G.I.: Un ricordo di Rosario Bentivegna. Perché lo abbiamo amato, perché lo ricordiamo

Negata la sepoltura nel Cimitero acattolico di Testaccio a Rosario Bentivegna e Carla Capponi

Mi sono iscritto al partito comunista nel ’59 alla sezione Ludovisi, di cui Sasà era il segretario. Fu lui uno dei due garanti per la mia iscrizione, cosa di cui mi sono sempre vantato.
Era un periodo di grande fermento politico, dopo il XX congresso del PCUS, il partito impegnato alla costruzione di una via italiana al socialismo. Un periodo di grandi lotte operaie e un inizio dei movimenti studenteschi.
Poi, nel ’60, il governo Tambroni con i voti dei fascisti. La nostra risposta cominciò da Genova (i ragazzi con le magliette a righe) presto la lotta divampò per tutto il Paese, scontri violenti con la polizia Di Scelba. Ci furono morti, a Avola, a Reggio Emilia. Alla fine Tambronifu costretto alle dimissioni.
La Ludovisi era una delle più attive sezioni di Roma, anche per il carisma del suo segretario. Le nostre assemblee erano sempre affollate soprattutto di giovani, alcuni giovanissimi: eravamo convinti di sapere tutto e di tutto volevamo discutere.
Sasà aveva la straordinaria capacità di essere uno di noi e contemporaneamente una guida, un maestro: guidava le discussioni, spiegava, interloquiva, a volte si incazzava, specialmente con me.
Sasà amendoliano sia pure atipico, io affascinato da Ingrao: ci scontravamo spesso (abbiamo continuato a discutere per tutta la vita, ogni volta che ci incontravamo, purtroppo nel tempo sempre più di rado). Questo non ha mai diminuito il mio rispetto e la mia ammirazione per lui , né il suo affetto per me. Lui è stato e ha continuato ad esser il mio maestro. Io, uno dei suoi ragazzi. Perché questo era il PCI: il legame ideale che univa i compagni era molto più forte delle contrapposizioni su singoli argomenti: la prospettiva comune, il solo interesse era per tutti la costruzione di un mondo nuovo.
Si è tanto parlato nel bene e nel male della “diversità” dei comunisti: io rivendico con fierezza quella diversità (etica, culturale, politica) che oggi abbiamo buttato via.
Ma parlavamo di Sasà.
Sasà era un grande affabulatore. Voglio raccontare un episodio, piccolo ma significativo che risale a quegli anni. Eravamo usciti di sera ad attaccare manifesti, disperdendoci per le strade del quartiere. Sasà e io eravamo rimasti soli, e a un tratto ci si avvicinarono tre ragazzotti con l’aria bellicosa che, dichiarandosi fascisti, non mostravano di apprezzare quello che stavamo facendo. Io già mi preparavo a uno scontro fisico (fatto abbastanza usuale in quegli anni) e mi veniva da ridere all’idea che Sasà, che di fascisti veri ne aveva affrontati tanti e con le armi in pugno, dovesse ora vedersela con questi bulletti che probabilmente non sapevano neppure che cosa fosse il fascismo. Sasà mi fermò con un gesto e cominciò tranquillamente a parlare. Parlava di ideali e di giustizia, di lavoro e di cultura, del governo e delle lotte operaie. I tre ragazzotti all’inizio provarono a replicare, poi a poco a poco rimasero affascinati ad ascoltare. Poi se ne andarono. Uno di loro qualche giorno dopo venne in sezione e per un po’ di tempo partecipò alle nostre assemblee.
Sasà era un grande uomo, era un grande compagno, era, forse senza volerlo, un grande maestro di vita.
L’insegnamento che mi ha lasciato, che ci ha lasciato, è soprattutto il suo grande amore per la libertà nella piena accezione del termine: libertà dall’oppressione, certo, ma anche libertà dall’ignoranza, libertà dalla miseria, libertà dalle superstizioni, libertà dalle menzogne.
A questi valori ha ispirato tutta la sua vita, dalla lotta armata contro il nazi-fascismo (“per dignità, non per odio” ricordate?) alla sua attività politica, a quella professionale, alle sue appassionate ricerche storiografiche.
Permettetemi, prima di chiudere, una amara riflessione: uomini come Sasà, alcuni più noti di lui, moltissimi rimasti sconosciuti, con la loro scelta hanno liberato l’Italia dalla miseria fascista, molti pagando con la vita, con la galera, con l’esilio il loro atto d’amore per le future generazioni, regalandoci la speranza di un paese libero e vivo.
Che abbiamo fatto di questo dono? Che lasciamo ai nostri figli, ai nostri nipoti? Abbiamo permesso che i valori della Resistenza, i valori della nostra Costituzione fossero sporcati e immiseriti da una trista genia di gente senza valore, senza cultura, senza amore. Abbiamo permesso il rinascere di un fascismo peggiore di quello mussoliniano, capace di corrompere le coscienze e di intorbidire le menti e questa corruzione, questo fango è anche in mezzo a noi.
Voglio chiudere prendendo in prestito un’altra virtù di Sasà: la sua grande fiducia nei giovani e nel futuro dell’umanità. Per questo non posso e non voglio credere che il seme piantato tanti anni fa da uomini e donne come Sasà sia andato perso per sempre: verrà pure, ne sono certo, una primavera che lo farà fiorire.

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