Ivana Musiani – Anche le porte vanno in paradiso

Tratto, per gentile concessione anche le portedell’autrice, da “Anche le porte vanno in Paradiso” ed. Edimond 2004

Ho finito per convincermi d’essere una porta solo perché tutti non fanno che ripeterlo, ma io continuo ad avere i miei dubbi, e neanche l’esistenza d’un portiere ha dissipato le mie infinite perplessità al riguardo. Intanto, trovo molto da ridire sulla sua divisa. Niente da eccepire sul fatto che non si tolga mai i guanti, anzi, sono un segno di distinzione, fanno tanto quartieri alti (anche se attorno a me non scorgo palazzi), ma perché debbono essere proprio neri, e così esageratamente imbottiti? Oltre tutto, mai che indossi una giacca! E meno ancora la camicia: solo magliette. C’è poi un altro particolare, che mi vergogno molto a riferire: lui, il portiere, è sempre a gambe scoperte. Insomma, viene al lavoro praticamente in mutande. Ed è anche uno sfaticato. Si presenta qui soltanto una volta alla settimana, curiosamente di domenica, quando tutti gli altri suoi colleghi chiudono il portone e se ne vanno per i fatti loro. Cosa che del resto fa anche lui, dopo appena tre quarti d’ora che ha preso servizio. E’ pur vero che poco dopo viene sostituito da un altro portiere, sempre inguantato ed in mutande, però anch’egli alza i tacchi dopo aver prestato servizio per soli esattissimi 45 minuti (l’ho cronometrato più volte).
Mi accorgo che sto perdendo il filo: non era mia intenzione entrare nel merito della professione di portiere, anche se alcuni anomali comportamenti dei due addetti alla mia sorveglianza rafforzano quel mio sentirmi così poco una porta. C’è dell’altro. La mia struttura è del tutto priva di proporzioni armoniche, constando di due pali laterali alti 2 metri e 44 centimetri e d’un montante della lunghezza di ben 7 metri, come se in chissà quanti dovessero varcarmi nello stesso momento. Invece, tolto il portiere di turno, non si vede mai nessuno, con tutto che l’ingresso è libero, perché a quanto pare si sono dimenticati di applicarmi i battenti, e davvero non so proprio cosa aspettino a farlo. E’ pur vero che chiunque, una volta entrato, non andrebbe molto più in là, dal momento che sull’intero mio perimetro corre una rete saldamente fissata al terreno. Insomma, più che una porta, mi sembra d’essere nient’altro che lo scheletro d’una porta.
Forse le mie spiegazioni sono un po’ confuse, ma nella situazione in cui mi trovo è difficile rendersi conto di come vanno le cose. Per esempio, non è del tutto vero che nessuno cerca di attraversarmi. Ho scoperto che non sono soltanto i miei due portieri a prendere servizio la domenica: alcuni scalmanati, dieci per l’esattezza, anche loro vestiti come bagnini, fanno di tutto per mandare un pallone contro la mia rete. Un numero uguale di bagnini, con la maglietta d’un colore diverso, cerca di impedirglielo, ma quello che più di tutti contrasta l’entrata del pallone è il portiere di turno. Io ne sono sbalordita, mi sembra che il mondo vada girando a rovescio. Il compito del portiere, per quanto ne so, non dovrebbe esser quello di facilitare l’accesso? Onestamente, però, debbo ammettere che sono entrambi molto bravi nel tenere il pallone alla larga da me. Meno male, dico io, perché quelle poche volte che non gli riesce si gettano per terra e piangono. Molto imbarazzante. E altrettanto si comporta una metà dei bagnini. L’altra, invece, si dà all’esultanza più sfrenata.
Un giorno, spingendo lo sguardo più lontano, mi accorsi d’essere circondata da una specie di enorme catino su cui sedevano migliaia di persone, tutte molto agitate. Mi resi altresì conto che erano loro a scagliarmi addosso, senza ragione alcuna, i più disparati oggetti: tra questi, una volta, capitò anche un binocolo. Mi affrettati a raccoglierlo per rendermi meglio conto di com’era fatto lo strano mondo che mi stava intorno. Quale stupore mi colse quando vidi, proprio nella mia direzione, alla distanza di un centinaio di metri, una porta del tutto simile a me, anche lei senza battenti e con una rete alle spalle che ne impediva ogni accesso. Avevo dunque una sorella gemella! Ma non era tutto: accanto a lei, occupatissimo a tenere a bada il pallone che metà degli uomini in mutande cercava di infilare nella sua rete, si trovava il portiere che poco prima svolgeva le stesse mansioni dalle mie parti.
Una settimana più tardi ebbi la conferma che i due portieri facevano un turno prima da me e poi dalla mia sorella gemella. Ne approfittai per scriverle un biglietto, pregando il mio portiere temporaneo di recapitarglielo quando si fosse trasferito da lei. Rimase un po’ stupito, ma promise che avrebbe fatto la commissione.
Per la risposta dovetti attendere una settimana, ma ne valeva la pena: era una lettera molto lunga. La mia sorella gemella si disse meravigliata della mia grande ignoranza a proposito del gioco del calcio e delle mie funzioni all’interno di esso, ma poi, dopo avermi presa un po’ in giro, me ne descrisse diffusamente le regole. Venni così a sapere che quegli uomini in mutande costituivano due squadre, i cui principali intenti erano quelli di mandare il maggior numero di palloni dentro la porta avversaria. Quest’ultimo aggettivo, che riguardava anche me, mi seccò moltissimo: per natura, io non avverso nessuno.
Tuttavia ancora non riuscivo a capire la ragione di tutto quel darsi da fare intorno a un pallone, così le scrissi un nuovo bigliettino. Non l’avessi mai fatto! Alternando espressioni sdegnate ad altre di compatimento, la mia sorella gemella m’informò che il gioco del calcio veniva praticato in tutti i continenti e che intorno ad esso ruotava un giro d’affari di miliardi. Sarà stato pure vero, ma a me tutto quello che ne veniva erano i lividi procurati dal pallone quando sbatteva con violenza contro i miei pali. Almeno avessi saputo come schivarli!
Commisi l’errore di stendere per lettera queste mie considerazioni. La risposta che ne ebbi ribatteva che tra le mie mansioni c’era anche quella di scansarmi al momento opportuno, per far entrare il pallone in rete od anche impedirlo, a seconda delle circostanze. Questo naturalmente previo accordo con una delle due squadre, dietro compenso di denaro. Quale dolore fu il mio nell’apprendere che la mia sorella gemella, che io tenevo tanto in considerazione, era corrotta e tentava di trascinare anche me su quella china! Ora comprendevo il significato di certe oscure frasi che in passato mi erano state rivolte dai dirigenti delle due squadre! Ora soltanto mi rendevo conto di quel che volevano da me i tifosi quando mi gridavano: “Fatti più in là!”.
Col trascorrere delle domeniche mi accorsi che il comportamento degli spettatori non era diverso da quello dei giocatori: quando il pallone entrava o da me o da mia sorella, una metà piangeva e imprecava, mentre l’altra metà si abbracciava e saltava dalla gioia. Ma pazienza se si fossero limitati a questo. No, una metà di loro voleva morta l’altra metà, insieme naturalmente alla squadra avversaria.
A me questi comportamenti sembravano del tutto privi di coerenza. Se tutta quella gente amava così tanto il calcio, perché perseguiva con tanta ferocia (potrei riferire episodi terribili) l’annientamento della squadra avversaria? Se ciò si fosse verificato, la squadra superstite non avrebbe avuto più nessuno con cui giocare, con la conseguente cancellazione delle partite di calcio. Invece, se avessero avuto un po’ di discernimento, la cosa più sensata da farsi sarebbe stata quella di preoccuparsi della buona salute dell’altra squadra e di accudire amorevolmente i suoi giocatori, per esser certi della loro presenza in campo per tutto il campionato.
Misi al corrente la mia sorella gemella di queste mie considerazioni, ma non ne ebbi risposta: anzi, tutte le lettere che da allora le inviai mi ritornarono indietro intatte. Forse temeva di compromettersi, ma io ero così compresa della giustezza delle mie tesi che cominciai a predicare l’amore per la squadra avversaria con voce altissima, incessantemente, smettendo soltanto quando divenivo afona. Purtroppo, i tifosi non mi sentivano perché come al solito si sgolavano più di me. Ad ascoltarmi era solo il portiere di turno, ma era convinto che scherzassi.
C’erano però dei rari momenti in cui sul campo cadeva un silenzio assoluto, ed era quando uno dei giocatori si accingeva a battere un calcio di rigore. Io profittai di uno di questi momenti per esercitare il mio apostolato d’amore. Oramai ero diventata abbastanza esperta da sapere che da un calcio di rigore spesso dipendeva l’esito di tutta la partita: così, in quegli istanti in cui erano in migliaia a trattenere il respiro, la mia voce si alzò, vibrante e appassionata. Nessuno poté fare a meno di ascoltarla, ma alle mie parole fece seguito un boato terrificante, ancora più forte di quando veniva segnato un gol, ma in questo caso non si era verificato, perché il calciatore designato a realizzarlo era rimasto con la gamba paralizzata a mezz’aria per lo stupore.
Quel boato era rivolto contro di me. Subito dopo, i tifosi di entrambe le squadre si precipitarono sul campo, mi circondarono, mi abbatterono e mi fecero ferocemente a pezzi.
Per il dolore persi i sensi, ma poi, non so come, mi ritrovai insieme a tutti i miei frammenti molto in alto: da dov’ero, il campo da gioco sotto di me aveva le dimensioni d’una bacinella e i tifosi erano solo puntini scuri. Guardando più su, m’accorsi d’essere sovrastata da un altro campo da gioco. Immaginai che fosse l’immagine speculare di quello da cui ero stata così barbaramente espulsa, pervenuta oltre le nuvole per l’effetto di chissà quale rifrazione, ma dopo essere ancora salita mi resi conto che anche questo era un campo di calcio. Ma quale differenza! I giocatori erano tutti vestiti di svolazzanti camicioni bianchi lunghi sino ai piedi, altro che gli scandalosi giocatori in mutande che avevo conosciuto! Invece di correre scompostamente da tutte le parti, scontrandosi e ruzzolando per terra, come fino a quel momento avevo visto fare, questi si muovevano sull’erba con l’eleganza dei ballerini, sfiorando appena il terreno.
Anche i portieri erano tutti e due vestiti di bianco, ma in più avevano sulla schiena enormi ali, delle quali si servivano per respingere la palla con battiti gentili, altrimenti lo facevano con la punta delle dita. Quando una squadra realizzava un gol, era tutto uno scambio di congratulazioni da parte di quelli che lo avevano subito e di infinite scuse da parte di chi lo aveva messo a segno; mentre il pubblico, anch’esso biancovestito, invece di imprecare e lanciare oggetti contundenti ai giocatori, intonava un canto soavissimo che cominciava con queste parole: “L’importante è partecipare”. L’arbitro era un signore molto distinto, vestito come ai tempi della Belle Époque, con imponenti baffi a manubrio, che tutti trattavano con gran deferenza chiamandolo Signor Barone. Notai anche, con una certa sorpresa, che il campo era provvisto d’una sola porta.
Stavo giusto meravigliandomi di questa assenza (oramai ero diventata senza volerlo un’esperta), quando i giocatori si accorsero di me. Mi si affollarono tutti intorno con gridolini di contentezza, come se fossi stata attesa da chissà quanto tempo. In un batter d’occhio mi ritrovai ricomposta nella mia primitiva interezza, poi mi spruzzarono addosso il contenuto d’una bomboletta. Quando mi misero davanti a uno specchio non mi riconoscevo più: ero tutta bianca e luminescente, come l’altra porta che avevo intravisto. Poi mi sistemarono al posto di quella mancante: evidentemente quello della porta di calcio era il mio destino, solo che non c’era paragone con il mio stato precedente. Qui si giocava pulito, niente ricatti e niente minacce; la porta che mi stava di fronte mi mandava sempre baci e il pubblico, ogni volta che il pallone entrava nella mia rete, intonava compostamente il canto “L’importante è partecipare”. Il pallone era soffice e leggero, in quanto fatto di zucchero filato, come potevo constatare ogni volta che colpiva un mio palo. Non avevo tempo di annoiarmi, anche perché non smettevano mai di giocare: anzi, tutti avevano l’aria di voler giocare per l’eternità. Io ero così felice che mi sembrava di stare in Paradiso.

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