Ivana Musiani – Memorie di una bambina vecchia 2

Giocattoli
Ho avuto così pochi giocattoli, che li posso persino contare: di bambole, tre in tutto. A Trieste qualcuno mi aveva regalato un bambolotto nudo di celluloide, così grande che facevo fatica a tenerlo in braccio. Una volta che ero con lui su una panchina di via dell’Acquedotto, dove abitavo, fui avvicinata da un’anziana signora che mi sgridò perché secondo lei stavo strattonando il fratellino che avevo in custodia Le altre due bambole erano in un pacco, insieme a dolci arabi, che mia madre mandò dall’Egitto. I nonni, che non amavano mia madre, mi consegnarono direttamente il pacco, dopo averlo frettolosamente esaminato. Io mangiai tutti i dolci e ne feci un’indigestione tremenda, di cui conservo solo il ricordo di giorni trascorsi beatamente a letto, insieme a una delle bambole del pacco. Per la verità era un bambolotto incappucciato, ricoperto dalla testa ai piedi di un corto velluto color ciclamino, con la faccia piatta, dipinta a colori vivaci. Lo amai subito e non me ne separai sino a quando divenne un povero straccio che mia nonna gettò via a mia insaputa, come faceva sempre. Non soffrii troppo, invece, quando mi tolsero l’altra bambola, per esporla nella vetrina della credenza perché non la sciupassi. Non mi piaceva, anzi, mi era antipatica con quel suo aspetto da signorinetta, il viso smorto e l’aria assente. Anche i suoi vestiti non mi piacevano: erano tristi, sul marroncino.
Nella casa dei nonni chi mi faceva regali ogni compleanno era solo la nonna. Però, come ci teneva a farmi sapere, erano sempre regali utili. A sei anni ricevetti una sediolina impagliata, e grande fu la mia rabbia, che però tenni per me, tanto era inutile. Dopo la seggiolina, furono sempre grembiuli e soltanto grembiuli, di misure sempre più grandi. Erano di cotone, dai simpatici colori tipo scozzese, con grandi tasche, ma pur sempre grembiuli. Con quelli mi mandava a giocare fuori casa anche d’inverno, imbottita di strati e strati di maglie, e da ultimo il grembiule a suggello del tutto. In una foto appaio su uno sfondo invernale tutta ingrembiulata e gonfiata, simile a una piccola mongolfiera, accanto a Gisella (odiata coetanea sempre portata ad esempio), biondina, sottile in un corto cappottino attillato, il basco scozzese col pompon allora di gran moda, i calzettoni sotto al ginocchio e scarpette lucide. Invece io avevo pesanti calze lunghe cannolé d’un marrone orribile che mia nonna, che aveva il terrore del freddo e delle infreddature, mi metteva addosso sin dai primi di settembre insieme agli scarponi.
Sogni
Intorno ai sette anni le mie giornate non erano molto allegre, ma di notte non era così. Di notte mi trovavo in sale luminosissime, piene di giocattoli soltanto miei, dove scorrazzavo felice sul monopattino, il mio preferito.
Nella mia strada c’era un bambino che andava avanti e indietro sul monopattino. Io lo guardavo invidiosa dallo scalino di casa, dove trascorrevo la maggior parte del tempo. Calpestando il mio orgoglio, gli avevo chiesto più volte di lasciarmi fare un giro. Lui me l’aveva concesso una sola volta, credo per farmene provare malignamente il piacere, poi me l’aveva sempre negato. Ogni notte, nei sogni, avevo un monopattino tutto mio.
I risvegli, però, erano tristissimi. Avrei preferito dormire senza quei bei sogni. Una di quelle mattine – forse era domenica, perché gli altri giorni la nonna veniva sempre a scuotermi per la scuola – mi alzai dopo gli altri. Li ritrovai in cucina, faceva molto freddo, la stufa non era ancora accesa e sui vetri c’erano ancora i ghirigori dei ghiaccio. Nessuno fece caso a me. Mentre mi guardavo tristemente intorno, d’improvviso ebbi la rivelazione: era il sogno, quello che avevo davanti agli occhi! Sì, un brutto, bruttissimo sogno, e la realtà era quella luminosa e generosa della notte. La scoperta diede qualche sollievo alle mie giornate, non vedevo l’ora che finissero per sprofondare in quella che per me era diventata la meravigliosa realtà.

Parenti
Dalla parte del nonno. c’erano alcuno fratelli che ho conosciuti poco, erano tutti anziani. C’era la zia Teresa, che mi dava una gran soggezione, tanto era alta, con un naso sottile ma molto pronunciato, un portamento dalla rigidità militaresca. Le poche volte che l’ho incontrata mi guardava severamente senza dire una parola e senza sorridere. Altro fratello era lo zio Luigi, la cui moglie era molto più interessante. Si chiamava Letizia, aveva i capelli tutti bianchi e gestiva un negozio di robivecchi in via Indipendenza, dalle parti dell’Arena del Sole. In casa si parlava molto del camaleonte che aveva avuto come animale domestico e che teneva sempre su una spalla. Mia nonna andava spesso da lei, con mia grande contentezza. Lei sì che mi sorrideva, e tutto quello che si trovava in quel negozio mi sembrava meraviglioso, specialmente una cassettiera in miniatura di legno di pepe, nera e rossa. Per tutto il tempo della visita, stavo con il naso dentro a uno dei cassettini, per aspirare quell’odore delizioso e penetrante che dava un po’ alla testa. Lo zio Andrea, che somigliava molto al nonno, aveva un’osteria alla Crocetta di Budrio. Era un solido edificio bianco e squadrato al quale si appoggiavano piante di bignonia, dai grandi fiori a imbuto rosso-arancione, molto diffuse in Emilia. Di tutti i fratelli, lo zio Andrea era il più cordiale. Quando andavamo da lui, sul trenino della società La Veneta di via Berti Pichat (nome che giudicavo molto sconveniente, tanto da evitare di pronunciarlo), mi colmava di manciate di pastiglie di menta bianca e mi faceva mettere i piedi sopra le sue scarpe per condurmi in giro per le stanze. Erano i nostri balli.
L’osteria, all’ingresso di Budrio, fu demolita nel dopoguerra per allargare la strada e permettere maggiore scorrimento al traffico automobilistico, allora in piena espansione.
Dalla parte della nonna, avevo sei zii: i due suoi fratelli Roberto e Gianni, la sorella Dolores e i rispettivi coniugi. Li chiamavo zii ma con loro non c’era nessun legame di parentela, perché mia nonna era matrigna di mio padre. Nelle occasioni ufficiali, questa mancanza di consanguineità veniva sempre rammentata agli estranei, con grande mia mortificazione. Lo zio Giovanni abitava con la zia Sara e i due figli di poco più grandi di me a Casaralta, com’era chiamata la località sulla via Ferrarese dove sorgeva l’omonima l’officina che produceva treni. A Casaralta si arrivava con un lungo viaggio in tram. Dalle finestre della casa dello zio Gianni si poteva ammirare il passaggio rapidissimo ma altamente emozionante della Littorina, un treno tutto rosso composto di una sola lunga carrozza. Quando tornavamo era già buio. Stanca e frastornata, con la testa in grembo alla nonna, lo sferragliamento del tram – che stranamente mi sembrava diverso dall’andata, tutto su una minacciosa nota – mi trascinava in un dormiveglia ipnotico, durante il quale davo per scontato che da un momento all’altro ci sarebbe stato un tremendo scontro o deragliamento in cui avrei perso la vita. E poiché già leggevo i giornali, mi figuravo in anticipo i titoli: “Bambina muore nel deragliamento del tram”, oppure “Nel deragliamento del tram muore una bambina”. Quale sarebbe stato quello giusto? Arrivavo a casa, sana e salva, prima d’averlo deciso.
La zia Dolores abitava in via San Felice. Il marito, lo zio Gilberto, aveva una piccola officina in via del Pratello dove fabbricava oggetti in bachelite, specialmente galene, allora molto richieste. Con i due figli, Roberto detto Robertino anche se era altissimo e Rosa, aveva un rapporto raro a quei tempi, più da amico che di padre. La zia Dolores – ma all’anagrafe l’avevano segnata d’autorità come Addolorata – faceva onore al suo nome spagnolo. Era bruna e aveva occhi nerissimi, mentre tutti gli altri fratelli avevano gli occhi azzurri. Era anche molto ingenua. Nonostante gli anni trascorsi, ogni tanto in casa venivano rievocati due episodi di quand’era ragazza. Mentre mia nonna fu una delle prime a seguire, per comodità, la moda del taglio alla maschietta, la zia Dolores, orgogliosa dei suoi lunghissimi capelli, li raccoglieva in un voluminoso nodo sulla nuca. Quel nodo era chiamato, a quei tempi, “pipullo”. Un giorno, per strada, venne sorpassata da un uomo che pronunciò ad alta voce, in dialetto: “Che bel pipullo”. Lei si voltò per vedere l’autore del complimento, e questi ne aggiunse un altro: “E che begli occhioni!”. Lei si affrettò a informarne i familiari, e da quel momento non si salvò più, per tutta l’esistenza, dalle ironie del parentado. L’altro episodio ebbe luogo quando la videro uscire terrorizzata e ululante da un palazzo dove si era recata. Aveva letto, su una targa d’ottone splendente di lucidatura, “Uccisione” anziché “Incisore”. La zia Dolores era anche un’ottima cuoca, la sua specialità era il tiramisù, e anche questo era motivo di presa in giro da parte della nonna, abituata alla cucina spartana imposta dal nonno. Quando a causa della guerra e del razionamento la zia Dolores non poté più confezionare il suo amato tiramisù, riuscì a ugualmente a sfornare incredibili torte con gli scarsi mezzi a disposizione. Nessun’altra ci sarebbe riuscita.
Lo zio Roberto e la zia Lucia non abitavano a Bologna ma a Fabbrico, in provincia di Reggio Emilia, dove lui era ingegnere alle officine Landini, produttrici di trattori. Lo zio Roberto aveva un sottilissimo senso dell’umorismo, con idee di sinistra e molto alla mano. I suoi operai lo adoravano perché si faceva dare del tu, con gran dispetto della zia Lucia, lei di piccola nobiltà veneta, figlia di notaio, monarchica convinta e religiosissima. Però si amavano moltissimo. Per la zia Lucia contavano solo quelli che avevano “il senso della proprietà” o, come minimo, un “titolino”. Sosteneva che, se per disgrazia l’Italia fosse diventata come l’Unione Sovietica, con tutti costretti a indossare un’unica divisa, gli aristocratici si sarebbero fatti riconoscere anche sotto quegli umili indumenti comuni a tutti. Era economa sino alla più sordida avarizia, grande pasticciera e appassionata giardiniera. Al marito non faceva mancare nulla, davanti al suo piatto c’era una bottiglia da cui lui solo poteva attingere: per gli altri c’era il vino di secondo anello (così erano chiamate le diverse fasi della spremitura dell’uva) e per me che ero bambina, quand’ero da loro, giustamente il terzo anello, che era acqua acidula colorata di rosa. Se per caso un ospite si azzardava ad allungare la mano verso la bottiglia dello zio Roberto, la zia lo redarguiva: “Quello è di mio marito”. Il pretesto era che lo zio Roberto soffriva di anemia. Vivevano in una villetta messa a disposizione dalla ditta.

<== pag. 1

pag. 3==>

2 risposte a “Ivana Musiani – Memorie di una bambina vecchia 2

  1. Ciao, ciao bambina. Grazie per questa apertura di un’anima gentile che deve aver sofferto parecchio.

  2. Ivana ha una scrittura fluida, che prende, di quelle che quando cominci a leggere non lasci. E infatti il testo finisce sempre troppo presto, per cui aspetti con ansia la prossima puntata. Quando?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...