Trap – Un vuoto che uccide

Umile, modesto tributo per Georges Perec

Giorgio non vede l’uomo che siede silenzioso sotto i pioppi. In mente gli scorre un fiume di pensieri, un turbine di idee che gli confondono ogni percezione. Il poco sonno, certo, nuoce ulteriormente.
– Buongiorno, quel giovine! M’indicherebbe gentilmente il sentiero per Oslo? Ivi non ebbi modo di spingermi in nessun tempo e invero sperso mi ritrovo in queste pur ubertose terre.
“Come si esprime, costui?”, riflette perplesso Giorgio, innervosito per l’improvviso risveglio. E’ diffidente, non comprende se l’uomo è un istrione ovvero se il senno più non risiede nel suo cervello. Riflette, occhi verso il suolo, giungendo e disgiungendo le punte dei piedi, come sempre suole nei momenti difficili. Deve rendere edotto del suo triste vissuto quel forestiero, così buffo e misterioso? E’ diffidente, Giorgio: gli è tristemente noto che il diverso incute timore, può spingere verso mosse inconsulte, pericolose. Con gesti lenti, occhi negli occhi, dipinge invisibile l’intreccio delle sue peripezie, che nel borgo sono per tutti prive di mistero. Giorgio è muto, ‘ché un giorno remoto delinquenti feroci gli recisero quel muscolo che rende l’uomo signore delle bestie. Poiché vide un omicidio, lo costrinsero nel silenzio eterno: privo del logos, del Verbo; orbo del più semplice strumento per esprimere se stesso e il mondo. Dolore supremo, infinito sbigottimento. Visse un lungo periodo nel tunnel dell’esilio interiore, come se il mondo esterno si fosse dissolto; come se, privi delle etichette sonore, gli oggetti fossero inconsistenti. Non proferì più il dolce nome di colei che lo generò; e proprio il suo mutismo gli fu di conforto il giorno in cui lei si liberò del suo corpo terreno per poter vivere in simbiosi con gli spiriti superiori. Lui, Giorgio, sopportò quel burrone nei suoi giorni con stoico disinteresse: perso il di lei nome, fu perso il di lei concetto. Il freddo gli entrò nel cuore, irrigidì i suoi sentimenti. Privo del bene supremo, conservò il ben dell’intelletto, che gli inibì il suicidio, pur imponendogli un duro esilio: dispersione di ogni moto interiore, di ogni emozione. Divenne freddo, in certi momenti impietrito per quel vuoto interiore, per quel Verbo non più in suo possesso, non più fruibile. Un roccioso, muto dolore.
Non volendo estinguersi, iniziò un lento processo di sostituzione: esprimersi con i gesti, i movimenti, gli occhi, i silenzi non fu semplice. Però ci riuscì, ebbe successo nel rendersi comprensibile per quelli – invero pochi – che gli vollero bene, gli furono vicini in specie nei momenti più duri. Certi bimbi precoci, un po’ più svegli del consueto, con i gesti sopperiscono in modo sublime l’inetto orifizio cui non riesce di produrre i suoni espressione dei concetti che il cervello secerne. Così s’ingegnò Giorgio, neppure privo di un suo certo mondo filosofico. Discettò – vorrei, e pur non posso riprodurre come – del sottile discrimine che divide l’esserci e il non-esserci e sostenne che i due concetti si intersechino, si compenetrino come il veneto bovolo. Oggi ci sei, il giorno che segue puoi esserci oppure no, puoi essere tu o un tu-non tu che è però sempre pure ciò che tu eri. Lesse il Vico e sposò e diffuse i suoi ‘corsi e ricorsi storici’.
Detto in termini poveri e semplici, il silenzio esteriore incrementò non poco lo sviluppo dei suoi colloqui interiori, soliloqui profondi e intensi: le idee non vogliono fonemi, non strilli per esprimersi. Non l’urlo, bensì il sussurro, il mormorio sommesso è il loro strumento di tenzone, il loro fioretto gentile e sottile. In un film muto il vuoto sonoro si riempie del lirismo delle scene, dei movimenti, delle espressioni, delle forti, discordi tinte.
Stoico indifferente, con punte di cinismo, eluse le sirene dell’erotismo, così dell’etero come dell’omo. Visse idilli solo nei libri e le seduzioni femminili misero in moto, se proprio, il suo mondo onirico.
Non ci crederete, eppure Giorgio espose tutto ciò con ingegnosi, ineccepibili gesti, con mosse feline oppure sinuose; con mimiche espressioni del viso. Come un fine conferenziere in un dotto consesso o un focoso politico in un decisivo comizio. Meglio: come il divo di un film muto: redivivo, dolente Rodolfo, eroe delle scene di Hollywood.
Il forestiero si è bevuto tutto il resoconto, con gli occhi e con le orecchie del cuore. Un’espressione forse di dolore, certo di nobile comprensione, gli si stende sul viso, lo rende luminoso. Diffonde tutt’intorno il profondo senso di interesse, di rispetto che nutre per quel piccolo uomo, per il suo orgoglioso trionfo sul trucido torto subito: pur mutilo del dono più divino, esprime tutto se stesso come e meglio di coloro che sovente riempiono l’etere con suoni privi di senso, tronfi di vuoto. E’ giunto però il suo turno di rendere edotto questo nuovo conoscente delle vicende che lo videro interprete o succube.
– Quel giovine, le vicissitudini che in così eccellente modo tu mi esponesti commossero l’intimo mio. Duro fu il destino con te, eppur tu resti vivo e vegeto e persisti nell’essere fiducioso nel futuro. Deh, permetti ch’io esterni i miei più sentiti e sinceri complimenti, tu che vincesti il vuoto, empisti con volitivo ingegno il tristo buco nei tuoi mezzi espressivi. Ti voglio io pure descrivere certi episodi del mio viver terreno; forse non proprio croce, però cruento esercizio di stenti e dolori. Decenni orsono, un utero poco più che giovinetto proiettò nel mondo due minuscoli feti di sette mesi. Quelli che gli inglesi definiscono twin brother, noi invece gemelli. Ebbero, com’è ovvio, genitori comuni; però colui che depose il seme, in un momento di ebbro impulso erotico, rifuggì il suo dovere e migrò in misteriosi e imprecisi luoghi. Il suo ruolo di genitore risultò scoperto: colei che ci generò, di nobile stirpe, ebbe in sorte il convento, punizione crudele che le involò i frutti settimini del suo ignominioso, indicibile delitto. Repellente in eterno per le ferree, impietose convinzioni e convenzioni dei suoi irremovibili gentilizi congiunti.
Luciferino e Vesperino furono i nostri rispettivi nomi, mio e di chi meco condivise quei lunghi mesi nel ventre di colei che ci fu genitrice. Stretti per molteplici giorni in quell’idrico, teporoso humus, espulsi che fummo nel gelido mondo dei discendenti delle scimmie ci stringemmo come due tuorli nel medesimo guscio. Crescemmo indivisibili, ospiti presso un religioso ordine di cenobiti benedettini, che mi misero nome Celestino. Posto sul culmine di un ubertoso colle nel perugino, il nostro utero di petrosi blocchi ci protesse contro le insidie di colui il cui nome inflessibili nonni e zii incisero nelle nostre incolpevoli epidermidi. Lo studio duro e le dure incombenze tipiche del villico si presero il grosso del nostro tempo, insieme con le cerimonie e le prescrizioni religiose. Il vivere privo di fronzoli e di mollezze, nonché ridurci in deplorevoli condizioni e cupo sconforto ci temprò dentro e fuori, spirito e corpo insieme. Robusti virgulti immemori delle nostre origini, venimmo su forse privi di tenerezze, di premure e però forti del vivere in comune in quel luogo protetto e benedetto.
Poi l’inferno eruttò lutti e distruzioni sulle nostre regioni, deturpò i nostri terreni, i nostri coltivi, i nostri borghi, i nostri pii e preziosi luoghi di culto. Rese infruttiferi i nostri orti, le nostre vigne. Venne quel, lui sì luciferino, 1527: discesero fin dentro i nostri confini le orde teutoniche, quegli iloti ex servi del feudo divenuti milizie, il cui soldo furono distruzioni e ruberie ovunque li spedissero i loro Signori. Trucidi guerrieri, uomini privi di scrupoli, irriducibili nell’estinguere il nostro credo religioso, inviso essendogli in primis il Sommo Pontefice. Figli degeneri di quel Lutero e degli emuli suoi, invero solo cupidi ingordi dei beni e dei soldi di chi nei loro confronti nemmeno mostrò intenzioni bellicose. Distrussero l’Urbe con il ferro e con il fuoco; estinsero con l’eccidio forse mezzo suo popolo.
Giunsero pure nei pressi del nostro convento: ci investirono, si strinsero in ferreo cerchio lungo i muri possenti del nostro fortilizio. Ci chiudemmo come un riccio, opponendoci con l’umile vigore del nostro orgoglio, del nostro sentimento religioso, puro e costruito sull’unico vero Dio. Il nostro sereno, stoico Superiore volle che tutto lì dentro proseguisse come se niente fosse. I nostri consueti compiti, diuturni e notturni; lo studio; le funzioni religiose; perfino i pochi momenti di distensione e di gioco: niente mutò il proprio corso. Per noi; per non deprimere il nostro spirito, il nostro umore. Per i nemici, quei démoni fuori del perimetro tondo del nostro eremo: per infondere in loro il dubbio sul sicuro trionfo.
Durò un pezzo; poi successe. Decine di frecce piovvero per giorni sul portone: intrise di pece cui dettero fuoco, si infissero nel vetusto legno, lo cossero, lo brustolirono, indebolendo le sue pur nodose, robuste fibre. Poi quegli uomini perfidi fecero mucchi di sterpi e di rovi secchi, di esili tronchi. Li coprirono con fieno vecchio e con cenci imbevuti di olio per lucerne votive. Per ore ed ore il rogo illuminò le lugubri ombre notturne.
Sorse il sole e il nostro ciclopico scudo ligneo, indebolito nelle sue pur possenti fibre, cedette sotto i violenti colpi inferti con solidi tronchi ricoperti sull’estremo di spesso ferro. Piovvero dentro come vespe velenose cupide di pungere e uccidere. Tutto fu distrutto; fu uno sterminio completo, di uomini come di bestie. Ovunque incendi, distruzione, rovine: un inferno che mi fece inorridire, tosto che ci fui in mezzo.
Perché dunque io solo non perii, ne uscii vivo per dolermi di non essere morto come i miei simili? Quel giorno – il sole non fosse sorto sui nostri destini! – come tutti i giorni vedemmo, noi discepoli, le prime luci del cocchio di Elio intirizziti e chini sui deschi del nostro corso d’istruzione. Io, forse profetico, ero turbolento, irrequieto più del solito. Elemento di disturbo, il pur mite Onorio O.S.B., nostro docente, indispettito mi espulse per tutto il giorno. Mi relegò, reietto, nel buio, cupo porcile, mentre i porci furono spinti nel loro recinto esterno. Io solo, privo di cibo e con l’ordine perentorio di mutismo completo. Punizione crudele se pensi…
Zittisce di colpo. L’occhio di Giorgio, egli vede, è più splendente, come se un fulmine lo colpisse per un millesimo di secondo. Subito si spegne.
– Chiedo umilmente perdono – dice Celestino con tono contrito. Poi riprende, timbro cupo e sgomento.- Recluso nel mio non scelto rifugio, udii – in un primo momento indistinti, poi sempre più netti ed espliciti – i rumori, gli urli, i gemiti dei feriti, gli scempi dell’eccidio di uomini, bestie e cose. Non mi riuscì, pur fortemente volendolo, di proferire verbo, nemmeno flebile come lo squittio di un topo. Corpo, spirito e intelletto furono irrigiditi come nei morsi crudeli del gelo. Sudori freddi mi coprirono l’epidermide; le febbri torride mi fecero ribollire i liquidi interni. Svenni. Il che forse decise il mio destino mi rese morto, invisibile per quei demoni.
Ripresi i sensi, incosciente del tempo intercorso. Pur digiuno e privo di forze, rifluii nel mondo, ohimé non più dei viventi. Non ti disgusterò e tedierò con trucidi, minuziosi resoconti di ciò che vidi e sentii, che offese in modo indelebile tutti i miei sensi. Gli occhi infine non ebbero più di che imbevere il terreno; come in sogno, seppellii con gli strumenti dell’orto tutti i miei morti. Tutti meno che uno: Vesperino, colui che condivise con me le strette gioie dell’utero e che nel convento ricevette il nome di Wilfredo. Non lo vidi, non rinvenni il suo corpo. Per giorni e giorni percorsi terre e sentieri, conosciuti e sconosciuti: non scoprii indizi né segni né piste. Il suo corpo restò irreperibile.
Distrutto nel fisico e nello spirito, il vuoto s’impossessò del mio cervello, per non percepire il niente confitto nel mio intimo più profondo. Mi sentii diviso in due, mezzo di me essendo dissolto.
Silenzio. Solo si ode il respiro dei due uomini, il fruscio delle foglie dei pioppi, il dolore che zittisce le gole.
– Non smisi neppure per un secondo di inseguire il mio mezzo, perso come fumo nel vento. Ne chiesi ovunque; inquisii chiunque vedessi, in lingue note o misteriose. Fu decenni, secoli or sono; sono secoli che vivo questo tormento, questo struggimento di ricongiunzione. Non trovo quiete, non ne rinvenni in nessun luogo ove posi piede. Vuoto, sempre e solo vuoto. Chimerico, insopprimibile desiderio di fusione.
Celestino s’interrompe; più non gli riesce di procedere nel suo discorso. Giorgio non risponde subito, prende tempo, sopisce i suoi gesti. Lui sì settimino, coglie nel profondo dello spirito, nell’intimo, il vero, funesto senso delle vicende testé udite. Chi gli è di fronte subì un insostenibile lutto, consorte o congiunto che fosse; lo scippo di quel prezioso bene lo precipitò nell’orrido dello squilibrio psichico. Tremendo prezzo corrisposto per sfuggire il suicidio: lucido morto o vivo folle. Soggetto degno del greco Euripide o di Guglielmo l’inglese o di Luigi il siculo.
Con lieve tocco preme sull’omero dell’uomo, ne coinvolge l’occhio spento, inespressivo. Gli sorride, rimette in funzione il suo muto eloquio.
– Io non ho voce; tu sei privo di sentimenti, non li sopporteresti, ti ucciderebbero. Se fondessimo le nostre vite, tutti e due ne otterremmo benefici di non poco conto. Lenirò il tuo dolore, colmerò i tuoi vuoti. Non vivremo più soli, scissi.
E’ sfinito, per lo sforzo di rendere comprensibili concetti così dolci, teneri, positivi – e però così poco concreti, descrivibili. Lucciconi gli scorrono sul viso.
Celestino in un primo momento non risponde, gli rivolge l’occhio come non lo vedesse. Poi, sorriso ebete, proferisce quel che segue:
– Quel giovine, m’indicherebbe gentilmente il sentiero per Oslo? In quei luoghi zuppi di piogge, che il gelo morde e il grigio intristisce, ivi e solo ivi, nelle isole dette Lofoten, troverò ciò che cerco, ciò cui tendo con tutto me stesso. Nel sud estremo, nell’stremo punto ove l’uomo vive e costruisce edifici religiosi e civili, v’è quel piccolo borgo, quel nome infinitesimo. Primo e ultimo lembo delle norvegesi ventinove lettere. Con quello congiungermi debbo, in esso spegnerò l’inferno che mi tolse il sonno forse per secoli, certo per molte e molte ore. Colmerò in estremo il vuoto che mi oppresse; troverò – o sommo diletto e tripudio! – il quid che mi difettò lungo tutto il mio tortuoso, luttuoso percorso forse terreno, certo scrittorio.
Occhi folli, di ossesso.
– Sì, infine interiorizzerò quel nome, lo renderò mio, lo pronuncerò con orgoglio, lo urlerò con pieni polmoni.
Violento rossore in viso, congestione che niente promette di buono. Respiro irrequieto, sconnesso; trotto di mutilo destriero.
– Sì, io dunque pronuncerò – voce come schegge di vetro – il principe dei foni! Urlerò – vene del collo grosse come rubizze colonne – che il mio vero nome non è Luciferino, bensì S(singhiozzo)t(singhiozzo)n…
Scosso come per l’urto di un violento scoppio, resiste per poco, incerto. Poi perde l’equilibrio, cede, finisce disteso sul terreno come un tronco divelto.
Inerte.
Morto.
Giorgio, sconvolto, tiene il respiro sospeso; poi gli chiude gli occhi, mesto. Infine riconosce impresso sul suo viso, nel contorno dell’orrido, turgido foro quel suono che né per lui né per Luciferino/Celestino è più possibile emettere.

NOTA PER CHI E’ SOPRAVVISSUTO FINO ALLA FINE.
Se il testo vi è parso un po’ troppo elaborato, anche lezioso o involuto, tenete presente che è stato scritto senza MAI usare la vocale ‘a’.

2 risposte a “Trap – Un vuoto che uccide

  1. Interessante quanto geniale prova d’autore questo tuo tributo a Georges Perec, un autore che conosco e ammiro per altre vie e altre vicissitudini.
    Sono un appassionato di palindromi e palindromico è anche il titolo del mio secondo romanzo che nessuna casa editrice ha voluto pubblicare: Alla bisogna tango si balla. In realtà è una sola la casa editrice a cui ho inviato il manoscritto (Baldini & Castoldi) e che non mi ha nemmeno risposto. Da allora ho deciso di non tentare più la scommessa della pubblicazione e i miei libri li regalo a chi me ne fa richiesta. Ma sto divagando. Tornando a Perec, nel succitato romanzo, faccio presente, in una nota a piè di pagina, che questo autore ha scritto il più lungo e famoso palindromo della storia che consta di 500 parole (più di 5000 lettere) in lingua francese. Lo si leggere e ammirare all’indirizzo http://www.ilforumletterario.com/t1049-le-grand-palindrome-de-georges-perec.
    Cordiali saluti e ancora complimenti
    Nicola

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