Ivana Musiani – Memorie di una bambina vecchia 6

La musica
A Trieste non ricordo di aver mai cantato né di aver mai sentito cantare. A Bologna invece cantavano tutti, soprattutto le donne e i bambini. Cantavano a squarciagola  padrone di casa e domestiche quando, tutte le mattine, rovesciavano i materassi sui davanzali  per colpirli energicamente e ripetutamente col battipanni. Un chiasso furibondo, ma siccome lo facevano tutti, nessuno protestava. Non ho mai visto la nonna rovesciare i materassi sul davanzale, le sembrava un’inutile esibizione, e poi a lei le faccende domestiche non piacevano, le sbrigava in fretta e senza cantare, come facevano le altre donne. Quando però la domenica mattina veniva in visita Robertino, il figlio di sua sorella Dolores alto quasi due metri, parlavano sempre di opere e ne cantavano le arie, a bassa voce ma con un’estasi dipinta in faccia che trovavo ridicolissima. Essendosi accorta che mi piaceva la musica, la nonna iniziò a cantare anche per  me le romanze delle opere e delle operette. Quella  dalla Lucia di Lammermoor di Donizetti, “Verranno a te sull’aure”, è stata la prima melodia che ricordo d’aver cantato, e ancora non andavo a scuola. Il nonno Ettore, il padre della nonna, suonava  la cornetta nell’orchestra del Teatro Comunale, che a quei tempi non era un posto fisso. Nei periodi in cui il teatro era inattivo, avrebbe potuto farsi ingaggiare nelle orchestrine da ballo, come la maggior parte dei colleghi, ma lui non voleva imbastardire il suono dello strumento, e chi ne soffriva era la famiglia, una moglie e quattro figli. Però, quando Toscanini arrivava a Bologna e sottoponeva a esame ogni singolo professore d’orchestra, il nonno Ettore era sempre promosso. Morì d’una malattia professionale, un cancro alla gola, causatogli dal verderame dello strumento, che era in ottone.  Seguì di pochi mesi la scomparsa di Giacomo Puccini, orgoglioso – raccontava la nonna – di condividere lo stesso male del venerato maestro. Lo seppellirono insieme alla sua amata cornetta.
Fierissimi di aver ospitato la prima rappresentazione del Parsifal in Italia, i bolognesi stravedevano per Wagner, ma la nonna era una verdiana convinta. Discutendo con certe sussiegose signorine che proclamavano la superiorità del tedesco sull’italiano, la nonna le mise a tacere con la logica di queste parole: “Avete mai sentito uscire musica di Wagner dalla giostra di Sandrino?”. Le giostre a Bologna erano raggruppate nel parco di divertimenti della Montagnola e quella di Sandrino la conoscevano anche quelli che non avevano figli da portarci. molte di loro si facevano distinguere per la sigla musicale che diffondevano con l’altoparlante. A me in particolare piaceva una musica – non so se fosse quella diffusa dalla giostra di Sandrino – energica e sgargiante, che metteva addosso una grande allegria. Era España di Chabrier, ma allora ancora non lo sapevo, e sicuramente anche quelli che avevano scelto quel brano l’avevano fatto valutando il suo effetto trascinatore senza preoccuparsi di chi l’avesse composto. A questo proposito,   c’era canzoncina che cantavo con molto gusto, diceva: “Sono andato alla marina, c’erano i marinai, ma il povero Lulù non c’era proprio più”, e molto più tardi scoprii che le parole si appoggiavano su di un  tema del Concerto n. 1 per violino e orchestra di Paganini. Io l’avevo imparata dai bambini più grandi, che nelle ore di ricreazione scolastica intonavano le canzoncine che a loro volta avevano ascoltato da bambini più grandi di loro. E praticavamo, senza saperlo, anche la polifonia, su un amabile testo ottocentesco del librettista Angelo Zanardini che faceva: “Una fila di nuvole d’argento/ dall’orizzonte appar sulla campagna./ E vanno e vanno, portate dal vento/ salendo sempre verso la campagna”. Alla fine si veniva a sapere che quelle nuvole erano “le animelle dei nostri bambini/che vanno in cielo a fare i cherubini”. La musica era di Luigi Caracciolo, compositore salottiero di successo anche al di fuori dei patri confini vissuto anche lui nella seconda metà dell’Ottocento.  Non era di facile esecuzione, il lungo inizio era un parlato su una sola nota,  ma io ero tra le poche che ci riuscivano. Facilissime invece certe filastrocche tipo quella dell’ometto “gentile e bel”, che se ne stava solo soletto nel bosco “su un solo piè”. Era accomunata ad un’altra, che mi lasciava molto perplessa, perché vi era un pescatore chiamato Fridolin, un nome che non avevo mai sentito in giro e neanche letto nei libri. Venni a sapere da dove provenivano quelle filastrocche quando molto più tardi, al Teatro dell’Opera di Roma, ascoltai Hansel e Gretel di Humperdinck. Quel Fridolin doveva esser stato introdotto da noi in omaggio all’alleato tedesco. C’erano poi le canzoni di guerra, ma un giorno   che le cantavo in strada a un amichetto, il nonno si affacciò alla porta di casa e mi fece cenno di entrare. Appena l’uscio fu richiuso, mi disse: “Tu, quelle canzoni, non le devi più cantare”. Fui costretta a obbedirgli, a malincuore, perché erano canzoni (tolta quella dedicata all’alleato tedesco, il lugubre, a mio parere, Camerata Richard), che  mi piacevano moltissimo: del resto, i musicisti che le avevano composte erano i migliori sulla piazza.  Già un simile divieto l’avevo ricevuto al rientro dalla colonia estiva di Dobbiaco, da cui ero tornata cantando senza averne cognizione l’inno nazista che là cantavano tutti, e che mi intrigava molto per quel suo ritmo cadenzato che per me era una novità. Di quelle canzoni, riuscii a salvarne solo due, per il motivo che non avevano riferimenti al regime. Una di queste aveva un incipit che trovavo buffissimo: “Caro papà, ti scrive la mia mano…”. Mi figuravo quel bambino intento a osservare con distacco la sua mano che, resasi indipendente, aveva preso l’iniziativa di mettersi a scrivere una lettera senza chiedere il  permesso. A conclusione,  il bambino assicurava il papà che  aveva in cura l’orticello di guerra e pregava Iddio perché vegliasse su di lui.
E non mancavano  le  canzoni per femminucce, allo scopo di avviarle al futuro di brave donne di casa che le attendeva: anzi, la parola giusta del momento era massaia, come attesta anche la seguente canzoncina, di cui ricordo solo poche strofe iniziali: “Son la massaia provvida, ridesta al primo sol, solerte, gaia e…”, col seguente ritornello che ritornava ad ogni strofa: “Tutto so far, tutto so far”. C’era poi “la bella lavanderina” che “lavava i fazzoletti per darli ai poveretti”. E, a dimostrazione che non erano solo vane parole, subentrava la mimica dell’azione accompagnata dal commento: “Facendo in questo modo, oilì oilì oilera”.
Ogni tanto, in classe, veniva trascinato un armonium e la maestra cedeva il  posto al maestro di musica. Era questi un vecchio signore, alto e corpulento, che si presentava immancabilmente con un cappotto nero dal collo di velluto, e ugualmente di nero velluto erano le sue scarpe, più simili a quelle d’un danzatore che non ai soliti modelli maschili. Gli piaceva insegnarci i cori delle opera, e accortosi che avevo una bella vocina intonata, mi scelse come solista per la preghiera  “La vergine degli angeli”, dalla Forza del destino di Verdi. Sola, accanto all’armonium, attaccavo quella sublime e non facile melodia davanti a tutta la classe, senza soggezione e troppo compresa e rapita della bellezza di quelle note per sentirmi orgogliosa di elevarmi su tutte le compagne col mio canto.
Amavo talmente cantare, che quando rimanevo sola in casa leggevo Il Corriere dei Piccoli cantandolo dall’inizio alla fine con musiche di mia invenzione. E mi dispiacevo perché, nelle relazioni quotidiane, la gente preferisse esprimersi a parole invece che col canto, come nelle opere. Benché in casa non ci fosse la radio – il nonno aveva una sua particolare propensione per il silenzio assoluto – conoscevo, e ovviamente cantavo, tutte le canzoni del momento, catturate in prossimità di abitazioni che tenevano la radio a tutto volume, oppure ascoltate al cinema. Allora anche nei film la musica la musica lirica e le canzoni avevano un ruolo di tutto rispetto. Tra tutte, la canzone che amavo di più era quella che cantava Beniamino Gigli nel film Mamma. E così si chiamava anche la canzone, ma una volta che il nonno me la sentì cantare, fece questo commento: “Chissà come sarebbe contenta tua madre, se ti sentisse”. La mamma era al Cairo, e dallo scoppio della guerra non avevamo più notizie. Da allora smisi di cantare Mamma.

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