G.I. – C’è un cadavere in salotto (racconto, 1979)

Non c’è modo peggiore di iniziare la giornata che essere strappati ai propri sogni dallo stridulo suono della sveglia. E’ quello che mi succede tutti i giorni dell’anno, tranne naturalmente le domeniche e i trenta sospiratissimi giorni di ferie. Per sopravvivere a tanta violenza giornaliera seguo un rituale immutabile, che mi permette un passaggio graduale dalla primitiva condizione di sonnambulismo comatoso a una quasi accettabile stato di semicoscienza. Così, immancabilmente, infilo ciabatte e accappatoio, accendo il sigaro, metto la caffettiera sul gas, vado in bagno, mi peso, mi verso il caffè e esco in terrazza a passeggiare fra le mie benamate piante. Quella mattina, tuttavia, il rituale subì una brusca interruzione, e mi trovai tutto a un tratto ben sveglio.
“Pupa!” gorgogliai.
Mia moglie si chiama Maria Antonietta, ma non me ne ricordo mai. “Pupa!!!”
“Che hai combinato ora?” disse mia moglie affacciandosi sonnacchiosa alla porta della camera da letto.
“C’è un cadavere in salotto” dissi io.
“Non strillare così, a quest’ora del mattino…. Cosa hai detto?”
“Ho detto.. .c’è un… ca… ca… oddio! C’è davvero!”
Ci buttammo l’una nelle braccia dell’altro e restammo a lungo così, senza avere il coraggio di muoverci. Poi, prima l’una e poi l’altro, cominciammo a sbirciare verso il divano proprio di fronte a noi. Anche alla luce incerta che filtrava dalle serrande semisollevate, era tuttavia inevitabilmente e indubbiamente un corpo umano quello che se ne stava tranquillo e indifferente -molto tranquillo molto indifferente- in posizione seduta, un po’ curvo in avanti, con la testa bassa e le mani appoggiate sulle ginocchia, e il manico di un coltello da cucina sporgente dalla schiena.
“Fa qualcosa” disse mia moglie.
“Faccio qualcosa” dissi io.
Ma che si fa quando uno si sveglia la mattina e si trova un cadavere in salotto? Intanto, stirandosi pigramente, Lara -la nostra cagnolina- si avvicinò ai piedi dello sconosciuto e, dopo una annusata indifferente, si andò ad acciambellare sull’altro divano.
“Che diavolo fa quel cane idiota” sbottai io “possibile che un qualsiasi cadavere passeggi tutta la notte per casa nostra e lei nemmeno se ne accorga?”
“Tu sei buono solo a prendertela con quella povera bestiola innocente… E non parlare di cadaveri che girano per casa, mi fai venire i brividi. Queste cose non succedono”
“Ah, no? E allora quello cos’è?” urlai io; e d’un tratto mi resi conto che tutta quella storia pazzesca stava succedendo davvero.
C’era veramente un cadavere in salotto, comodo come se fosse stato in visita, nel nostro normalissimo appartamentino al secondo piano di un palazzone alla periferia di Roma.
“Tesoro” ripresi “cerchiamo di non litigare. Siamo in un bel guaio”
“Questo è certo” disse mia moglie, ancora sulle sue “Ma, caro, come sarà arrivato qui? Ieri sera non c’era”
“Ne sei sicura? Voglio dire, certo, so benissimo che ieri sera non c’era. Dunque, in qualche modo, è entrato stanotte e si è fatto ammazzare”
“A me non sembra che sia andata così”
“No ?”
“No. Se l’avessero accoltellato qui, ci sarebbe un lago di sangue”
Io e mia moglie siamo accaniti lettori di gialli e di certe cose ne sappiamo parecchio. Ci avvicinammo al morto. Io provai a sollevargli un braccio, ma questo non si mosse.
“Il rigor mortis…” incominciai.
“Anzi, dirò di più” mi interruppe mia moglie “Non è stata quella coltellata ad ucciderlo”
“E questo come lo capisci?”
“Guarda la lama” disse, estraendo il coltello dalla ferita “non c’è traccia di sangue: il colpo è stato vibrato dopo la morte”
“Il rigor mortis” ripresi io “dimostra che è stato ucciso nove o dieci ore fa”
“E la coltellata può essere stata data da quel momento fino a quattro o cinque ore prima di adesso” proseguì lei.
“E ora che sappiamo tutte queste cose” dissi io “chiamiamo il 113”
“Aspetta un momento” disse pensosamente mia moglie.
Aveva uno sguardo che non mi piaceva affatto sul tipo di quello che ha quan­do sono a dieta e lei sospetta che mangiucchi qualcosa di nascosto.
“Aspetta un momento. Intanto cerchiamo di capire da dove sono passati”
“Sono passati chi?” chiesi io.
“Ma gli assassini, chi altri? Dovevano essere almeno in due per trasportare il cadavere e sistemarlo sul divano, non ti pare?”
“E da dove sono passati, secondo te?”
Intanto mi ero avvicinato alla porta di ingresso, regolarmente chiusa a quadrupla mandata e con la chiave infilata dall’interno.
“Dalla porta, no di sicuro”
“E allora da una finestra, naturalmente. Ti sarai scordato un’altra volta un cancelletto aperto…”
“Mi sembrava che non fosse colpa mia…” protestai.
Comunque mi mossi per verificare. Non ci volle molto. La nostra casa, al secondo piano dalla strada, è circondata su tre lati da un terrazzo, su cui si aprono cinque porte finestre, ognuna delle quali è naturalmente, visti i tempi, protetta da un cancelletto con serratura di sicurezza. Nel salone e in cucina le finestre erano aperte, con le serrande se­miabbassate, ma i cancelletti erano ben chiusi, e a chiave.
“E allora” dissi io “da dove è venuto il nostro ospite? E comunque come ha fatto a salire per due piani? Con una scala da pompieri?”
“Forse non è salito affatto”
Lo sguardo di mia moglie continuava a non piacermi.
“Se venivano da casa sua, bastava scavalcare il muretto di divisione delle terrazze”
“Da casa sua! Vuoi forse dire che sai chi è?”
“Ma certo. E’ il signor Bombini, il nostro vicino di casa”
Adesso che lo vedevo in piena luce, dovevo riconoscere che mia moglie aveva, come al solito, ragione. Era proprio il signor Bombini, con la sua testa pelata e l’immancabile vestito grigio. Non che lo conoscessi molto bene, ma capitava ogni tanto di incontrarci e di scambiare un saluto sul pianerottolo.
“E’ proprio il signor Bombini” dissi stupefatto “quello sposato con la rossa prosperosa”
“A parte il fatto che la moglie ha i capelli tinti ed è grassa, non prosperosa come dici tu, è proprio lui. Ti ricordi che quando li hai visti la prima volta hai pensato che fossero padre e figlia e non marito e moglie? In effetti” continuò “c’era una certa differenza di età, anche se lei non è così giovane come vuol far credere. E poi” mi bloccò di nuovo “sai che in giro si dice che abbia un amante? Ma che fai?”
“Telefono al 113”
“Ma sei matto?”
“Che si fa quando si trova un cadavere? Si telefona alla polizia, no?”
“Anche quando lo si trova nel proprio salotto e in circostanze sospette?”
“Quali circostanze sospette?” dissi io, lasciando cadere la cornetta.
“Ma ragiona un momentino! Abbiamo un cadavere in salotto, marito di una rossa compiacente vicina di casa, nessuno sa come può essere entrato… che penserebbe la polizia? Te lo dico io, che penserebbe. Che tu sei l’amico della rossa, che tu l’hai fatto entrare con una scusa, e che tu l’hai ammazzato sul nostro divano!”
“Io! …ma non posso averlo ammazzato sul divano, lo hai detto tu… non c’è sangue…”
“I poliziotti. non leggono mica i libri gialli, e poi potresti averlo ammazzato in qualche altro modo e poi accoltellato per confondere le idee… come hanno fatto loro”
“Ma io non sono stato!”
“E se la polizia non ti credesse?”
“E allora che facciamo? Non posso bussare alla porta accanto e dire: signora, le dispiacerebbe venirsi a riprendere suo marito, sta di là sul mio divano, è appena un po’ cadavere…”
“Un momento, un momento, ci sono. Non può essere stata che lei”
“Lei, chi?” dissi io, che cominciavo a sentirmi come il coro di una tragedia greca.
“Lei, sua moglie… poi, con l’aiuto dell’amico lo hanno portato qui”
“Certo” dissi io ironico “e sono passati attraverso il muro”
“ Io so benissimo da dove sono passati, e anzi questa è proprio la prova… Zitto!” esclamò improvvisamente.
Io, che non avevo neanche provato ad aprire bocca, trattenni il fiato. Nel silenzio improvviso si sentì come un lamento lontano, come un suono di sirena, no, anzi proprio un suono di sirena che aumentò paurosamente, e poi uno stridio di freni sotto le nostre finestre e lo sbattere di due portiere.
“La polizia” disse mia moglie.
“La polizia” dissi io.
“Vengono qui. Presto, dobbiamo nascondere il signor Bombini”
Passi pesanti salivano le scale.
“Sì, ma dove?”
Mi guardai intorno disperato. In un giallo che si rispetti le case traboccano di grandi cassapanche, di armadi profondissimi, di passaggi segreti o almeno di antichi portavivande. Ma in casa nostra i mobili sono bassi, gli armadi piccolissimi e strapieni di roba. Noi non abbiamo neanche uno sgabuzzino, e se lo avessimo sarebbe così pieno da impicci da non potervi nascondere neanche il cadavere di un gatto, figuriamoci il signor Bombini. Bussarono alla porta.
“Il bagnetto di servizio” sussurrò mia moglie.
Afferrai il signor Bombini sotto le ascelle, mia moglie lo prese per i piedi e lo trascinammo nel bagnetto.
Bussarono di nuovo.
“Un momento, vengo” disse mia moglie.
Accomodammo il signor Bombini sulla tazza -non c’era altro posto dove potesse star seduto- poi io, con un colpo di genio, gli slacciai la cintura e gli abbassai i pantaloni.
Mia moglie intanto aveva aperto la porta. Due poliziotti in divisa si precipitarono dentro.
“Dov’è?” disse il più anziano.
“Dov’è chi?” risposi io, innocente.
“Il morto” disse lui.
“Quale morto?” disse mia moglie.
I due poliziotti si guardarono imbarazzati, poi il più anziano si spinse il berretto indietro scoprendo un pezzetto di fronte.
“Rincominciamo da capo” fece “Questo è viale Togliatti 161, giusto?”
“Giusto” dicemmo all’unisono io e mia moglie.
“L’appartamento al secondo piano, giusto?”
“Giusto” replicammo.
“L’interno 2, giusto?”
“Giusto”
“E allora” allargò le braccia e fece un gran sospiro “dov’è il morto?”
“Quale morto? dissi io che cominciavo a prenderci gusto.
Il malcapitato poliziotto divenne tutto rosso e si guardò intorno in cerca di aiuto. Il poliziotto più giovane si fece avanti a sua volta. Tolse di tasca un taccuino, lo sfogliò velocemente, poi ricominciò più lentamente e infine si fermò alla pagina che cercava.
“Comunicazione di servizio numero 139” lesse con una vocetta da adolescente “recarsi immediatamente in viale Palmiro Togliatti 161, piano secondo interno 2. E’ stata segnalata la presenza di un morto. Fare immediato rapporto. Comprare due etti di mortadella e tre panini” divenne tutto rosso anche lui “No, questo non c’entra. Comunque avete capito. La Centrale dice che qui c’è un morto”
“La Centrale vi ha preso in giro o qualcosa di simile” disse mia moglie “Qui di morti non ce ne sono mai stati”
I due poliziotti si guardarono sconvolti.
“Volete dire che qui non c’è nessun morto?”
“Proprio così”
“Neanche qualcuno che si sente male?”
“Neanche”
Il poliziotto più anziano gonfiò le gote.
“Lo sapete che è reato fare una falsa denuncia?”
“Ma, signor ispettore” disse dolcemente mia moglie “le pare che noi siamo tipi da far venire la polizia a casa nostra così per ridere?”
“Io sono brigadiere, signora” disse il poliziotto visibilmente lusingato “E mi sa proprio che avete ragione voi. Ma se pigliamo chi fa questi scherzi…”
“Oh, li prenderete di certo” disse mia moglie. “Basta mettere sotto controllo il telefono…”
“Lei vuol mettere sotto controllo il 113? Ma, signora… Beh, non importa. Sarà meglio andare a fare rapporto”
I due si avviarono verso la porta.
A quel punto il sollievo per lo scampato pericolo mi prese la mano.
“Già che siete qui, perché non date un’occhiata a tutta la casa per essere sicuri… Ahi!” dissi, massaggiandomi il braccio dove mia moglie mi aveva ferocemente pizzicato.
“Il brigadiere non esitò un istante.
“Ma sicuro, con il suo permesso. Vieni” disse al poliziotto più giovane “diamo un’occhiata in giro e bada di non fare danni”
“Guardarono coscienziosamente in giro mentre io sentivo gli occhi di Maria Antonietta che mi trivellavano la schiena. Poi avvenne l’inevitabile.
“Che c’è dietro questa porta?” chiese il poliziotto con la voce tenorile.
“Quale porta?” dissi io, guardandomi intorno con aria sorpresa.
“Questa porta” disse lui, indicando la porta del bagnetto.
“Caro, l’agente vuol sapere che cosa c’è dietro quella porta” disse mia moglie con terrificante dolcezza.
“Ah, quella porta! Non saprei, io…”
Il poliziotto aprì la porta e ficcò dentro la testa. Io trattenni il fiato. Maria Antonietta mi si aggrappò al braccio.
“Ah, pardon” disse il poliziotto richiudendo la porta; e a noi: “Chi è quel signore?”
“Un amico” dissi io.
“Mio zio” disse mia moglie.
Ci scambiammo uno sguardo di puro odio.
“Un vecchio amico di famiglia” ripresi “che mia moglie conosce da piccola e lo ha sempre chiamato zio. In realtà…”
A queste punto mi accorsi che i due poliziotti non mi stavano a sentire per niente e mi fermai.
“E’ dispeptico” disse mia moglie.
“Anch’io ho una zia con un caratteraccio” ci consolò il poliziotto più anziano “Beh, qui non c’è nessun morto, ce ne possiamo pure andare” concluse “Arrivederci e scusate”
La porta si chiuse alle loro spalle. Sentimmo passi pesanti scendere le scale, poi lo sbattere di due portiere, lo stridio delle gomme e il suono della sirena che si allontanava, si allontanava…, e allora scoppiammo a ridere come matti, senza poterci frenare.
“Caro” disse Maria Antonietta con le lacrime che le colavano lungo le guance “caro, non mi sembra bello che ce ne stiamo a ridere così… in fin dei conti dovremmo avere un po’ di rispetto. In questa casa c’è un morto…”
“Quale morto?” dissi io, e giù a ridere di nuovo, finché ci accorgemmo che in tutta quell’allegria c’era forse un pizzico di isterismo.
“Andiamo a prendere il signor Bombini” disse mia moglie.
“Lasciamolo dov’è” dissi io.
“Non mi sembra corretto… almeno sistemagli i pantaloni…”
In quel momento suonarono di nuovo alla porta.
“Chi può essere, a quest’ora?”
“Come faccio a saperlo, se non apri?” rispose lei con una certa logica.
“Ti sembra il caso di aprire? E se fossero gli assassini…”
“Certo, vengono a riprendersi il cadavere e a chiedere scusa per il disturbo. Apri!”
Suonarono di nuovo. Aprii.
Naturalmente era lei, la rossa e prosperosa moglie, anzi la vedova, del signor Bombini. Mi sentivo un po’ imbarazzate, in ciabatte e accappatoio e con il cadavere del marito nascoste nel bagno. Maria Antonietta invece, del tutto a suo agio, prese il tono mielato che usa con le persone che detesta.
“Cara signora Bombini, ma che bella sorpresa! Non stia lì sulla porta, si accomodi, si accomodi”
“Grazie” disse la rossa “non vorrei disturbare. Ho sentito delle voci altrimenti non mi sarei permessa di suonare a quest’ora. Sono venuta chiedere un po’ di zucchero… sono così distratta…”
“Ma non lo dica neppure, è un piacere per noi. Vero, caro?”
“Ma certo” dissi io.
“Venga, si segga un momentino” disse mia moglie pilotandola verso il divano dove avevamo trovato il signor Bombini.
La rossa spalancò un po’ troppo gli occhi, fece per sedersi, poi esitò e infine si trasse indietro.
“No, preferisco stare in piedi” disse.
Ci guardammo tutti e tre.
“In realtà” riprese la nostra vicina “non ho bisogno di zucchero, ma di un consiglio. Non so cosa fare. Vedete, questa notte mio marito non è tornato a casa”
“Lo sapevamo” dissi io, ricevendo un immediato calcio negli stinchi.
“Ahi! Voglio dire che ci dispiace molto”
“Ha avvertito la polizia?” disse mia moglie.
“Proprio per questo ho bisogno di un consiglio. Vedete, da tempo sospetto che mio marito… mi tradisca”
“Ma non può essere!” esclamai io.
“Grazie” disse pudicamente la vedova “ma purtroppo… E se fosse così e io gli mandassi dietro la polizia… se sapeste che caratteraccio ha… potrebbe… potrebbe perfino…”
“Ficcarle un coltello nella schiena?” disse dolcemente mia moglie.
La signora Bombini ebbe un brivido.
“Forse” sussurrò “D’altra parte… potrebbe aver avuto un incidente, un litigio con qualcuno… non so davvero cosa fare”
“Forse la cosa migliore è aspettare ancora un po’ e poi, se non tornasse, denunciare la scomparsa” disse mia moglie.
“Farò così” disse la vedova Bombini.
“Ma non dovrebbe stare tutta sola in casa con questa pena. Non ha un amico” la rossa sobbalzò “volevo dire un’amica, una parente che le possa tenere compagnia?”
“Non conosco nessuno, a Roma” disse lei “ma non importa, sono abituata a stare sola”
Si avviò alla porta guardandosi intorno con aria esitante. Poi ringraziò di nuovo e uscì.
“E’ lei, non c’è dubbio” disse mia moglie.
“Certo” confermai io “è proprio la signora Bombini”
“E’ lei l’assassina, cretino” disse mia moglie.
“Oh!”
“Hai notato come ha reagito alle parole chiave?”
“Ma certo”
“E poi non c’era ragione di venirci a raccontare tutti i fatti suoi. Voleva solo sapere che ne avevano fatto del cadavere. Scommetto che è stata lei a mandarci la polizia”
Però non sappiamo ancora come ha fatto il signor Bombini a finire qui” dissi io “e non abbiamo nessuna prova concreta contro di lei”
“Ti ho già detto che io so come hanno fatto entrare il cadavere”
“Davvero?” dissi io.
“Davvero. Basta pensarci un attimo. Su questo piano abbiamo tutti le porte finestre, no? E non pensi che la chiave dei cancelletti della nostra vicina possa aprire anche i nostri? In fin dei conti queste case sono fatte in serie”
“Proprio così, e mi sembra di ricordare che ci abbiano detto qualcosa di simile, quando siamo arrivati…”
“E questa è anche la prova che è stata lei: nessun altro aveva la chiave!”
“Mia cara, sei un fenomeno” dissi, sinceramente ammirato “Ma perché l’ha fatto?”
“Avrà avuto le sue ragioni”
“Non dicevo quello. Non mi interessa perché lo ha ammazzato. Perché lo ha portato in casa nostra?”
“Mi sembra un’ottima idea dal suo punto di vista. Tu, se ti capitasse di ammazzare qualcuno qui a casa, come ti libereresti del cadavere?”
“Ma… non saprei…”
Nei libri gialli i cadaveri sono facili da far sparire. Ma nella realtà è difficile avere sotto mano una vasca di acido solforico o fare a pezzi un corpo, o avvolgerlo in un tappeto e trasportarlo nel portabagagli della macchina (immaginatevi un cadavere nel portabagagli della mia 126!) per andarlo a buttare in una palude o qualcosa di simile. Nella realtà, c’è gente dapertutto, ci sono bambini impiccionì, cani curiosi… e non ci sono paludi.
“Non saprei proprio” conclusi.
“E invece lei lo sapeva. Così ora il problema è nostro: se chiamiamo la polizia saremo i primi ad essere sospettati se invece lo nascondiamo da qualche parte lei può tranquillamente recitare il ruolo della povera moglie abbandonata…”
“Insomma siamo nei guai”
“Ma nient’affatto” disse mia moglie “Ho un’idea”
L’idea di mia moglie era semplice, tanto semplice che non riuscii a smontarla in nessun modo pure con un sacco di tempo per discutere. Perché in effetti, di tempo a disposizione per discutere ne avemmo anche troppo, l’intera giornata e buona parte della notte successiva. L’idea di mia moglie, infatti, richiedeva l’oscurità più completa e la ragionevole certezza di non essere né visti né sentiti da nessuno, e consisteva semplicemente nel riportare il signor Bombini a casa sua, seguendo all’inverso la stessa strada che aveva fatto per venire da noi.
Così, quando la notte fu abbastanza fonda e tutti i rumori della città furono cessati, io, mia moglie, il signor Bambini e la nostra cagnetta uscimmo quatti quatti sulla terrazza e ci apprestammo a quella impresa pazzesca. Naturalmente -come ho già detto, conosciamo tutti i trucchi- avevamo prima telefonato alla nostra vicina con l’idea di mandarla con un falso messaggio in qualche ospedale dall’altra parte della città. Non aveva risposto nessuno, e ne avevamo dedotto che doveva essere andata a raggiungere il suo amico, il che significava che avremmo avuto campo libero per tutta la notte.
Non vi sto a raccontare in tutti i particolari disgustosi quello che passammo per mettere in atto il piano di mia moglie. Basterà dire che il muretto di separazione, alto un metro e mezzo, sembrava diventato più o meno l’Himalaya, per non parlare del signor Bambini che, così piegato in due, aveva la tendenza a rotolare da tutte le parti. Aggiungete che dalla nostra parte il muretto è coperto di rose rampicanti e le rose -come dice sempre mia moglie- sono piante stupide e anche permalose, e comunque forse non gradivano di essere svegliate: fatto sta che scavalcare quel muretto, anche con l’aiuto di una scala, fu come passare all’interno di un alveare. Né le cose andarono meglio dall’altra parte, perché andai a cadere su quello che mi sembrò un allevamento di porcospini arrabbiati e che poi risultò essere una yucca, la più maligna delle piante. E poi non successe altro, a parte il fatto che il signor Bombini, rovinandomi addosso dall’alto del muretto mi costrinse a rinnovare la conoscenza intima appena fatta con la yucca e che sul più bello Lara, quella che non si era accorta di due assassini e di un cadavere a spasso dentro casa la notte precedente, decise che era venuto il momento di partecipare al gioco e cominciò ad abbaiare come una muta di setter quando stanano una volpe. Decidemmo in seguito che le persone dei piani superiori o erano tutte sorde, o avevano imparato dai telefilm americani a farsi i fatti propri: comunque nessuno si affacciò a chiederci che cosa stessimo facendo.
Dopo che mia moglie, che era passata miracolosamente incolume in mezzo a tutte quelle malefiche trappole, ebbe aperto con aria trionfante il cancelletto della vicina con la nostra chiave, tirammo su la serranda, facemmo ruzzolare il signor Bombini dentro la sua casa, lo sistemammo in una poltrona del soggiorno e gli rimettemmo il coltello nella ferita sulla schiena.
A questo punto ci accorgemmo che la vedova, dopotutto, non era uscita di casa. Dalla soglia di una porta, infatti, si allargava una lama di luce e si sentiva come un parlottio confuso, mischiato ad un cigolio sempre più veloce, che alla fine esplose in un grido: “Sì! Sì! Siiiii!”
“Dio mio” dissi io.
“La porca” disse mia moglie.
“Cioè?” chiesi interdetto.
“Ha staccato il telefono e se ne sta tranquilla a fare l’amore con il suo complice. Non sa che bella sorpresa l’aspetta”
Era buio, ma sono sicuro che gli occhi di mia moglie erano illuminati da una luce gelida.
Così ce ne tornammo a casa nostra, ansimanti, graffiati e acciaccati, ma felici. Mi buttai a sedere sul divano, un po’ curvo in avanti, con la testa bassa e le mani appoggiate sulle ginocchia.
“Ahhh!” disse mia moglie.
“Che c’è ancora?” dissi io.
“Non ti sedere così! Sembri lui”
“Lui chi”
“Il signor Bombini”
“Mammamia” feci io.
“Beh, cosa aspetti?”
“Che aspetto?”
“Telefona al 113
“Io?”
“Ma certo. Fa il tuo dovere di bravo cittadino, e sistemiamo quella là”
Fu così che una mezz’ora più tardi sentimmo suonare alla porta -erano circa le tre del mattino- e si presentarono gli stessi due poliziotti del giorno prima.
“Dov’è il morto?” disse quello più anziano.
“Quale morto?” dissi io.
“Siete ancora voi” ringhiò lui.
“L’appartamento di fronte, ispettore” cinguettò mia moglie.
“In effetti questa volta la comunicazione dice interno 1” intervenne il poliziotto giovane.
“Ah! disse quello più anziano”
“Di niente” dissi io.
E chiusi la porta.
Sentimmo suonare all’appartamento di fronte, poi un urlo di donna, un tafferuglio, delle grida, uno sparo. Dopo un po’ cominciarono ad arrivare altre macchine a sirene spiegate.
Tutta la strada si animava, le finestre si aprivano, la gente affacciata si interrogava da un balcone all’altro.
Io, mia moglie e il cane ce ne andammo a dormire.

(1979)

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