Trap – I sogni disperdono anche la polvere

Voi adesso mi vedete così, un po’ desolata, magari cupa, come certe vecchie signore col cappellino e il vestito che ha vissuto i fasti della Belle Epoque, ma adesso…
Eppure… eppure un tempo io ero… ero la sala d’aspetto della biglietteria della ferrovia a cremagliera che portava a Poggio Alto. C’era sempre gente, qui; c’era luce, movimento. Odore di umanità.
Era tutto sempre pulito, lustro, profumato. Ai miei tempi si diceva: lindo. Ogni tre anni si tinteggiavano le pareti; ogni quattro le parti in legno e in metallo.
Dovevate vedermi: l’orgoglio del Borgo, orgogliosa di esserlo.
Il primo e l’ultimo che vedevo, ogni giorno, era il Franco Imberti, il signor bigliettaio. Mai un giorno di malattia; fosse stato per lui, rinunciava anche alle ferie: non aveva famiglia, capite? Sempre impeccabile nella sua divisa blu elettrico, il cappello con la visiera e i fregi in oro. La camicia bianca che sembrava candeggiata due volte al giorno. E la cravatta? Blu notte con strisce diagonali color panna. Uno spettacolo, che le donne se lo mangiavano con gli occhi, anche se non era bello, no. Ma lui… professionale, serio: sorrisi solo per bambini e anziani.
Quando aveva venduto il numero giusto di biglietti o si era fatta l’ora della partenza, si metteva in testa il berretto, chiudeva a chiave la porta del suo ufficio e apriva il cancelletto dell’entrata. Forava i biglietti e appena tutti erano in cabina chiudeva la portiera e azionava il meccanismo di risalita. Poi rifaceva al contrario le stesse operazioni di prima: chiudeva il cancelletto, apriva la porta, entrava e si toglieva il berretto .
Come me lo coccolavo anch’io con lo sguardo: di statura non era tanto alto, ma la divisa… bé, per noi era un Generale.
I passeggeri, ce n’era di quelli fissi, che salivano e scendevano tutti i giorni. A quei tempi Poggio Alto era un po’ abbandonato a sé stesso: ci viveva la gente con pochi mezzi, che non poteva permettersi un appartamento nelle palazzine moderne del borgo basso. Le loro erano vecchie abitazioni malandate, palazzetti di fine ‘800 o inizi ‘900. Case di ringhera, con tetti sconnessi, facciate scrostate, porte e serramenti bruciati dal sole e rosicchiati dal gelo. Gli abitanti scendevano in paese per chiedere un po’ di elemosina o per piccoli lavoretti o anche solo per stare fra la gente, scambiare quattro chiacchiere. E fare quel po’ di spese che potevano permettersi.
I miei habitués…
Eccola lì, l’Adalgisa, un tantino stagionata, col suo cappotto color grigio-e-basta anche lui stagionato: scendeva tutti i giorni, alle tre del pomeriggio, per andare al cimitero. In mano un mazzo di fiori di campo, che d’inverno non so dove li andasse a prendere: forse in qualche giardino? Erano sempre gli stessi per almeno una settimana, ma lei li trattava bene, come fossero ogni volta freschi.
“Sa – diceva a chiunque non glielo chiedesse – li porto al me marì, il povero… il povero… pensi che ce l’ho sulla punta della lingua, né, ma oggi proprio…”. Verso sera, tornava qui, con i suoi fiori ogni giorno un po’ più mosci, moscia lei pure.
“Son mica più buona di trovare la tomba, sa? – diceva ogni volta al signor Franco – Me l’avranno spostato in un altro cimitero? Sa niente, lei che c’ha questa bella divisa e dev’essere una persona importante?”
Il bigliettaio scuoteva la testa, senza osare guardarla in faccia, col magone che non gli passava mai: come tutti gli altri non aveva il coraggio di dirle che lei, l’Adalgisa, era mai stata sposata. Forse, nemmeno un fidanzato vero aveva avuto.
Me la vedo ancora lì, seduta sulla panchina, i fiori in grembo, lo sguardo all’infinito, a cercare le foto del suo album di nozze. Quello pure non si sapeva che fine avesse fatto. Intorno a lei si creava un’atmosfera come di sospeso, indefinito: chi la osservava correva il rischio di perdersi inseguendo l’Ippogrifo delle sue fantasticazioni.
E magari in quel momento entrava ol Piero (lo chiamavano tutti così, e basta), con l’andatura oscillante, il vecchio berretto da marinaio messo lì sulle ventitre. Quando era dell’umore giusto, la faccia sembrava una maschera sorniona, quasi da monello: una “cera de fan amò”, come si dice da queste parti. Dava sulla voce a tutti, ma scherzando, raccontando le sue imprese di guerra a bordo di un sommergibile. Scendeva in paese per farsi preparare ogni giorno un po’ di cibo dalla sorella (viveva solo) e per andare a caccia di monetine con la sua infallibile calamita. Era l’unico che, di tanto in tanto, costringeva perfino il signor Franco a ridere in servizio. Facciamo: sorridere? E c’era da far cantare Messa, credetemi.
Poi scoppiava la tempesta, burrasche senza preavviso, senza spiegazione. Il sottomarino, dicevano i bene informati. L’espressione del viso si faceva cupa, quasi ostile; non sembrava più lui. Dalla bocca gli usciva un brontolio di tuono che a tratti esplodeva in scariche di una violenza verbale che gettava nel panico chi non lo conosceva. E rattristava comunque chi sapeva quanto fossero innocue e passeggere. Non salutava nessuno, nessuno vedeva. Sentivamo la sua ira già molto prima che ol Piero si materializzasse: quando la mia porta si spalancava come colpita da un tornado, il silenzio già regnava. Nessuno gli doveva rivolgere la parola, nessuno doveva reagire alle sue frasi minacciose. Il signor Franco non gli forava nemmeno la tessera gratuita che gli passava il Comune. Straziava i cuori pensare a quale dolore aveva bisogno di tanta violenza per esprimersi.
Tutta un’altra pasta la signora Claretta: poteva passare senza quasi che te ne accorgessi. Minuta, silenziosa, dall’età indefinibile; vestiva come un’elegante dama d’altri tempi (si diceva fosse stata ricca), ma si vedeva che gli abiti avevano vissuto lunghe stagioni e non ricevevano il cambio da molti anni. A cominciare dai cappellini, spesso percorsi da strappi e coi lembi penzoloni. Ma sempre pulita, eh: si lasciava dietro una fragranza di lavanda… sapevi che era lei anche senza vederla.
Girava con una antiquata carrozzina per bimbi, nella quale troneggiava una maestosa papera, Sibilla, coronata da una buffa cuffietta di pizzo. La Claretta in cambio di poche lire svelava la sorte: a lato di Sibilla, due scatole colorate contenevano un bel numero di foglietti piegati in quattro: la papera guardava la padrona, poi con il becco ne pescava uno e lo porgeva all’interrogante, sottolineando con un garrulo qua! qua! Si trattava sempre di frasi beneauguranti o di versi di poesie ricche di sentimenti buoni. Claretta sorrideva, piegava vezzosamente il capo di lato e salutava con un convinto: “Sibilla non sbaglia mai!”
Claretta… un soffio di dolcezza, di delicatezza. Anche il signor Franco si inteneriva a guardarla.

Poi arrivarono gli artisti. Costava poco affittare casa a Poggio Alto: ci voleva spirito di adattamento, ma quando sei a corto di soldi è facile esserne ricchi. Cominciarono in tre, con le loro bottegucce, i quadri e le sculture esposti davanti all’ingresso. Scendevano anche nel borgo, ovvio: io li vedevo andare e venire con le loro cartellone, piene sia all’andata che al ritorno. Vendevano niente.
Finché uno di essi ebbe fortuna: piacque a un celebre gallerista e divenne famoso (Sibilla gliel’aveva predetto!). Vennero i turisti, altri artisti, altri turisti: com’ero affollata in quei giorni! Il povero signor Franco arrivava a sera distrutto.
Si aprirono negozi, bar, ristoranti. Giunsero qui americani e giapponesi, acquistarono i vecchi ruderi, li ristrutturarono. L’Adalgisa, ol Piero, la Claretta e gli altri come loro finirono all’ospizio.
L’amministrazione comunale fece costruire una grande strada tutta curve per portare lassù sempre più gente, sempre più macchinoni. Sempre più soldi. Io… io non servivo più, nemmeno per i turisti, che preferivano salire al Poggio con la propria auto.
Chiusero la cremagliera, e me con lei, ovvio. Mandarono in pensione il povero signor Franco. Volevano abbattermi, costruire un altro albergo. Per fortuna siamo della fine dell’ ‘800, la cremagliera e io: monumento nazionale. Salva!
Salva e abbandonata da tutti, giusto ogni tanto qualche scolaresca in gita mi visita come fossi un museo. Gli vorrei raccontare dell’Adalgisa, del Piero, della Claretta, che non ci sono più; ma non parliamo la stessa lingua. Quando i ragazzini se ne vanno, devo aspettare che i tarli riprendano il loro lavoro, per convincermi che non sono morta definitivamente.
Però, tutti i sabato sera, estate e inverno, si ritrovano qui, in sala d’attesa, i miei vecchi amici, guidati dal signor Franco, sempre impeccabile nella sua divisa blu notte. Cantano, ballano, fanno festa come non facevano da vivi. Ol Piero adesso è sempre sereno e allegro, un vero compagnone: canta che è iniacere starlo ad ascoltare. Non li sente nessuno, nessuno li vede: sono tutti e solo per me.
Ballando sollevano la polvere e quando escono lei li accompagna.
Capite perché sono ancora così bella pulita e lucida? Linda, perfino.

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