Dicky/Jena camuna – L’ira non adduce più infiniti lutti

Dicky
La prof Rossini glielo diceva sempre: “Achille, non fare così, ricordati l’ira funesta del tuo omonimo dell’Ellade, il Pelide Achille!” Che poi che era ‘sto monimo, poi? E chi erano l’Elide e l’Elade? Boh. “L’ira è funesta, Achille, e produce lutti.” Ganza, la prof. Già allora lei ci sapeva che la lira non valeva una cicca e infatti dopo l’hanno cambiata con l’euro. Tosta, la prof. Che lui poi ci credeva che era quella della canzone del Rossini, quello che si mise il vestito bono pe anda’ ‘nfabbrica, ‘sto pirla, e così lo ‘ngabbiarono, ma poi è venuto fori che la moglie del Rossini della canzone si chiamava Giovanna mentre la prof di nome faceva Rosetta. Boh, magari era la madre…
Che poi come faceva a non fassi veni’ l’ira funesta, lui, co’ quel boja dell’Ugolin che quando rientrava briaco la su’ madre, sua e dell’Ettore, li faceva scappa’ a dormire su in soffitta co’ un pezzo di pane e cacio (le mele le trovavano in loco) e la raccomandazione di sta’ boni e zitti che sennò l’Ugolin… E già perchè quel boja dell’Ugolin quand’era briaco tirava certi cazzotti che ti gonfiavano come un punciboll, e loro dalla soffitta lo sentivano gridare: “Dove sono i du’ pirla? Falli venire chè gli devo raddrizza’ l’ossa a quei du pirla dei tu figlioli, che mii non sono di sicuro ‘sti due pirla, gli raddrizzo l’ossa…”
E invece l’ossa gliele aveva raddrizzate lui, l’Achille, all’Ugolin boja. E tutti a dire: “Ma come l’è potuto succede? L’Ugolin l’era tanto bravo col trattore, così sperto della tera e dei sassi… E va a capì perchè c’era andato su col trattore, su quel pendio co’ tutti que’ sassi…”
Lo sapeva lui, l’Achille. Prof, l’ira funesta è ganza, prof. Come dicevi, prof? “A grezze cose la mina accende o Piedemonte!” Grande, prof! E se erano grezzi quei sassi, quei macigni che notte dopo notte lui, l’Achille, aveva ‘nterrato nel pendio pronto pell’aratura… ma senza mine, no, n’era stato necessario “accende mine”, bastavano le su’ braccia di lui, dell’Achille, perchè l’ira funesta ti da ‘na forza, prof, che non ci servono le mine, no…
Era da allora che gli era cresciuta in testa la pista di bowling colla boccia e i birilli. Che per fortuna però non facevano sempre strike.
Ma che fracasso, che confusione, che strike di idee quando aveva visto la Rossana che si spupazzava l’Egisto… Lui glielo aveva detto alla Rossana: “Se stai co’ me non poi sta’ pure con l’Egisto”. E la Rossana gli aveva risposto: “O Achille, e ti pare che tra te (e gli aveva battuto sulla testa) e l’Egisto io non so chi sceglie?” E s’era messa a ridere, chissà perchè.
“Elide”, “funesta”, “addusse”… l’ira!
Lui, l’Achille, lavorava allora come garzone da Nino, il meccanico del paese, e quando gli si presentò la macchina dell’Egisto che gli si doveva regolare i freni, lui, l’Achille, di notte (sempre di notte!) aveva disfatto l’opera del padrone e l’Egisto s’era schiantato giù per la discesa. L’ira funesta è ganza, prof, è proprio tosta! E tutti a dire: “Ma come è potuto succede? Eppure Nino l’è bravo… A me m’ha rifatta nova la cinquecento… A me m’ha risistemato il furgone che quelli della Ford non ci avevano capito niente… Boh, è che è diventato vecchio…”
E Nino se n’era dovuto anda’ dal paese e a lui, l’Achille, la pista da bowling gli si era azzittata pel momento nella testa.
Ma la Rossana non l’aveva voluto più.

Jena camuna
Ecco, l’Ettore gliel’aveva detto di nuovo, che lui era un orso, che invece l’uomo è un animale sociale e non puoi sempre avercela su con tutti e tenergli il muso. È che lui, l’Achille, aveva una testa come una pista da bowling, ogni tanto sentiva la boccia che correva correva e poi i birilli che cadevano, e era un bel fracasso che confondevo le idee. Figurati poi quando facevano strike.
Oggi, per esempio,va’ a sapere il perché, gli frullava in testa una specie di jingle:

“Cantami, o Diva, del Pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei.”

Quel Elide ai tempi della scuola gli aveva arpionato la memoria, al pari della gamberesca costruzione “infiniti addusse lutti”. Si parla di scuola nella provincia lombarda degli anni ’60, i primi della nuova Scuola Media unificata: quale poteva essere il suo bagaglio lessicale all’epoca? Era venuto grande con l’idea che l’ira adduceva lutti.
Poi l’inesorabile macina del tempo e dei mass-media polverizzò ‘Elide’, ‘funesta’, ‘addusse’, ‘Achei’: sopravvisse l’ira. Mica si parlava così, però, nel suo ambiente: ira, collera… erano sentimenti da personaggi dei grandi romanzieri russi o francesi dell’ ‘800. Chi lavorava tanto e sodo non aveva tempo e testa per ira e collera.
Rabbia, quella sì ne circolava: la respiravi quotidianamente, ti avvolgeva come la nebbia in Val Padana. Un mix di rabbia e grinta: pareva questa la ricetta per il successo. Tipi troppo pacati restavano nelle retrovie, a inalare i gas di scarico di quelli che sgasavano ai semafori allo scattar del verde. Verdi di rabbia. Achille era uno di quelli abituati fin dalle elementari all’ultimo banco infondo alla classe; figuriamoci ai semafori.
Passò altro tempo: mai rabbioso, quello, ai semafori, ma inesorabile. E anche la rabbia finì quasi fra i ricordi scolastici. La spodestò dal trono l’incazzatura, che però non sarebbe mai finita citata fra i sette vizi capitali. I più immaginifici e metaforici si erano già spinti al “giramento di palle”.
Qualche perplessità gli suscitava, a lui, questo andazzo, da un punto di vista squisitamente letterario. Provò una sera – pioveva, in TV c’era Marzullo – a declamare ispirato:

“Cantami, o Diva, del Elide Achille
il giramento di palle funesto …”

Pur abituato al concreto eloquio retto-genitale leghista, percepiva un che di stonato, di pisciata fuori dal vaso. Tosto che ebbe esalato al cielo quel verso, un fulmine scartavetrò il buio della notte; un tuono da subwoofer siderale lo fece vibrare dallo scroto all’ipotalamo come una corda di contrabbasso pizzicata da un Borghezio furioso che istiga un gruppo di fanatici musulmani ad assaltare le sedi del SUNIA. Questa immagine lo spinse a vedere in quella furia degli elementi proprio l’ira di Giove Pluvio, uno che di collera ira rabbia ne sapeva qualcosa; tanto lui quanto quell’altro, Jahvè. Meglio non trovarsi nei paraggi, quando prendevano a mulinare i divini testicoli. Facili all’ira come nessun altro, anche contro i loro pari o il loro popolo prediletto, esenti come erano dai vizi capitali.
Si trovò ad immaginare che da qualche parte Omero non avrebbe gradito quell’eccesso di modernismo; forse, lui pure sarebbe caduto preda dell’ira. Un’ira cieca.
Gli si parò davanti agli occhi un moderno Omero bardato di Ray-Ban catramati; dietro a lui, l’inquietante figura di Gioele Dix (per un attimo un brivido glaciale mozzò il respiro all’osso sacro, di fronte all’ardire di quell’accostamento. Ma fu un attimo). Se lo vide a Zelig, mano in tasca, nei panni dell’autista “sempre, costantemente in-caz-za-to”
Lo sentì declamare, ispirato come un sindaco leghista di Treviso intento a irritare il colon del suo popolo:

“Io sono un automobilista ed essendo un automobilista sono sempre,
costantemente a-di-ra-to.”

Avrebbe sì e no fatto sorridere quattro intellettuali di sinistra (specie per altro in via di estinzione, minata dal pessimismo cosmico).
Achille Zacchei fermò le divagazioni e con esse la Renault 4 Fourgonnette, come sempre imbiancata di calce. Rimase un attimo pensieroso; poi, sceso dall’auto, aprì il portellone posteriore: i suoi fuochi d’artificio erano tutti lì, impilati come una catasta di legna. Doveva solo dar loro la parola. Era l’ora dell’ira.
Aveva provato con le buone: gli aveva scritto, a quelli delle televisioni: se ci inondate di brutte notizie, cattiverie, violenza, il mondo diventerà sempre più cattivo. Prendete un bambino, ditegli in continuazione che è cattivo, riempitelo di botte, farcitelo di violenza: crescerà spaventato e violento.
Non gli avevano prestato orecchio.
E lui, gli erano girati i testicoli.
Aveva supplicato sindaco, preside, parroco, maresciallo: gli avevano consigliato dei calmanti.
E lui, la rabbia gli aveva sgarugato i visceri.
Aveva scritto ai giornali, ma non l’avevano pubblicato.
E lui, la collera gli si era mangiata il cuore.
Finché un giorno, in preda a sussulti da alta scala Richter, puntò la doppietta contro il suo vecchio televisore e lo zittì.
Ma le televisioni dei vicini di casa continuavano a martellargli timpani e neuroni con le brutture, cattiverie, violenze del mondo.
E lui, l’ira gli spappolò definitivamente il cervello. Adesso era lì, davanti al ripetitore TV sul colle: un bel mucchio di candelotti di dinamite e almeno il suo paese sarebbe stato liberato da quel cupo bombardamento.
Ritorse ben bene le lunghe micce in un’unica treccia; guardò un’ultima volta, con odio beffardo, quel traliccio carico di braccia come una divinità indù e…
… e cominciò a piovere. Il suo urlo fu udito fin giù in paese. Poi, una fiammata d’ira diede fuoco alla miccia.
Rimase lì a controllare che non si spegnesse.
Lo trovarono i vigili del fuoco, la mattina dopo, sparso qua e là nel prato circostante. Ucciso da un’autentica esplosione d’ira.
La stampa e la Tv locali gli dedicarono ampi spazi: notizie così in provincia garantiscono un gruzzolo di vendite in più. Durante il Tigì delle 20, a servizio appena concluso, il feretro che racchiudeva i resti del povero Achille vibrò, sobbalzò, traballò e dal catafalco precipitò sul pavimento.
Da qualche parte nel palazzo, un giradischi diffondeva il ‘Dies irae’ di Mozart.

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5 risposte a “Dicky/Jena camuna – L’ira non adduce più infiniti lutti

  1. Grande prova dei due autori che si integrano e si rafforzano a vicenda, anche attraverso l’artificio comune di un linguaggio povero volutamente artefatto e quindi artistico

  2. Ovviamente non mi è dato sottoscrivere quanto afferma Master Hedrok. Però confermo la validità del tentativo di Dicky di ‘parlare’ allo stesso modo di chi veniva dopo di lei. Doppiamente impegnativo per chi non è nordico e per giunta è persona colta e raffinata. Plauso anche per lo humour a volte grottesco, pur esso di matrice popolana.
    Clicko MI PIACE

  3. Abile, brillante, forse geniale, tutto condito in salsa padana, (ai limiti della comprensione per quelli al di sotto della linea gotica) il finale della Jena;
    sorprendente, riuscito, abilmente integrato l’incipit di Dicky, frutto di una determinazione (letteraria) a voler stare sul pezzo. Insieme a Robertucci/Hedrok, probabilmente l’esempio più riuscito di “racconto unitario”

  4. Uno per tutti. Immaginato, non sembrava un racconto difficile; a scriversi, si è rivelato, credo, la prova più ostica affrontata finora. Questo vuol dire che la difficoltà aguzza l’ingegno oppure che siamo proprio bravi…
    Due per tutti. Solo due degli otto racconti non prevedono morti! Siamo imbevuti di libri gialli o abbiamo un’immaginazione morbosa? Aiuto!

    J C. ha descritto da par suo un caso di alienazione, un desiderio di spaccare tutto che non è solo di Achille (chi di noi non ha almeno una volta avuto lo stesso desiderio?) utilizzando un parlar popolare che ha fatto venire i capelli bianchi (o perlomeno grigio scuri) a Dicky…

  5. Quando leggo i vostri commenti mi viene da guardarmi alle spalle, per vedere a chi parlate. Però son contento che voi ci vediate cose che nemmeno io.
    In quanto ai capelli grigi di Dicky, Odino te ne renderà merito.

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