Ivana Musiani – Memorie di una bambina vecchia 3

Purghe e cataplasmi
Mia nonna ebbe l’unica figlia – la zia Ida, sorellastra del babbo – a venticinque anni, quando il nonno era in guerra. L’infermiere che la portava in braccio in sala parto, quando seppe la sua età, fece questo commento, in dialetto: “Ma siete vecchia!”. La nonna odiava i dottori: verso i quarant’anni le fu diagnosticato un abbassamento dei reni, indispensabile l’operazione. Solo che, allora, la percentuale di chi usciva vivo da quel tipo di intervento era molto bassa. Lei si guardò bene dal dare retta al medico, i reni rimasero là dov’erano discesi, mettendo da parte ogni ambizione di risalita. Da quel momento, nessun medico entrò in casa o fu solo interpellato. A intervalli fissi, mia nonna obbligava tutti – meno il nonno che preferiva i sali inglesi – a bere un intruglio disgustoso ricavato dalla bollitura dei fiori di senna: “Fiori, non foglie”, era solita precisare, avendo scoperto che i fiori erano più efficaci delle foglie. Qualunque poi fosse il disturbo lamentato da grandi e piccini: mal di testa, di schiena, di denti, era subito purga. Per neanche una settimana mi propinò l’olio di ricino, allora supplizio di tutti i bambini, ma impressionata dalle mie smorfie non ebbe il coraggio di insistere. Quando avevo sette anni si parlava molto in giro di paralisi infantile, che poi era la poliomielite, ed eccomi andare in giro con una fettuccia annodata intorno al collo, che aveva come ciondolo un aglio. La stessa fiducia che la nonna aveva nelle purghe, la riponeva nei cataplasmi, volgarmente detti impiastri. E, con le temperature invernali di Bologna – l’olio gelava in casa – di occasioni di appoggiarmi sul petto quelle bollenti pappette di farina di semi di lino ce n’erano non meno di due o tre in quella sola stagione. Il mattino dopo era altrettanto sgradevole svegliarsi con quel malloppo freddo che pesava come un macigno su un petto che aveva assunto un colore rosso-violaceo.

Religione
Per i primi tempi che mi ebbe con sé, la nonna mi metteva a letto con una caramella. Quando invece mi trovavo dalla zia Lucia, lei entrava nella mia camera anche se ero già addormentata, si chinava su di me facendomi il segno della croce sul viso e pronunciando una formula che cominciava così: “Il Signore ti guardi e benedica e volga la sua faccia verso di te…” e terminava con: “Il Signore ti dia pace”.
Quando ancora non avevo l’età per andare a scuola, avendo già sentito parlare della Madonna, non riuscivo a capacitarmi del loro gran numero: la Madonna di Pompei, la Madonna di San Luca, La Madonna di Loreto, la Madonna di Lourdes, la Madonna di Fontanellato… “Ma quante Madonne ci sono?”, chiedevo ai nonni, ma loro, che erano entrambi atei, facevano finta di non sentire. Tuttavia non mi fecero mancare il presepio, un grazioso piccolissimo presepio dalle figurine piccolissime, che occupava la superficie d’un comodino. A me piaceva molto di più di quelli allestiti su grandi spazi che vedevo nelle case di amici e parenti, con la carta blu che simulava il cielo, assicurata al muro con le puntine da disegno. L’unico mio disappunto era per i Re Magi, ma per loro non c’ea spazio sul comodino. Quando seppi, dopo la messa – a quei tempi frequentavo già la dottrina – che la parrocchia aveva istituito un premio per il miglior presepio, mi affrettai a iscrivere il mio, convinta che non ce ne potevano essere di più belli. Quando due signori della commissione giudicatrice vennero a casa, non facevano che girare imbarazzatissimi intorno al comodino: “Sì, è molto carino… però…”, non facevano che dire, ma per quanto carino, a loro giudizio, il mio bel presepio era al di sotto delle proporzioni richieste.
Di Dio e di Gesù sentii parlare per la prima volta in seconda elementare. Un giorno la maestra, che doveva essere atea anche lei (non ce li aveva mai nominati, insieme alla Madonna), uscì dall’aula per lasciar posto ad una suora che ci tenne una sbrigativa lezione di teologia. Su Dio ci informò che esisteva da sempre e, proprio per questa ragione, essendosi annoiato (la suora usò proprio questo termine), di star solo da un’infinità di tempo, aveva creato gli uomini per avere un po’ di compagnia. Quanto a Gesù, le sue sofferenze per il bene dell’umanità non trovavano paragone in nessun altro mortale. A conferma, non faceva che ripetere: “Ha sofferto tanto, tanto, tanto…”, calcando la voce su quel “tanto” e ripetendolo all’infinito. E fu tutto.
I nonni non poterono fare a meno di iscrivermi a dottrina, in vista della Cresima e della Prima Comunione di tutte le altre compagne di scuola. Le lezioni si svolgevano in chiesa dopo la messa, ed erano tenute da una suora. La dottrina consisteva nell’imparare a memoria una lunga serie di domande e risposte. “Chi è Dio?”, veniva chiesto per primo, e si doveva rispondere: “Dio è l’essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra”. Non riuscivo a provare alcun interesse per quelle formule ripetute a pappagallo e a grande velocità, sino a fargli perdere ogni senso Non era permesso, o per lo meno era irrilevante, intervenire con domande e considerazioni proprie. A ogni lezione facevo scena muta, non avendo imparato a memoria il brano assegnato. La suora si limitava a sospirare, sino a quando, nelle ultime lezioni, ci presentò una medaglia che a me piacque moltissimo, destinata a chi sapeva a memoria tutta la dottrina. In pochi giorni l’imparai da cima a fondo e, quando la domenica successiva la snocciolai alla suora, non faceva che commentare: “Piovono marenghi…” Purtroppo il mio exploit arrivò troppo tardi e la medaglia fu assegnata a un’altra bambina.
Il mio vestito della Prima Comunione non era nuovo, probabilmente proveniva dal negozio di robivecchi della zia Letizia, ma mi piacque moltissimo. Era di seta pesante, lungo sino ai piedi, appena arricciato in vita e senza fronzoli. Il velo, incredibilmente sottile, venne disteso con infinite precauzioni sul letto matrimoniale della zia Ida. “Si taglia con lo sguardo”, commentò mia nonna, e tutti le dettero ragione. Io rimasi sola per ore nella stanza, a fissare intensamente il velo, ma non si tagliò: non a caso, in famiglia ni chiamavano “il credenzone”. Quando me lo misero addosso, tutti concordarono che mi stava benissimo, io per prima ne ero convinta.
Il giorno dopo la cerimonia, fui convocata dai nonni, che mi dissero: “Il nostro dovere l’abbiamo fatto. Ora sei libera di continuare a andare a messa, se lo desideri, oppure no”. La decisione che avrei dovuto prendere mi mise in grande apprensione. Mi rendevo conto che i nonni avrebbero forse preferito che non andassi più a messa la domenica, però mi sembrava anche strano di aver fatto quel percorso – la dottrina, i sacramenti – per doverlo subito abbandonare. Però c’erano anche i vantaggi, soprattutto non dovermi più inginocchiarmi nel confessionale per raccontare a uno sconosciuto dietro alla grata dei peccati di cui mi vergognavo per la loro futilità.
Ritornai in seno a madre chiesa l’anno che trascorsi a Fabbrico dalla zia Lucia: messa tutti i giorni, con la zia che faceva la comunione e tornava al banco a mani giunte, assorta a tal punto in quel sacro mistero che sembrava tornare da un altro mondo. Ogni volta mi chiedevo come mai, appena arrivata a casa, riprendesse subito suoi modi rigidi e severi con me e con la servetta di turno. Ero convinta che la comunione rendesse tutti più buoni, almeno così mi era stato detto alla dottrina. Invece la zia Lucia non cambiava mai. Il pomeriggio inoltrato, io e lei dicevamo il rosario in cucina. La stufa imbottita di legna mandava un calore che mi arrossava le guance. Fuori c’era una nebbia cosi fitta che avvolgeva la casa come un bozzolo, era come trovarsi in un piccolo mondo felice, soltanto nostro, unico e impenetrabile.
Il mio ritorno a Bologna non mi procurò, come le altre volte, i dolorosi dilemmi se proseguire le pratiche religiose o smettere. Mi metteva a disagio sentirmi sotto osservazione da parte dei nonni, non ero mai sicura che le mie decisioni dipendessero anche dalla loro tacita influenza. La città era bombardata giorno e notte, c’erano i rastrellamenti, le perquisizioni, le fucilazioni in Piazza Maggiore (“posto di ristoro dei gappisti”, come la chiamavano i repubblichini)… Di andare a messa neanche parlarne. Nella mia incoscienza infantile, ne fui contenta.
Dopo la Liberazione, e dopo un breve soggiorno dalla zia Lucia, fui di nuovo presa da sacro zelo nei confronti della Chiesa. C’era allora un predicatore, padre Lombardi, che i giornali chiamavano “la voce di Dio”, famoso per le sue prediche violentissime contro iscritti e simpatizzanti del partito comunista. In casa erano tutti comunisti, la zia Ida lavorava alla Federazione del PCI e io andavo spesso a trovarla. Conoscevo molti comunisti, mi sembravano tutti brave persone. Rimasi stravolta da quei toni ingiuriosi e me ne andai via prima che finisse la messa.
Non riuscii più a entrare in una chiesa, però volevo ancora pregare Dio e non mi sembrava che farlo in casa avesse la stessa efficacia. Mi venne in mente che proprio dietro al palazzo comunale c’era una chiesa protestante. Ci andai, e ne rimasi conquistata: tutto veniva detto in una lingua comprensibile, il pastore invitava a pregare per tutte le chiese, e poi si cantava, si cantava tanto leggendo le parole, e chi la conosceva anche la musica, da un grosso volume dalla copertina nera che veniva distribuito all’ingresso. C’era un corale che mi piaceva moltissimo, e che per la mia gioia veniva ripetuto spesso: era solenne e dolce nello stesso tempo, dava tanta pace e serenità al cuore. Più tardi, quando ascoltai per la prima volta la Passione secondo Matteo di Bach, scoprii da dove proveniva quel corale. Decisi di farmi protestante e cominciai e chiedere informazioni. Tutto si fermò quando mi dissero che avrei dovuto abiurare la religione che mi era stata imposta alla nascita. Quella parola mi sembrò bruttissima, e dopo tutto non ce l’avevo con la mia religione, ma per come veniva amministrata. Lasciai perdere il protestantesimo, nella speranza che la fede non avesse bisogno di intermediari.

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