Ivana Musiani – Memorie di una bambina vecchia 4

I cibi
Nella casa di Trieste si mangiava molto pesce: spesso le cozze, che nelle loro valve mi sembravano grandi occhi, e qualche volta anche l’aragosta. Non so se a cagione di questa dieta e del fatto che ero sempre fuori a scorrazzare per la città, ma quando arrivai a Bologna ero molto magra. La nonna, preoccupatissima, mi mise subito all’ingrasso: per lei, come per tutti i bolognesi, una persona magra era motivo di grande di preoccupazione, la vedevano già sulla strada della tubercolosi. Mentre gli adulti mangiavano i maccheroni col ragù, a me li condiva  affogandoli letteralmente nel burro e ricoprendoli con due o tre centimetri di parmigiano (che a Bologna chiamano forma) grattugiato. Io li chiamavo in dialetto triestino, e perché erano piccoli: “Macherunzìn senza condimento”, facendo scoppiare tutti dal ridere, ma io ne facevo una questione di colore perché la loro pasta era rossa e la mia bianca, dunque senza condimento.
Oltre ai maccheroni, l’unica pasta che veniva dal negozio del fornaio era la gramigna, simile a grossi spaghetti attraversati da un buco nel quale entrava il condimento, rendendo il piatto più gustoso. Altrimenti, tutto era  fatto in casa: le tagliatelle, gli strichetti – quadrati di sfoglia che, stretti nel mezzo, prendevano la forma di farfalle – i maltagliati – losanghe di sfoglia grossolanamente tagliata, buona per la minestra di fagioli – i malfattini – durissima palla di farina e acqua, ridotta in briciole con la mezzaluna, anche questa per minestre: di solito era un compito che spettava a me.
Non ricordo di aver visto nessuno fare la sfoglia con la sveltezza di mia nonna. Arrivava sempre a casa all’ultimo momento, stare in casa le piaceva pochissimo. Il tagliere su cui lavorava, per il gran uso si era scollato a metà in senso orizzontale, una parte  più alta e una più bassa, ma le sue mani muovevano rapidissime il mattarello sui due livelli senza creare fratture nella sfoglia, che risultava liscia e sottilissima.
Come tutti i bolognesi, la nonna non amava le verdure. Ogni tanto se ne usciva con una invettiva contro Caporetto, perché secondo lei, a introdurre le verdure in città, lei erano stati i profughi veneti arrivati a Bologna dopo la disastrosa ritirata   dell’esercito italiano. Tutto il contrario mio nonno: ogni giorno, in tavola, dovevano esserci i radicchi. Lo stesso quando era la stagione dei cardi, che mi ricordo bianchissimi perché crescevano avvolti nella paglia, e alti quasi quanto me. Io ero affascinata dalla loro pellicola, simile a velluto, che toglievo lentamente perché una volta separato dal gambo, quel velluto si riduceva a un banale filamento.
I pomodori erano pressoché sconosciuti, per il ragù e gli altri sughi c’era la conserva, una pasta rosso cupo e morbida, che i salumieri mettevano nella carta oleata. Quando la nonna mi mandava a comperarla, prima di arrivare a casa sollevavo un lembo del pacchetto e passavo un dito sulla conserva, dall’alto in basso, che poi succhiavo  golosamente. Ero convinta che la nonna non se ne sarebbe accorta, ma ripensandoci, non era possibile che non notasse che il pacchetto era mal confezionato, per non parlare del solco verticale della ditata. Però faceva finta di niente, forse perché lo facevano tutti i bambini, forse perché tutti i bambini l’avevano sempre fatto, a suo tempo anche lei, perché quello della conserva era un sapore a cui era impossibile resistere.
A quei tempi la maggior parte degli acquisti alimentari veniva fatta dai bambini: dallo zucchero, incartato in una stupenda carta dalla particolare tonalità di blu, al burro, il sale, la farina, il vino, il latte. La nostra lattaia si chiamava Silvia, sul suo bancone di marmo si trovava un lungo mastello smaltato di color bianco orlato di blu, da cui Silvia attingeva il latte con dei misurini di alluminio, a seconda della quantità richiesta. Poiché era molto bassa di statura, di lei emergeva, da dietro il mastello, meta della faccia, dal naso in su, e la crocchia di  capelli rossi in cima alla testa, oltre alle mani che sembravano aver vita propria. Il latte lo si poteva comperare anche la domenica pomeriggio. L’inconveniente di essere piccoli acquirenti era quello di venire ignorati dal negoziante in favore degli adulti. Allora, si cominciava a far chiasso, a dare fastidio, sicuri di venire serviti al più presto.
Una volta all’anno la nonna si riforniva di tre o quattro melanzane lunghe – era l’unica qualità disponibile – le tagliava a rondelle e le friggeva dopo averle passate nel pane grattugiato, per la soddisfazione di proclamare che non sapevano di niente.
Per ottenere l’approvazione della nonna, i prodotti dovevano essere “nostrani” e le melanzane non erano cose delle nostre parti. Al contrario dei carciofi,  che però avevano così poche foglie che bisognava piluccarle, altrimenti si sarebbe potuto mangiare soltanto il fondo, che in casa chiamavano sedere, e siccome mi avevano fatto capire che quella parola era sconveniente, io rifiutavo di mangiare il sedere dei carciofi,  tra lo stupore e il compatimento di tutti, che non riuscivano a fare i collegamenti: salvo la zia Ida, ben contenta di mangiare, oltre al suo, anche il mio sedere.
A pranzo si mangiava asciutto, alla sera sempre minestra. La domenica c’era il brodo, con il pollo o la carne. Il nonno ci versava sempre del vino rosso,con gran dispiacere della nonna perchè a suo parere il vino rovinava il suo buon brodo. A Bologna, a quei tempi, i tortellini si mangiavano solo per le feste comandate, meno che in casa nostra: il nonno li aveva proibiti perchè riteneva immorale che un’intera giornata di lavoro d’una donna – tanta ne occorreva per confezionare i tortellini secondo la tradizione – venisse spazzato via in pochi minuti.
In sostituzione, la nonna faceva la zuppa imperiale, che richiedeva molto meno tempo. Era una sorta di frittatona, che veniva tagliata a quadretti e passata nel brodo: buonissima, ma a mio parere non certo al livello dei tortellini.
La polenta, piatto base di quegli anni, veniva fatta in una calderina di rame. Nell’acqua bollente veniva prima versata la farina a grana grossa e, quando la cottura era a meta, vi si univa la farina a grana più fina, senza smettere di rigirare il mestolone sino a cottura ultimata. La polenta veniva poi riversata su un tagliere di legno, e guai se non riproduceva il formato della calderina, sul cui fondo rimaneva una buonissima  crosticina che in tutte le case spettava di diritto ai più piccoli d’età. Spettava quindi a me in quanto ero la più piccola di casa. A me piaceva con uno strato di burro e uno di parmigiano, nel latte, oppure arrostita sulla piastra della stufa come prima colazione prima d’andare a scuola e anche con la marmellata, ma il massimo del godimento era quando veniva fritta e sulle superfici si formava una crosta che scrocchiava sotto i denti
I dolci erano quelli tradizionali: ciambella, crostata, zuppa inglese fatta con savoiardi imbevuti metà nel rum e metà nell’alchermes, alternati  a strati di crema pasticciera e crema al cioccolato. A fine pasto c’era sempre una mela o una pera o un arancio. La nonna mi mandava sempre a comperare le pesche bianche, che spesso venivano tagliate a pezzi e affogate nel vino bianco. Io morivo dalla voglia di assaggiare le pesche gialle, il cui colore sfacciato mi sembrava  conferisse più sapore al frutto che non quelle bianche, ma quando dopo diversi anni potei soddisfare quel desiderio inappagato, mi accorsi che la nonna aveva ragione. Una volta che, sola in casa, mi ritrovai a tu per tu con un piattone di ciliegie, non seppi resistere. Ne mangiai una gran quantità, lasciandone dieci o dodici nella speranza che la nonna non se ne accorgesse. Ma lei, quando rientrò e vide il piatto quasi vuoto: “Hai lasciato la vergogna”, mi disse con una voce che voleva essere terribile. A Ferragosto c’era il rito del cocomero, il cui piacere era guastato dalla nonna, che teneva tutti sotto osservazione, morso dopo morso, finché non eravamo a quattro o cinque centimetri dallo strato verde che precede la buccia. “E’ ora di smettere”, cominciava a strillare, e guai non a darle retta: per lei, il più piccolo morso allo strato verde significava morte sicura.

Insegnamenti
Quando compii dieci anni, la nonna mi tirò da parte e mi disse: “Se qualcuno t’invita a fare una passeggiata sulla canna della bicicletta, tu non ci andare”. Le automobili allora erano rarissime, tutti andavano in bicicletta, ma erano solo quelle da uomo che avevano un tubo di metallo che correva dal manubrio al sellino e che, all’occorrenza, poteva servire da trasporto di altre persone. Quella fu l’unica lezione di sesso che mi venne impartita.
La nonna pretendeva  che apparecchiassi la tavola anche se non aveva ancora cominciato a far da mangiare. E mi spiegava, in vista di un mio futuro ancora molto lontano di donna di casa: “Quando il marito rientra e non vede apparecchiata la tavola, si metterà a strepitare anche se la minestra è solo da scodellare nel piatto. Se invece troverà apparecchiato, si metterà a sedere, aprirà il giornale, e neanche  si accorgerà se avrai appena cominciato a cucinare”-
Un giorno trovai per strada una moneta. Da allora presi l’abitudine di camminare senza guardarmi intorno alla scoperta di qualche novità, com’era mio solito, ma con gli occhi fissi per terra, per non perdere l’occasione  di trovare altre monete. La nonna se ne accorse e mi disse: “Chi guarda per terra ha qualcosa da nascondere”.  A malincuore dovetti lasciar perdere ogni speranza di arricchirmi.
Come imparai a cucire, per evitare la noiosa operazione d’infilare spesso l’ago, mi servivo di lunghe gugliate,  ma il filo nell’uscire dalla stoffa facilmente s’imbrogliava in una serie di nodi quasi sempre inestricabili, e allora occorreva spezzarlo, scucire il già fatto e ricominciare da capo. Per convincermi a prendere gugliate più corte, la nonna mi raccontò l’apologo della vecchina e del diavolo, che si sfidarono a chi cuciva prima un vestito. Il diavolo, per non perdere tempo a infilare l’ago, si serviva di lunghe  gugliate, al contrario della vecchina, il cui lavoro procedeva spedito, mentre quello del diavolo era rallentato dal filo che s’imbrogliava, e finì per perdere la sfida.

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