Ivana Musiani – Memorie di una bambina vecchia 5

La scuola
Appena ci trasferimmo da via degli Angeli a via La Castiglia, fuori porta Mazzini, la nonna mi iscrisse a un asilo privato tenuto dalla signorina Domenica (tutti la conoscevano così), in una strada non lontana da casa: era via dei Lamponi, che terminava in via degli Orti, che aveva una traversa che si chiamava via delle Fragole, dove c’era un cinema che cominciai presto a frequentare. La signorina Domenica era religiosissima, oltre ad avere un volto da santa, incorniciato da capelli bianchi che un tempo dovevano esser stati biondi, ordinatamente tirati all’indietro ma un poco sollevati, così da sembrare un’aureola. Aveva una raccolta inesauribile di santini che distribuiva generosamente. Io le avevo chiesto l’immagine di San Giovanni, perché mi avevano detto che il mio nome, proveniente dalla nonna slovena, aveva lo stesso significato. Rimasi molto delusa quando mi dette un santino con San Giovanni Bosco. Invece del Battista, che avevo visto in altre immagini con lunghi capelli neri e soltanto un lembo di stoffa nera sul corpo muscoloso mentre battezzava Gesù, mi ritrovai con il ritratto di un vecchio parroco. Quando ci parlava di Gesù o quando ci  faceva fare qualche esercizio di ginnastica, la signorina Domenica si metteva al centro dell’aula sotto una riproduzione in rilievo, di gesso colorato, del Cristo. Una volta ci disse che i suoi occhi ci seguivano con lo sguardo in qualunque punto dell’aula, metafora di quelli invisibili celesti che non smettevano di controllarci nel corso della nostra esistenza. Non so quanti giri abbia fatto  da quel momento, spostandomi dal centro dell’aula  a sinistra, a destra, di nuovo al centro, avanti, indietro, nella speranza di trovare una smentita alle parole della signorina Domenica, ma invano: l’occhio del Cristo era sempre sopra di me. Oltre ai racconti agiografici, la signorina Domenica ci insegnava a ricamare fiorellini a punto erba, con colori delicati: verde pastello, rosa, celeste, giallino.
La mia prima scuola si chiamava Clotilde Tambroni, in omaggio alla grecista, linguista e poetessa bolognese. La nonna mi ci accompagnò, preoccupatissima di lasciarmi sola in un ambiente nuovo e tra tanti bambini sconosciuti. Io invece ero tranquilla e curiosa, e mi divertii fin dal primo giorno. L’aula aveva grandi finestroni con tende a coulisse d’un bellissimo color ruggine, nessuno doveva averle più rimosse dal giorno dell’inaugurazione perché mostravano grandi tagli orizzontali dovuti all’usura del tempo. Ogni banco  aveva incorporato un calamaio smaltato, dove un giorno le bambine che stavano dietro di me, per vendicarsi del fatto che non stavo mai ferma, vi infilarono una delle mie lunghe trecce: così, non appena feci un movimento brusco, schizzai d’inchiostro i loro grembiuli bianchi.
La maestra delle mie prime tre classi elementari si chiamava Maria Minghini Presi. Eravamo in 45, classe mista, un bambino e una bambina in ogni banco: l’aveva voluto lei. Quando una bambina commetteva qualche errore grave, la maestra prendeva una mano della colpevole e la sbatteva ripetutamente sul banco, ma senza far troppo male. Se invece a incorrere nell’errore era un bambino, incaricata della punizione era la compagna di banco, che non si faceva scrupolo di sbatterla sul legno con quanta forza aveva.
Ogni giorno la maestra ci faceva un dettato, e noi dopo ne dovevamo estrarre il riassunto. Per me, invece, quei brani erano solo punti di partenza per riempire ogni volta una intero quaderno di considerazioni, aggiunte, chiose, fantasie. Lei non mi riprese mai. Quando feci lo stesso nella prima classe superiore, mi beccai un 2 secco.  E quando la nonna chiese un colloquio con la maestra Presi per sapere come doveva comportarsi con una bambina che leggeva tutto quello che si trovava in casa, le venne risposto di lasciarmi leggere tutto quello che volevo. Per la verità le preoccupazioni della nonna non erano del tutto infondate. Avevo sette anni quando m’imbattei nelle Mie prigioni. Trovai la vicenda appassionante, però  il finale mi deluse: ero convinta che alla fine Silvio Pellico avrebbe sposato Zanze, la figlia del carceriere, l’unica donna di tutto il romanzo. Altri libri di quel periodo: Anna Karenina, di cui mi dispiaceva che la protagonista avesse lasciato il marito per un altro uomo perché, dai discorsi che afferravo in giro, quello non era un comportamento serio; e ancora, La collana della Regina di Dumas, che rilessi più d’una volta per cercare di capirci qualcosa, ma senza venire a capo di tutto quell’imbroglio.
 Non so se la permissività della maestra Presi sarebbe arrivata anche a Teresa Raquin, se solo avesse saputo che il romanzo di Zola figurava nella biblioteca di casa. Per fortuna non rimasi molto impressionata da quella storiaccia, dove la Teresa, aiutata dall’amante, uccide il marito sotto gli occhi della suocera paralitica, che non solo non può muoversi ma neanche gridare. Io ero affascinata dalla copertina, che raffigurava tutti i protagonisti in atteggiamenti molto concitati e con gli occhi fuori dalla testa, specialmente la vittima. Lo scambiai per un poliziesco, di cui ero già allora appassionatissima. C’era anche la bibliotechina scolastica, da cui non facevo che attingere, restituire e riprendere Le memorie d’un asino, della contessa de Ségur, di cui mi piacevano soprattutto i numerosi disegni. Un altro libro che m’intrigava molto si svolgeva su una nave dove un tormentatissimo capitano aveva preso in ostaggio i superstiti di una nave affondata: non ricordo il titolo, ma doveva essere un succedaneo di Ventimila leghe sotto i mari di Verne. Alla fine il capitano riconosceva in uno degli ostaggi il proprio figlio perduto chissà dove e chissà quando, attraverso un interrogatorio che a me appariva alquanto ridicolo. Chiedeva il capitano: “Ricordi una fattoria di Provenza con una giovane coppia dove lui si chiamava Maturin e lei Maturine?” (ma che razza di nomi, pensavo), e lui: “Sì, oh si!”, e giù lacrime e abbracci da entrambe le parti. Anche questo libro era abbondantemente provvisto di figure, tra cui quella terrificante del tentacolo di una colossale piovra che acchiappava un povero marinaio sulla tolda della nave e se lo tirava giù negli abissi per pasteggiarci. Ma non era un caso: era la punizione inflitta dal capitano ai disobbedienti e ai traditori quella di collocare il reo di turno nel punto dove la piovra poteva più facilmente notare il boccone che le veniva offerto.
Ogni mattina le diverse classi si allineavano in un grande stanzone dove tutti cantavamo un inno di cui ricordo solo le prime strofe, “A te, o bell’Italia/vago giardin d’amor”, sulle note della marcia trionfale dell’Aida di Verdi, al termine del quale i capoclasse davano il segnale d’avvio alle aule alzando un braccio e pronunciando ad altissima voce: “Attenti a dest”. Quell’ordine avrei voluto darlo io, ma con mio grande dispiacere non fui mai capoclasse.
C’era una bambina che mi contendeva il titolo di prima della classe. Si chiamava Mariotti Lidia, e poiché era tra le più piccole, occupava la postazione privilegiata del banco centrale della prima fila, di fronte alla cattedra della maestra. Aveva i capelli raccolti in un’unica treccia che portava davanti sul petto, il suo grembiule era sempre in ordine, parlava a bassa voce, era gentile con tutti ma senza dare confidenza. Purtroppo io ero tutto il contrario, e per di più ero penalizzata dagli scarponi. Sempre per praticità e per evitarmi i geloni, la nonna mi aveva fatto confezionare un paio di scarponi, orribili a mio giudizio perché stringevano alle caviglie, esagerando la curva del tallone. Dello stesso parere doveva essere la classe, perché tutti mi pigliavano in giro. O forse era solo perché ero l’unica a portarli. Stufa delle mie lamentele, un giorno la nonna mi accompagnò a scuola e, in piena classe, con lei e me accanto alla cattedra, dopo l’esposizione del caso fui invitata a indicare i miei persecutori. A testa bassa, feci scena muta: avrei dovuto puntare il dito su tutti. La nonna la prese come una scusa per non portare più gli scarponi, la maestra Presi non fece commenti. Un’altra occasione, per la nonna,  di presentarsi in aula fu quando mi ritrovai sul quaderno un “sufficiente”. Io ero indignata. “Ma sì, lo so: tutti quei lodevoli” era solita dire quando le presentavo con orgoglio la pagella. E adesso, per quell’unico “sufficiente”, eccola lì a chiederne ragione davanti a tutta la classe. Non lo trovavo giusto, ma secondo le convinzioni della nonna, quello di provocare una memorabile vergogna era un genere di punizione dei più efficaci. Per quelli di casa, tutte le altre bambine erano sempre meglio di me. Una domenica mattina che ero fuori con il nonno, incrociammo una bambina riccioluta che procedeva a saltelli: “Quella sì, mi piacerebbe come nipotina”, commentò il nonno. Io quella bambina la conoscevo, era una mia compagna di classe e proprio il  giorno prima la maestra Presi si era molto arrabbiata con lei e le aveva persino dato della strega.
Di tutte le materie scolastiche, quelle che non potevo soffrire erano il disegno e la ginnastica. Per come mi imbottiva la nonna di maglie e maglioni, non c’è dubbio che non fossi pronta come le altre a flettere le ginocchia o a fare in tempo il dietro front. Il mio incubo però era l’asse d’equilibrio. Prima che arrivasse il  turno della lettera emme, di cui io ero l’ultima, l’asse veniva attraversata dalla metà della scolaresca, intanto che io mi perdevo nei calcoli delle probabilità, secondo i quali almeno una o due non ce l’avrebbe fatta a percorrerla sino in fondo. E se nessuna aveva ancora perso l’equilibrio quando  era il mio turno, ero sicura che ad aprire la serie delle cadute sarei stata io: come infatti puntualmente avveniva.
Di non essere un granché in disegno non mi importava, non sono mai riuscita a fare un manico di anfora uguale all’altro, il chiaroscuro mi veniva come una macchia nera e la maestra di disegno un giorno commentò inorridita  che i miei trattini somigliavano a fagioli. Che la nonna mi avesse comprato la scatola di colori Giotto con solo sei matite colorate invece di dodici. era motivo per me di grande amarezza. Odiavo quel blu così profondamente e inequivocabilmente blu,  quello  sfacciatissimo rosso, e quel cupo verde bottiglia. La mia non era invidia per le altre bambine che avevano tutte la scatola con le dodici matite colorate. No, io mi struggevo per quel rosa così dolcemente amabile,  quel celeste tanto celestiale, e quel tenerissimo verdolino: quest’ultimo era quello che mi faceva soffrire di più. Molti anni dopo, guardando dal finestrino del treno dei campi dove il grano era spuntato da poco, avvertii una strano rimescolamento, che si riferiva a qualcosa di lontano e certamente perduto, perché altrimenti non mi avrebbe riempita di un così nostalgico rimpianto. Qualcosa infine si fece strada nella memoria: quel verde tenerissimo del grano appena spuntato aveva lo stesso colore della matita verdolina che non avevo mai posseduta.
Il sabato pomeriggio la scuola lo dedicava al sabato fascista: tutti nel grande stanzone, tutti in divisa, maestri e alunni. La divisa da piccola italiana, che invidiavo nelle altre bambine perché io non l’avevo e di cui amavo soprattutto la mantellina, la indossai una sola volta. In casa non avevano mai voluto comperarla. Quando le autorità scolastiche glielo facevano osservare, la nonna riuscì a convincerle che non ce lo potevamo permettere perché eravamo molto poveri. Ma non durò molto: fui convocata alla cerimonia di una  “Befana fascista”, nel corso della quale mi fu consegnato un grosso pacco: dentro c’era la divisa di piccola italiana, gonna nera e camicetta bianca. La nonna non poteva più esimersi dal farmela indossare, ero pronta per il sabato fascista, dove intravidi la maestra Presi che spiccava per il suo impermeabile color ciclamino tra il nero delle divise degli altri insegnanti. Fu il mio primo e unico sabato fascista ed anche la prima e unica volta che indossai la divisa da piccola italiana. La nonna la fece sparire non so come, e altrettanto non ho mai saputo come riuscì a procurarmi l’esenzione da quei sabati pomeriggio.
Dopo la scuola Clotilde Tambroni, che non andava oltre le terze elementari, passai a un’altra scuola intitolata a un’altra illustre donna bolognese, Laura Bassi, scienziata e letterata, seconda laureata in Italia, alla quale l’Università cittadina aveva assegnato la cattedra di Fisica.  La nuova scuola era un grande edificio, bianco e squadrato, di architettura molto più moderna dell’altra. In quarta ebbi come insegnante la maestra Vannuccini, piccola, magra, miopissima,  con pochi capelli, probabilmente molto vicina alla pensione: credo che insegnasse per forza d’inerzia. Più interessante l’insegnante di quinta, la maestra Fortunati. Aveva una bella figura, una folta capigliatura bionda, e un accenno di strabismo  che faceva impazzire tutta la classe perché non si riusciva mai a capire chi era l’oggetto dei suoi rimproveri o delle sue lodi. Il primo giorno di scuola ci fece incollare sulla prima pagina del quaderno una grande bocca di cannone: era il secondo anno di guerra. A causa del razionamento alimentare, quasi tutte le famiglie approfittavano della refezione scolastica. Nei sotterranei della scuola erano allestite lunghe tavolate. Il cibo consisteva soprattutto in brodaglie dove galleggiavano minuscole particelle del lardo impiegato per fare quel soffritto che era alla base di molte minestre, e che mi ripugnava al punto da cedere la mia razione alle compagne: in casa mangiavo molto meglio. Il nonno batteva in bicicletta la campagna intorno a Budrio, barattando con i contadini i cotoni di cui la nonna possedeva una collezione illimitata (le piaceva lavorare all’uncinetto), con uova e farina. Una volta, un apparecchio alleato improvvisamente si abbassò sopra di lui, e intorno non c’era anima viva al di fuori del nonno, che cavò di tasca il  fazzoletto, grande e bianco,  e cominciò a sventolarlo. Non si è mai saputo se l’aereo si allontanò rinunciando alla solita mitragliata per via di quel gesto di resa. “E se ti avesse visto qualche fascista?”, gli disse la nonna, che non perdeva occasione di provocarlo.
Un giorno, le poche maestre addette alla sorveglianza della  mensa scolastica ci lasciarono completamente soli. Fu come un segnale: tutti cominciarono a parlare forte, urlare, strepitare, far concerti battendo le stoviglie sui bicchieri… Il baccano arrivò sino alla preside, ai piani superiori. Quando  fece la sua comparsa,  di colpo tutti fecero silenzio, si sarebbe sentita volare anche una mosca. Senza neanche lasciarci finire di mangiare, la preside ci passò in rassegna uno alla volta, con la medesima domanda: “Hai parlato?”. Quelli che negavano – praticamente tutti – venivano rimandati a casa. Quando arrivò il mio turno, prima di dare la risposta, mi feci un breve esame di coscienza. Alle compagne vicine, avevo detto tre o quattro volte di fare silenzio: dunque, avevo parlato. Finii, insieme ad altre otto o nove ragazzine, in uno stanzone del sotterraneo, percorso in alto da enormi tubi argentati. Mi sono sempre chiesta se quella preside era così ottusa da credere che, da sola, quella manciata di scolarette avesse prodotto un numero così alto di decibel o se l’intenzione fosse stata quella di comunicarci indirettamente che, nella vita, non è sbagliato ricorrere alla bugia per tutelarsi. Ci fecero rimanere in quello stanzone per un tempo che a me parve interminabile, ma che non dovette essere più d’una mezz’ora, perché la nonna non si accorse del ritardo, poi ci ridiedero la libertà senza una parola di biasimo. Riuscii a concludere l’anno scolastico prima dell’inizio dei terribili bombardamenti che fecero chiudere scuole, cinema, teatri e locali pubblici.

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Una risposta a “Ivana Musiani – Memorie di una bambina vecchia 5

  1. Alessandra (Sandra) Ialongo

    finalmente in pensione, oggi per la prima volta mi sono messa a leggere questi scritti. Non avevo idea di che cosa fossero ma li ho accuratamente messi da parte per poi leggerli. Devo dire che è stata una piacevole sorpresa! Ancora non so bene se ho appena letto un racconto o la parte di un qualcosa più grande ma comunque mi ha scatenato ricordi che si erano un po’ nascosti…complimenti a Ivana Musiani!!!

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