Trap – Un genio della solidarietà

“Così però è un supplizio! – sbuffo verso mia moglie mentre azzanno una ‘pallotta cace e ove’ e mi gusto il suo caleidoscopio di sapori semplici e antichi. – Dopo una giornata di lavoro, magari duro o anche solo noioso, la sera vai al ristorante per rilassarti, per startene in santa pace, scambiare due parole con tua moglie o con gli amici… e regolarmente vieni preso d’assalto da un nugolo di venditori di rose, accendini e paccottiglia varia. Per non dire dei maldestri e asfissianti suonatori di fisarmoniche e chitarre.”
Mia moglie, lo so, non condivide fino in fondo questi miei sfoghi, ma anche lei ha avuto una giornata di lavoro impegnativa, intuisco che non vuole sfiancarsi in ripetitive discussioni. Fosse pure con suo marito.
Capisco, e taccio. Non sono cattivo, io, men che meno razzista, ma adesso si sta davvero passando il segno: mi sento come una mucca tormentata dai tafani, e nemmeno posso scacciarli con la coda, non è politically correct.
Mi distendo mandando in solluchero le mie papille con una generosa sorsata di Nebbiolo Rinaldi del 2009. Anche la musica è quella giusta: classica senza essere soporifera, al giusto livello sonoro. ‘Arcobaleni torbati’ è una piccola enoteca, defilata, per veri intenditori e amanti dei gusti semplici ma veri, genuini. Quelli di una volta, come va di moda oggi, ma senza nessuna concessione proprio alle mode. L’oste, come ama definirsi, è garbato, a tratti quasi cerimonioso; ma è un pozzo di scienza enogastronomica italiana. Non si fa troppo pregare per mettere a disposizione della affezionata clientela il suo enciclopedismo che di enciclopedico non ha niente, perché trasmesso con un trasporto che gronda amore e passione.
Mi pare di vivere in un’altra dimensione quando vengo qui e assaporo quest’atmosfera paradisiaca, questa fusione quasi mistica di piaceri che titillano più sensi contemporaneamente e… e ecco che, puntuale, ne arriva un altro! Quello di prima, una specie di watusso in abito tradizionale, voleva a tutti i costi rifilarmi un elefantino di legno scuro – african handicraft, capo! (Dio quanto mi irrita questa parola) Fame, capo, venduto niente, tutta gente arrabbiata caccia via. Compera questo, poca spesa, dai! Fame, capo! Fosse stato per me sai dove lo mandavo, lui e la sua pantomima della fame. Sperava solo di colpevolizzarmi, il volpone. Intanto mia moglie mi tirava la giacca con gli occhi, con la punta del piede mi accarezzava il polpaccio. Ho preso il portafoglio e gli ho ammollato sgarbato due euro, dicendogli che va bene così, ciao. Borbottando qualcosa che non assomigliava nemmeno di striscio a un grazie se ne è andato.
Questo invece è il classico venditore di rose, quei simulacri di fiori cresciuti in congelatore che ambirebbero a vivere ‘solo un giorno, come le rose’, ma schiattano prima. E se le fanno anche pagare bene, ‘sti furbacchioni, puntando sul fatto che sanno di darti fastidio e allora per levarteli di torno… Questo qua non deve essere molto sveglio, però, perché ha in mano ancora tutta la fascina. Ma stavolta non mi faccio fregare con la storia della fame: è bello tracagnotto, lui, pieno; lineamenti indiani, ma non certo quelli da cliente di Madre Teresa di Calcutta. Lo sguardo richiama quello del bue: mite, remissivo, carico del fatalismo indù. Ma non mi frega, eh no, ‘sto giro non ci casco: e che, ci sono solo io qua dentro?
Solo due euro una, per favore, venduto niente, per favore, tre cinque euro.
Mi si mette davanti, implorante (dignitoso, devo ammettere); non dice più una parola. Mio Dio no, fra poco attacca a piangere. Non c’è nemmeno bisogno che la guardi, lo so come mi sta osservando mia moglie, sento sulla fronte la brezza della sua generosità. E anche i cinque euro migrano a solidarizzare con l’immigrato di turno; noi porteremo a casa l’ennesimo aborto di rose rosse. Avanti di questo passo non si potrà più uscire a cena, ve lo dico io.
Si accosta a un altro tavolo, il bue indiano, alle mie spalle. Il locale è piccolo, si sente tutto: un cafonazzo (l’avevo già notato quando è entrato: taurino, smargiasso, orologio e catenone al collo, d’oro massiccio) sfotte il povero venditore di rose, lo schiaccia con la sua presunta superiorità. Capisco che gli ha sequestrato tutto il mazzo, dandogli in cambio una banconota da dieci euro, e vedi d’annattene e nun rompe’ li cojoni!
Non lo vedo, ma intuisco, sento l’impaccio del povero indiano, che non si decide a muoversi, probabilmente sta calcolando la perdita della serata. Quasi sto male io per lui, accidenti al mio buonismo. Poi mi arriva la voce gentile, pacata dell’oste che gli mormora qualcosa che non capisco. Vedo che lo accompagna alla porta, una mano sulla spalla; arrivati all’ingresso gli consegna qualcosa e lo saluta.
Mentre ritorna verso di noi gli lancio uno sguardo interrogativo: lui ruotando l’indice mi fa capire: dopo.
Con mia moglie ci parliamo poco per il resto della cena, forse a disagio per non aver avuto il coraggio di intervenire in difesa dell’indifeso venditore di rose. Le tre che giacciono sul nostro tavolo sembrano occhieggiarci accusatrici.
Viene anche il momento che il cafone toglie il disturbo e se ne esce in compagnia di una gentildonna degna di lui, vistosissima e dall’andatura insolente. Regge con malgarbo un fascio di rose rosse. L’aria nel locale è come se subisse un istantaneo processo di purificazione: si respira meglio.
Un po’ alla volta escono anche gli altri clienti, restiamo noi due soli. Quando ci porta il conto, rivolgo all’oste un’altra occhiata interrogativa. Non si fa pregare:
“Mi scusino, signori, per la scenata di prima: per fortuna quel tizio non è mio cliente. Dovete sapere che Wikram è un ingegnere idraulico che ha dovuto abbandonare l’India per via del fallimento della sua società. Là non trovava più lavoro e qui si adatta a fare di tutto, come avete visto. È una persona squisita: gentile, educato, colto. Vi ringrazio per avergli acquistato tre rose.”
Mi sento un verme.
“Di fronte al comportamento arrogante, sprezzante di quell’individuo non sapeva come comportarsi, l’ho visto impacciato, umiliato, ferito. Ma non sa reagire, dice che è il suo karma. Io, loro capiranno, non potevo intervenire platealmente: l’ho solo accompagnato alla porta, con parole di scusa e di conforto. Al momento di uscire gli ho messo in mano trenta euro…”
“Ho visto, veramente generoso da parte sua.”
Colgo un momentaneo rossore, forse di imbarazzo. Riprende:
“Guardando il fascio di rose che il bruto teneva in mano avevo fatto un rapido calcolo approssimativo, perché non ci rimettesse la serata. Se ne è andato ugualmente mortificato e colpito nel profondo; ma almeno senza danni economici.”
Non ci dà il tempo di complimentarci, di esprimere la nostra ammirazione, perché ci stoppa con la mano alzata, la palma verso di noi:
“Calma, calma, sono un ristoratore, non un benefattore dell’umanità. – dice sorridendo pacato – Quel signore – indicando con la testa il tavolo del cafone – si è ritrovato nel conto trenta euro in più e nemmeno se n’è accorto, ha pagato senza battere ciglio.”
La risata mi sgorga dal cuore, sincera e liberatoria. Gli stringiamo la mano con calore e ammirazione.
Il nostro conto? Particolarmente equo e solidale.

4 risposte a “Trap – Un genio della solidarietà

  1. Piacevole lettura, complimenti per lo stile vivace! (E, sperando che sia davvero successo, anche per la non comune capacità di vergognarsi!)

  2. Ringrazio FM per la lettura e il commento. Il racconto nin è se non parzialmente autobiografico e pvero’: è un assemblaggio di situazioni diverse successe a persone diverse

  3. Chiedo scusa: al posto di pvero’ leggasi ‘vero’

    • Grazie per la risposta; ne approfitto per rinnovarle i complimenti per i due sonetti satirici sul (in senso ampio) terrorismo, è davvero un piacere leggerla e anche ascoltare tali interpretazioni.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...