Carlo Scarinci – IL MASSACRO DI PONTE MAMMOLO

22 Ottobre 1943 Pietralata (Borgata di Roma)
La mattina del 20 ottobre 1943 circa una quarantina di partigiani appartenenti alle formazioni di Pietralata e Tiburtina, dava l’assalto al Forte Tiburtino per entrare in possesso di viveri, medicinali ed armi. Reparti delle SS, avvertiti dai soldati tedeschi di guardia, piombarono sui partigiani; dopo un breve conflitto dove vi furono perdite da ambo le parti, ventidue partigiani rimasero circondati. Incolonnati e sotto vigile scorta, dovettero attraversare tutta la borgata di Pietralata, prima di essere rinchiusi nel castello di Casal de’ Pazzi. Durante la marcia tre dei fermati riescono a fuggire. La mattina del 21 ottobre alle nove del mattino i 19 patrioti – sempre legati – vennero condotti alla presenza dei giudici a Palazzo Talenti. Gli interrogatori ed il processo si svolsero in lingua tedesca; al termine, i prigionieri vennero divisi in due gruppi: uno da nove l’altro da dieci. Nel tardo pomeriggio il gruppo dei nove uomini fu condotto nei pressi del costruendo carcere di Rebibbia; vennero loro consegnate zappe e badili e fu loro imposto di scavare una fossa di due metri per tre. Ultimato il lavoro furono ricondotti nella stanza di Casal de’ Pazzi. Alle ore cinque del mattino del 22 ottobre gli altri dieci uomini, legati e bendati, furono condotti con un camion a Rebibbia. Là furono fatti scendere uno alla volta, condotti vicino alla fossa, fatti inginocchiare e assassinati con un colpo alla nuca. Il corpo cadeva direttamente nella fossa. Nel gruppo dei dieci condannati a morte era anche il giovane quattordicenne Guglielmo Mattiozzi che ai piedi calzava un paio di stivaloni da ufficiale dell’esercito nuovi fiammanti. Il caporale della PAI, che si era mostrato benevolo verso il ragazzo sbendandolo e slegandolo, gli fece capire di consegnare gli stivaloni al caporale tedesco. Il ragazzo così fece e fu fatto nascondere sul camion. Il caporale tedesco, sceso dal camion, si appostò sulla via Tiburtina. Dopo qualche minuto arrivò un uomo in bicicletta, a cui il caporale intimò di fermarsi e lasciare la bicicletta. Poi lo portò vicino al camion, lo legò, lo bendò e lo consegnò ai due militi che giunsero per prendere la decima vittima. Il giovane Mattiozzi capì che qualcosa di orribile capitava intorno a lui ma non sapeva esattamente cosa perché da dove si trovava non poteva udire gli spari. Compiuto l’orrendo crimine i tedeschi ricoprirono i cadaveri con la terra e vi piantarono al centro una miccia, come se al di sotto vi fosse una mina. In questo modo fu coperto il misfatto. Il giovane Mattiozzi invece di essere liberato fu ricondotto a Casal de’ Pazzi. Iil ragazzo e gli altri nove partigiani in tarda sera furono trasferiti a Regina Coeli in varie celle del terzo braccio, dove restarono fino al 4 gennaio del ’44 quando furono inviati nei campi di prigionia in Germania. Soltanto alla fine del 1946, attraverso le testimonianze dei sopravvissuti, fu possibile riesumare le salme. I familiari dei Caduti che nulla avevano più saputo dei loro cari li potettero riconoscere dagli indumenti e dagli oggetti personali.
I loro nomi:
ORLANDO ACCOMASO -fu Emilio nato a Romail 16/6/1913 – pittore- Movimento Comunista d’Italia -Bandiera Rossa.
ANDREA CHILASTRI – fu Francesco – nato a Roma il 22/11/1906 – stuccatore – Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa.
LORENZO CIOCCI – di anni 20 – carrettiere – Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa.
MARIO DE MARCHIS – fu Francesco nato a Roma il 12/7/1921 – commerciante – Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa.
GIUSEPPE LIBERATI – di Italo – di anni 20 – Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa.
ANGELO SALSA – di Giulio – di anni 18 – Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa.
MARCO SANTINI – di anni 39 – Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa.
MARIO SPLENDORI – di Antonio nato il 28/1/1905 – Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa.
VITTORIO ZINI – fu Ugo di anni 36 – Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa.
FAUSTO IANNOTTI –

************************************
Da “l’Unità” di mercoledì 27 giugno 1945 – Prima Pagina
MACABRA SCOPERTA A PONTE MAMMOLO
Un’altra fossa comune a Roma – Tre giovani scampati dalla deportazione in Germania testimoni della strage di Pietralata indicano il luogo ove nove patrioti furono massacrati dai nazisti

Una nuova, terribile prova della barbarie tedesca è venuta ieri alla luce nella nostra città.
Una nuova fossa comune, nella quale sono stati accatastati i cadaveri di nove cittadini romani, è stata scoperta. Il delitto è stato commesso dalla divisione paracadutisti “Hermann Goering” il 23 ottobre 1943, il giorno dopo che la popolazione di Pietralata aveva dato l’assalto al forte abbandonato dal quale i tedeschi e i traditori fascisti asportavano continuamente materiale bellico e viveri. Del fatto si occupò anche “l’Unità” clandestina. I nostri compagni della zona erano stati alla testa dell’azione popolare per sottrarre ai tedeschi il prezioso materiale. Essi caddero, massacrati dai barbari, alla testa di un gruppo di popolani.
Ieri sera, a mezzanotte, siamo stati suI luogo dell’eccidio. E’ un valloncello tra i campi che fiancheggiano la via Tiburtina, presso il caseificio di Ponte Mammolo, all’altezza del Km. 10. Ai piedi di un terrapieno naturale, coronato da un muro, i compagni di Pietralata ieri mattina – non appena ebbero notizia che il delitto era stato consumato in quella zona – hanno scavato febbrilmente.
Una buca di circa due metri per due è stata aperta nella terra arsa. Non è stato necessario scavare a lungo. A quaranta centimetri di profondità le vanghe hanno messo alla luce per prima cosa una scarpa chiodata. Si è continuato a scavare con precauzione. Delle ossa umane sono apparse, una mano scarnificata, un lembo di stoffa quasi consunta.
Le ricerche sono allora state sospese in attesa delle autorità che, stamani, procederanno alla dissepoltura dei corpi con tutti i procedimenti legali. Quando siamo giunti sul posto due carabinieri e due compagni vegliavano pietosamente la fossa. Ci siamo affacciati all’orlo guardando al lume di un fanale a petrolio. Dalla terra affiorano arti umani quasi tutti pietra e polvere essi stessi sotto un velo di terriccio si intravedono le occhiaie vuote di un teschio, i lineamenti scarnificati di un viso rivolto al cielo come a chiedere giustizia. In un angolo della fossa un povero paio di scarpe è ammonticchiato insieme con le ossa di un braccio umano.
Questo abbiamo visto ieri sera alla fossa di Ponte Mammolo, Alle Fosse Ardeatine è stata la stessa cosa, e la stessa a Buchenwald, nei villaggi russi e polacchi, in Francia, in Belgio, in Jugoslavia, dovunque sono giunti i cani tedeschi.
La notizia dell’eccidio è stata portata a Roma da tre giovani reduci dalla prigionia tedesca razziati dai paracadutisti il giorno dell’assalto al Forte Pietralata. Essi sono Gaetano Nugnes Mario Prestinicola e Guglielmo Mattiozzi.
Insieme ad altri 17 giovani di Pietralata essi furono catturati dai tedeschi il 22 ottobre e portati a Casal dei Pazzi, sulla Tiburtina, sede del comando dei paracadutisti. Un processo sommario: 10 condannati a morte, 5 alla prigionia, 4 ai lavori forzati. Uno dei partigiani era già riuscito a fuggire.
Nugnes e Prestinicola sono nel gruppo dei condannati ai lavori forzati.
Ascoltiamo il loro racconto:
“Ci portarono prima a villa Talenti, poi – alle 6 di sera di sabato 23 ottobre – ci caricarono su di un camion. Arrivammo nel vallone dell’esecuzione. Ci diedero delle vanghe e ci costrinsero a scavare una gran fossa. Due paracadutisti ci sorvegliavano con la ‘maschine pistole’ spianata, credevamo che ci avrebbero fucilati. Invece, terminato il lavoro, ci riportarono via”.
Guglielmo Mattiozzi era nel gruppo dei condannati a morte. Ecco il suo racconto: “A mezzanotte del 23 ci vennero a prendere. Mi fecero fare un lungo viaggio in camion con le mani legate. Credo però che siano stati tutti giri e rigiri nella stessa zona. Poi ci ammassarono sotto il muro. Non sapevo dove ero. Era notte. Venne un ufficiale tedesco e uno della P.A.I. Il tedesco mi chiese quanti anni avessi. Quattordici, risposi. Allora mi fece slegare, mi fece sedere in un sidecar. Poi mi diede un colpo sulla nuca e mi fece
nascondere la faccia tra le gambe. Rimasi a lungo in quella posizione. Ad un tratto sentii sparare vicino. Sentii i fischi delle pallottole. Poi mi portarono via, in Germania”. Guglielmo è un ragazzo di 16 anni. Parla come un uomo. I compagni di Pietralata che intorno lo ascoltano hanno tutti un parente caduto sotto i colpi
degli assassini. Ecco i nomi dei caduti del 23 ottobre: Giuseppe Liberati, Vittorio Zini, Mario
De Marchis, Lorenzo Ciocci, Angelo Salsa, Umberto Nardi, Mario Splendori,
Orlando Accomano, Andrea Chialastri. Sono nove. Il decimo doveva essere
Guglielmo Mattiozzi.
Pochi giorni fa una lapide fu inaugurata in loro onore. Allora non si sapeva neppure dove fossero caduti.
Ora si sono trovati i loro cadaveri, che ancora chiedono vendetta. Il pianto di tutte le mamme è per loro; l’odio di tutti per i toro vigliacchi assassini.

********************** 
Da “l’Unità” di giovedì 28 giugno 1945 – Cronaca di Roma
L’IDENTIFICAZIONE DELLE VITTIME DI PONTE MAMMOLO
Il Popolo intorno ai nove assassinati

Sotto il sole, ieri mattina, sono stati estratti dalla fossa comune di Ponte Mammolo i resti dei nove assassinati dai tedeschi. Alcuni operai volontari pietosamente si sono prestati all’opera. Un medico vestito di bianco si è infilato un grosso paio di guanti di gomma. Era lui che scostava la terra intorno alle ossa ormai scarnificate. È stata estratta per prima una grossa scarpa chiodata ben conservata e, attaccata ad essa, una tibia umana. Sul mucchio di terra cavato dalla fossa sono stati distesi dei giornali. E su di essi gli operai deponevano con la pala i resti umani, a mano a mano che venivano dissepolti.
Tutt’intorno si è ammassata una gran folla. Seguono l’operazione in silenzio, con gli occhi fissi sullo scavo, solamente asciugandosi, di tratto in tratto, con gesti automatici, il sudore.
Un uomo anziano vestito di una maglietta color ruggine e un paio di pantaloni azzurri sta accovacciato sull’orlo della fossa. È il padre di uno dei fucilati.
Una popolana parla con una compagna adoperando parole che sanno di mito: “Se non c’era questo caso dei tre ragazzi tornati, tutto sarebbe ancora un mistero. Tra mille, duemila anni degli uomini avrebbero scavato per caso e avrebbero trovato dei morti. Gli scienziati avrebbero detto: qui, duemila anni fa, c’è stata una grande guerre. Ci sono stati dei morti. Gli uomini allora erano barbari”.
Fra le ossa delle vittime si trovano molte pallottole calibro nove di tipo tedesco. Tutti sono stati colpiti da scariche di mitragliatore alla nuca. Le teste sono scoppiate. I tecnici dicono che i cadaveri sono stati coperti di terra così come erano caduti nella fossa. Sono infatti ammucchiati scompostamente uno sull’altro.
Alle 11 viene identificato il primo cadavere, quello di Giuseppe Liberati, il cui padre è presente. Poi si riconosce Mario De Marchis, in tasca a un altro viene rinvenuta una carta d’identità: è Mario Santini. Una donna piangente si fa avanti. È la vedova di Mario Splendori. Identifica i resti del marito. Anche la madre di Mario sopraggiunge. Il sole spietato scopre anche le sue lacrime.
Il sole si fa sempre più cocente. I funzionari della procura del re, seduti sull’erba secca con un fazzoletto bianco in testa, redigono i verbali. Il padre di Angelo Salsa, falegname diciottenne, alle 12,10 riconosce la salma del figlio. Addosso a un altro cadavere viene rinvenuto un portafoglio contenente una fotografia di uomo con una dedica. È il portafoglio di Lorenzo Ciacci: la fotografia è quella del padre Giuseppe, presente al rinvenimento. Anche Vittorio Zini viene identificato.
Tutti i parenti delle nove vittime sono ormai sul luogo. Sono tutti di Pietralata. Tutti si conoscono. È una orribile tragedia. La folla sui rialzi di terra intorno alla fossa ha la funzione spontanea del coro. Commenta senza quasi parlare, con lunghi sussurri come ondate di odio e di commozione il susseguirsi degli avvenimenti. Si leva polvere dalla fossa. I visi degli uomini e delle donne sono come impietrati.
Un circolo di compagni circonda i nove cadaveri informi stesi al sole. Viene attraverso le stoppie secche, sollevando polvere, un breve corteo. Un po’ di vento fa sventolare tre bandiere rosse.
Le tre bandiere vengono deposte per terra accanto ai corpi

************************
Da “l’Unità” di venerdì 29 giugno 1945 – Cronaca di Roma
IL MASSACRO DI PONTE MAMMOLO
La popolazione di tre borgate ha accompagnato la salme dei caduti all’obitorio

Ieri al tramonto la fossa di Ponte Mammolo era deserta. Non più i cumuli di fiori, non più la cadenza delle preghiere, né il pianto delle madri. Le salme sono ormai all’Obitorio. Sulla fossa un velo di calce. Siamo in tre compagni: in giro niente altro che ondulazioni collinose e stoppie arse: la solitudine dell’Agro.
Il compagno Cupini che è con noi ci racconta come sono andate le cose. È un vecchio operaio della Chimica Aniene, parla un cadenzato dialetto romanesco. È stato il primo a sapere la notizia e per due giorni ha lasciato l’officina ed è stato nel vallone del massacro. Alle quattro del pomeriggio di martedì cominciarono a scavare: praticarono un’apertura laterale per non danneggiare le salme.
La sera seguente le salme furono composte nelle bare. I familiari chinarono il loro viso sui poveri resti, scrutarono i brandelli degli abiti, le scarpe consunte, un portafogli. Due delle vittime all’ultimo istante avevano trovato la forza di stringersi in un abbraccio.
Quante persone sono venute a visitare le salme? “Più di mille”, ci risponde il compagno “Ma quando abbiamo trasportato le salme c’era la gente di tutte le borgate ad accompagnarle. Sulla piazza di Pietralata abbiamo fermato le bare dinanzi alla lapide in cui si parla dell’assassinio”. Volgiamo in giro lo sguardo: il forte di Pietralata si staglia sull’orizzonte arrossato. È una grossa fabbrica a quadrilatero, accanto è la torre di un silos. Lì fu condotto il ragazzo scampato dal massacro: prima lo portarono a lungo in giro per fargli perdere traccia del luogo. “È un ragazzo un po’ stordito; lo picchiavano molto in Germania. Ieri lo hanno interrogato i carabinieri per sapere bene come sono andate le cose”.
Segniamo di malavoglia sul taccuino le notizie che dovranno apparire nella cronaca. Preferiremmo sederci e ricordare col compagno i tempi in cui ci siamo conosciuti, in una fabbrica diroccata di Portonaccio, quando si preparava lo sciopero del 3 Maggio contro i tedeschi.
Prima di allontanarci, diamo ancora un’occhiata. Domani intorno ad una grande buca macchiate di bianco, i bambini delle borgate torneranno a guardare attoniti, poi, da grandi, racconteranno agli altri, in termini nebulosi, dei massacri, dell’invasione, della lotta per la libertà. Sarà una memoria più certa e più duratura delle lapidi che gli uomini pongono. Anche se i nomi dei caduti saranno dimenticati e i segni della fossa si perderanno nella polvere dell’Agro.

**************************** 
Da “l’Unità” di giovedì 30 giugno 1945 – Cronaca di Roma
Il popolo chiede solenni onoranze per i martiri di Ponte Mammolo
Ieri mattina siamo andati all’obitorio a rendere ancora un saluto alle salme dai nove martiri popolani di Pietralata. Aspettiamo qualche minuto prima che un inserviente ci faccia passare al di là della porta a vetri su cui è scritto: “riconoscimento”.
L’inserviente ci accompagna in un corridoio buio e maleodorante dove sul pavimento, sono, in fila, le nove casse scoperchiate. Su ogni cassa, scritto a matita, si legge il nome della vittima. Una piccola bandiera rossa è poggiata su una delle casse, in cui si vedono, ancora ben conservate, le scarpe chiodate da contadino dell’ucciso. Quando usciamo, un operaio anziano che stava lì da molto tempo, forse dal giorno prima, ci avvicina e ci chiede che cosa si sarebbe fatto per suo fratello e per gli altri. Le persone che sono presenti intervengono nella discussione. L’inserviente ci spiega che anche il giorno prima i parenti si chiedevano che cosa le autorità avrebbero fatto per i loro cari. Una donna dice che non basta lo slancio e la solidarietà della gente di Portonaccio e di Tiburtino III. Dice che le Autorità devono interpretare il sentimento del popolo romano, per i suoi primi morti, in quell’ancora così vivo e vicino ottobre 1943, promuovendo solenni onoranze per le vittime. Noi appoggiamo incondizionatamente questa proposta, certi, d’altra parte, che il Comune ed il Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale vorranno prendere iniziative in tal senso.

Una risposta a “Carlo Scarinci – IL MASSACRO DI PONTE MAMMOLO

  1. Pingback: 23 ottobre 1943 Pietralata – Roma | STORIE DIMENTICATE

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...