stregoneria, ma questa era convinzione generale.
Alla stregoneria, invece, la nonna credeva moltissimo, per diretta testimonianza. Mio nonno aveva un fratello, lo zio Andrea, che viveva a Budrio. Era un bellissimo uomo, mentre la moglie, la zia Maria, era decisamente brutta, anche se molto simpatica. Si diceva che lo zio Andrea avesse un’amante, e che questa amante gli avesse dato un figlio. Invece, dal matrimonio degli zii non erano nati figli. La zia Maria era anche andata a farsi visitare a Bologna da un medico che non era uno specialista, ma la cui fama era indiscussa per qualsiasi tipo di male. Le prescrisse non so quale cura, assicurandola che nel termine di nove mesi avrebbe partorito su quello stesso lettino dov’era stata visitata.
La zia Maria non ebbe mai figli, e anche per questo era molto gelosa dell’amante del marito, che era molto bella e aveva dei lunghissimi capelli di cui doveva andare molto orgogliosa perché li pettinava ogni mattina con larghi gesti affacciata alla finestra..
A quei tempi era conosciutissima una fattucchiera il cui nome si sussurrava piano e timorosamente: la Sampìra. La zia Maria andò a consultarla, e costei le disse di prendere un uovo di gallina nera, riempirlo con i capelli della rivale e andarlo a seppellire di notte nel cimitero. Alla zia Maria non fu difficile procurarsi i capelli, le bastò trovarsi sotto la sua finestra quando l’amante si pettinava e raccogliere quelli che cadevano dall’alto. La stregoneria fu portata a termine e la donna, che fino a quel momento scoppiava di salute, morì poco dopo.
Non so come la prese la zia Maria, che però si confidò con mia nonna, e lei ne rimase talmente impressionata che da quel momento obbligò tutti in famiglia a bruciare i capelli che rimanevano nel pettine. Una gran fastidio al quale non potevamo disobbedire, a parte lo sgradevole puzzo di bruciato.
Un altro tipo di stregoneria, molto diffuso a giudicare dal parlare che se ne faceva, erano le ossa di pollo introdotte nei materassi: la vittima inconsapevole ci dormiva sopra e intanto il maleficio proseguiva, sino a quando la fattucchiera – magari la stessa che l’aveva consigliato a un nemico occulto – non suggeriva di scucire il materasso. Poiché se ne parlava sempre a bassa voce e con parole allusive, per non spaventare i bambini, mi ero fatta l’idea che le ossa si rigenerassero spontaneamente tra la lana, per trasmissione di pensiero. Non mi venne mai in mente che qualcuno si fosse preso la briga di scucire e ricucire la fodera del materasso durante l’assenza della vittima prescelta.

==> pag 2

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4 risposte a “Ivana Musiani – Memorie di una bambina vecchia 1

  1. Bello. La gabbia con i canarini era molto diffusa prima della fine degli anni ’50 e si ricordano sempre con piacere.

  2. Avviso ai volonterosi lettori: il capitolo due in realtà è il primo. Quello che figura come primo in realtà è il terzo (ma non è detto che diventi quarto o quinto). Scusate la confusione.

  3. Non è che la scopriamo oggi l’Ivana. P Per gli affezionati lettori del blog è solo una conferma, questa lettura.
    Evidenzio un duplice piacere: la scoperta, per i meno giovani, di um mondo sconosciuto e la leggerezza con cui i ricordi vengono rievocati.
    Leggerezza, e mi si scusi la citazione colta, nel senso del Calvino delle Lezioni americane.
    A quando la pubblicazione?

  4. Mi ha fatto ricordare che la presenza delle streghe e dei malefici era molto presente anche nel mio gruppo familiare quando anch’io ero molto meno grande.

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