I giganti della montagna di Kira Ialongo: due recensioni

1)
I giganti della montagna – Mito
di Giovanna Gentile
Cotrone
«Siamo qua come agli orli della vita, Contessa. Gli orli, a un comando, si distaccano; entra l’invisibile: vaporano i fantasmi. E cosa naturale. Avviene ciò che di solito avviene nel sogno. Io lo faccio avvenire anche nella veglia. Ecco tutto. I sogni, la musica, la preghiera, l’amore… Tutto l’infinito ch’è negli uomini, lei lo troverà dentro e intorno a questa villa». Sono le magiche parole con le quali il mago Cotrone, misterioso e affascinante anfitrione della villa “La Scalogna”, invita la Contessa Ilse e la sua Compagnia di attori, a rimanere nella residenza per recitare “La favola del figlio scambiato” per gli irreali ospiti della villa incantata. Dimora nella quale, varcata la soglia, ci si addentra nei sogni e nei fantasmi della fantasia.
Una visione onirica quella diretta da Kira Ialongo de “I giganti della montagna – Mito” . La necessità e il bisogno della poesia, vengono colmati in maniera delicata e ricca dalla regista e dagli undici attori in scena, tra i quali merita particolare attenzione l’emozionante interpretazione di Cotrone di Emanuele Gabrieli. Il sogno si realizza sul palcoscenico contrapponendo due aspetti dell’anima: quello spirituale, che riguarda la bellezza e l’armonia, e quello più materialistico, fatto della preoccupazione di sopravvivere in un mondo crudo e privo di poesia. I Giganti sono il potere, capace di accogliere l’arte all’interno dei propri festeggiamenti oppure di escluderla, relegandola per sempre al mondo dei sogni. Cielo e terra dunque.
L’incontro della Compagnia della Contessa con le anime abitanti nella villa avviene in un’atmosfera rarefatta e magica in cui trova ristoro l’anima. Un mondo composto da anime speciali, forse fantasmi (titolo iniziale che Pirandello scelse per l’opera), che accolgono le fantasie e i desideri degli attori trasfigurandoli in sogni reali. Come nella Tempesta di Shakespeare, la vita reale si confonde e si fonde con quella di un mondo accogliente e misterioso e per questo lontano dalla venalità degli uomini. Per quanto tempo gli esseri umani saranno in grado di sopportare di veder vagare le anime in un’atmosfera onirica, mentre i corpi rimangono a dormire? Vincerà il desiderio del confronto con il mondo reale, con i Giganti, o si perderanno nel mondo dei sogni?
La regia della Ialongo lascia incantati per atmosfera, poesia e delicatezza nella messa in scena. Felliniana e ricca di elementi dell’immaginario (grazie anche a una raffinata ricerca delle musiche, che spaziano dalle sonorità francesi a quelle balcaniche), la Ialongo sceglie di aprire la porta a elementi irreali, lasciando ampio spazio immaginifico alle menti e al cuore di chi guarda. Nella versione incompiuta dell’opera Pirandello nell’ultimo periodo della vita, descriveva il triste epilogo della storia in cui la Contessa porta l’arte al popolo, senza essere capita. Secondo la lettura che ne diede Strehler, Ilse viene dapprima derisa e poi uccisa, consumandosi così la tragedia della morte dell’arte nella società moderna. In questa rappresentazione si ritorna al testo originario incompiuto: la Ialongo prende per mano lo spettatore e lascia aperta la possibilità di credere che ci sia un’altra soluzione, forse quella suggerita da Crotone: «Basta crederci. Come ci credono i bambini».

(Da Il Grido)

2)
I giganti della montagna: Pirandello inatteso
di Herbert Natta
L’ultima opera di Pirandello, il suo prezioso nonfinito, è in scena al Teatro dell’Orologio fino al 1 febbraio: I GIGANTI DELLA MONTAGNA, diretto da Kira Ialongo e prodotto dalla compagnia Teatro Azione.
Gufetto 1Una danza muta introduce gli attori in scena: uno spazio vuoto il cui centro è nascosto da una tenda chiusa. Una luce bianca diffusa disegna un’atmosfera diversa dai consueti interni borghesi dello scrittore siciliano. Una parte dei costumi ne ricorda le ambientazioni, ma convive con abiti stravaganti: l’alternanza introduce un racconto inatteso.
Una compagnia di attori sperduti, in cerca di un’occasione per rappresentare La favola del figlio cambiato (altro testo pirandelliano), giunge alle porte di villa “La Scalogna”, Gufetto 2luogo indefinito dove il mago Cotrone (Emanuele Gabrieli) ha radunato un gruppo di reietti: gli Scalognati. L’incontro tra i due mondi lascia intravedere la possibilità di unire il mestiere dei teatranti alle immagini evocative degli emarginati e “fare «uscire dal segreto dei sensi […] le verità che la coscienza rifiuta».
Un testo non facile, soprattutto nella prima parte: il racconto si rivela per frammenti, attraverso molte voci diverse. Nonostante ciò, la narrazione non perde vigore: gli interpreti (numerosi) dimostrano un’armonia corale che non lascia spazio alla confusione. I personaggi sono studiati, elaborati con cura: nell’azione di gruppo non si perde la forza del singolo.
Se la recitazione attinge alle risorse più antiche e popolari del teatro (dal mimo allagufetto 3 danza), non mancano elementi raffinati come la recita dei fantocci, nella quale in pochi gesti è tratteggiata la favola da rappresentare, o l’incontro – nel gioco simbolico dei tre sipari concentrici – tra le ombre e i personaggi. Anche le musiche sottolineano quest’anima esotica e popolare muovendosi tra sonorità evocative di mondi lontani e i ritmi della ballata.
Uno spettacolo intenso, internamente coerente e fedele al testo, capace di produce una lettura raffinata ma viva: la suggestiva immagine di insieme vive della cura dei dettagli.

(da Gufetto)

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