Impressioni

Sempre, sempre, sempre…
Tre giorni fa sono morta: a 90 anni, lucida e autosufficiente, solo un po’ stanca e desiderosa di addormentarmi per non svegliarmi più.
Non svegliarmi più?
Fra dieci giorni compirò dieci anni e mi regaleranno un cane che è stato/sarà il meraviglioso compagno della mia infanzia; e corse su prati intrisi d’acqua e lacrime dentro il suo pelo fulvo e la sua lingua sul mio viso e sonni abbracciati nello stesso letto per lunghi indimenticabili anni di felicità.
Domani è nata mia figlia, e il suo primo grido si mescola al mio urlo di madre e all’urlo di mia madre gonfiando insieme l’aria della stessa stanza dove io/mia madre partorisco/partoriamo nello stesso momento a trenta anni di distanza, e dove mia figlia e io nasciamo nello stesso momento urlando insieme la nostra gioia di vivere.
Fra sette anni mi sono sposata: mani nelle mani, occhi negli occhi in una chiesa di alberi e fronde, e rami ondeggianti e stillanti a testimoni del nostro amore. Per sempre tua, per sempre mio, la mia vita e la tua intrecciate e indivisibili fra mille anni ancora come diecimila anni fà.
E sempre il nostro amore, e sempre morirò, e sempre mia figlia e sempre l’urlo di mia madre e sempre il respiro del mio cane, e sempre morirò e sempre nascerò, sempre, sempre, sempre…

Il vento del ’48
La bambina -aveva allora 7 anni- si stringeva alle gonne della zia, scrutando attraverso le persiane serrate il gruppetto di gente che si accalcava sotto casa. Scrutava con timore, incredulità e incomprensione. Erano i suoi amici: Silvio, che la portava in campagna col carretto, Ioletta, che le preparava fette di panzanella, Fernanda e ‘Ngioletto, che se la metteva sulle spalle e la portava correndo a vedere il maiale che veniva ingrassato e rideva ai suoi strilli:”Il porcio, il porcio! Ho visto il porcio!”
Adesso invece agitavano i pugni e strillavano: “Tè da cambià tutto… I signòri, i signòri… sarimo nu i signòri… a zappà la tera, i signòri e nu ‘ssisi a non fa gnente…”
Era il 1948 e di lì a poco si sarebbero tenute le elezioni.
Non cambiò niente: i signòri rimasero tali, i contadini lo stesso.
“Sora Furvia” -la zia Fulvia alle cui gambe si addossava la bambina- tornò a essere “la fata bona de Fasanella” cui facevano ricorso le donne maltrattate dai mariti, quella che consigliava, che assisteva, quella che rimproverava gli ubriaconi, che regalava due lire per la medicina del bambino.
Di quanto avvenuto sotto le finestre nessuno parlò mai, né da una parte né dall’altra.
A venti anni la bambina di allora diventò comunista.

Incontro con Liuba
Come la dici bene, questa frase! Come sei brava a dirla, tu e tutte le Liube Andrejevna di questo mondo. Ma come fate a dirle in questo modo, come vi vengono in mente. “Villaggi e villeggianti, che volgarità” “Come è grigia la vita, qui…”
Mi metti paura, tu e tutte quelle come te. Perché sotto la vostra apparente fragilità avete una forza, una durezza… che noi invece non abbiamo, noi, le Varie, le Charlotte, le Anje di questa vita. Le nostre fragilità, le nostre paure, i nostri dolori, noi dobbiamo tenerli segreti, nascosti, sotto la nostra forza apparente. Noi siamo quelle forti, quelle posate, quelle che danno affidamento, su cui si può contare…
Ma che latte avete bevuto, da piccole, quale sangue vi scorre nelle vene, per essere come siete, belle, affascinanti, fragili, coccolate… e non vi rendete conto che potete volare sulle circostanze della vita perché poggiate sulle nostre spalle, noi, quelle cui non viene perdonato nulla, rimesso nulla, concesso nulla, cui si chiede e non si dà, che possono essere ferite impunemente…
Ma chi l’ha detto che è meglio il volo di una farfalla che il miele di noi umili api operaie! Le vostre splendide ali colorate….
Ti odio, Liuba Andreievna, perché non sarò mai come te.
Ti amo, Liuba Andreievna, perché sei così diversa da me.

Le fotografie
Le fotografie! Le fotografie, mi dispiace più di tutto. Che non ci siano più. Che siano scomparse insieme alla casa, che è… andata via, così, ci è sfuggita dalle mani, non ce l’abbiamo più. Erano tante, tantissime… c’erano i nonni, mia madre, le zie, cugini, parenti e amici, che io non conoscevo neppure; e allora chiedevo “questo chi è?”. “E’ il prozio, il bisnonno, l’amico morto di tuo padre…”. Uomini con baffoni enormi, donne con buffi cappellini, vestiti troppo lunghi o troppo corti… I miei antenati… la mia famiglia.
Stavano in due borsette, vecchie; di mia madre, o di mia nonna forse. E io passavo ore a guardarle, a immaginare…
E poi che altro ricordo? Ricordo… le lunghe tende alle finestre, dietro le quali mi nascondevo a leggere, ore e ore, e mi cercavano, sentivo le voci degli adulti che mi chiamavano… e poi mi scoprivano: “Smettila di leggere, ti si consumeranno gli occhi! Vai fuori in giardino a giocare, c’è il sole…” Come se la lettura fosse stata un vizio.
E poi… la stanza della vita e della morte, così almeno la chiamavo io: la stanza dove era nata mia madre, dove sono nata io, dove è morta mia nonna, dove è morta mia madre…. Ma non era una stanza che metteva paura, no. Era… una stanza accogliente, calda, luminosa, dove, oggi lo capisco, era forte il senso della continuità. Mi raccontavano che mentre mia nonna stava morendo, io, che ero nata da poco, piangevo, e allora mio padre ha detto: “bisogna farla smettere!” e mia nonna, che moriva, ha detto “No, ha sicuramente qualcosa: è una bambina buona”. Io, mia nonna non l’ho conosciuta, ma questo episodio mi è stato raccontato tante volte, e quella frase, la frase di mia nonna, ha costituito come… un manto protettivo su di me. ero una bambina buona, ero una bambina buona, ero una bambina buona…

3 risposte a “Impressioni

  1. E’ bello poter dire Sempre…sempre…sempre…Forse voi donne lo dite come cicli di nascita, di morte e di ri-nascita. Come cicli anche di carne e sangue. Mi affascina ma non so se per noi uomini e per me è la stessa cosa.

  2. Caro Luciano, sono sicura che non diresti mai: “voi neri noi bianchi, voi ebrei noi ariani, voi gay noi eterosessuali” e così via. E allora, perché dici: “voi donne noi uomini”? Anche questo è apartheid!

  3. Ivana, io dicevo che non so se gli uomini, fra cui io, hanno la stessa visione della vita e della morte. E’ una cosa su cui mi interrogo molto. Nella poesia avevo colto, in mezzo a tante altre cose belle, questa frase. “Domani è nata mia figlia, e il suo primo grido si mescola al mio urlo di madre e all’urlo di mia madre gonfiando insieme l’aria della stessa stanza dove io/mia madre partorisco/partoriamo nello stesso momento a trenta anni di distanza, e dove mia figlia e io nasciamo nello stesso momento urlando insieme la nostra gioia di vivere”. Mi sembra molto bello e fortemente femminile. Credo anche che le donne abbiano una grande capacità, una vocazione, a tenere insieme le persone. Noi uomini siamo diversi e tendiamo ad andarcene per la nostra strada. Nella mia esperienza è la mia compagna che tiene uniti i rapporti, persino con i miei familiari. Di questo le sono grato ed anche per questo la amo. E, guardandomi in giro mi sambra che per tanti altri uomini, per quasi tutti, sia così. Anche per questo è bello che ci siano le donne. Le differenze sono ricchezze.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...