DonAldo/Robertucci – Il grido della maschera

DonAldo
Lei era psichiatra, lui neurologo. Lavoravano nello stesso ospedale ed erano sposati da almeno dieci anni. Niente figli, e non è dato sapere se per loro esplicita volontà o per qualche problema biologico. Forse più semplicemente, visto il loro impegno nel lavoro, si dimenticavano, o erano troppo stanchi, di avere rapporti sessuali.
Infatti, univano al lavoro ospedaliero, di per sé già molto impegnativo, anche un’attività di ricerca, diciamo social-sanitaria, presso un laboratorio da loro diretto e per il quale utilizzavano quasi tutte le loro entrate. Avevano un paio di collaboratori, ambedue medici, e un sociologo che interpellavano in caso di necessità. Inoltre collaboravano, quando richiesti, con il direttore della locale casa di pena.
I casi più complicati erano la loro specialità, quei casi che i loro colleghi o gli altri ospedali cercavano di schivare e rimpallare ad altre strutture. Lo scopo della loro indefessa attività non era banalmente la conquista di un premio Nobel, ma molto più semplicemente di formulare, in base ai loro studi sul campo, una teoria che, nel medio periodo, speravano sarebbe stata presa come base dal mondo politico, o comunque, da chi avesse il potere di agire, per un deciso cambio della società.
Si misero addirittura in aspettativa dal loro lavoro, quando il direttore dell’istituto di pena chiese la loro collaborazione per risolvere un caso particolarmente complicato. Si trattava di un ragazzo, un certo Marco, di buona famiglia senza problemi economici, che entrava e usciva troppo frequentemente dalla sua struttura. Un vero bullo, non mancava giorno che non si accapigliasse con qualcuno per i motivi più banali e ne usciva sempre vincitore e illeso. Mentre purtroppo il suo antagonista ne usciva spesso con le ossa rotte.
Eppure era un giovane intelligente, colto, con ottimi voti al quarto ginnasio che frequentava in una delle scuole più importanti della città.
Padre architetto, impegnato nella bonifica urbanistica delle periferie. Madre insegnante di lettere, impegnata nel partito (il PCI, ovviamente); scriveva quasi tutti i discorsi del segretario ed era sempre in prima linea quando si trattava di organizzare eventi importanti.
Tempo da dedicare a se stessi, alla coppia, alla famiglia, al figlio: nessuno.
Marco era stato educato secondo i principi della massima libertà, doveva seguire le sue predisposizioni e svilupparle al meglio. I risultati scolastici sembravano trarre grande utile da questa impostazione, ed i genitori non riuscivano a spiegarsi i problemi di socializzazione che il ragazzo non riusciva a superare.
Quando i due scienziati iniziarono ad occuparsi del suo caso, si accorsero che la cosa più stupefacente era l’assoluta inesistenza nel ragazzo di un Super-io; non esistevano divieti nel suo codice di comportamento ed anche le contrapposizioni bene/male, giusto/sbagliato per lui non avevano alcun significato.
In questi casi in base alla loro teoria, il danno educativo non si poteva addebitare ai soli genitori. Tutta la società ne era responsabile. Si, la società basata sulla democrazia, che per sopravvivere deve uccidere la Verità. Infatti nella società “democratica” si vive nel timore che chi possegga la Verità, abbia poi il potere di imporla agli altri. E’ giusto quindi che nessuno possegga la Verità e tutti ne siano orfani. In questo tipo di società, sempre secondo la loro teoria, non si poteva chiedere ad un ragazzo in via di sviluppo intellettuale e fisico di seguire un percorso virtuoso: infatti senza la Verità, non può esserci la Virtù.
Anche la scienza aveva le sue colpe. La sua competenza doveva limitarsi a sviluppare le tecnologie per migliorare il benessere della società, ma avrebbe dovuto sempre conservare un ruolo ancillare rispetto alla Verità.
Su queste basi si avviò l’attività dei due scienziati. Marco fu sottoposto ad una doppia terapia. Una sostanza chimica, la cui formula era il risultato più importante del lavoro svolto dai due nell’ambito ospedaliero, ma la cui composizione era stata tenuta segreta, e continui colloqui che convincevano il giovane Marco della bontà, o meglio, della necessità di modificare la società attuale per superare tutte le contraddizioni che a loro parere la definivano, come abbiamo visto poco fa. In effetti la sostanza chimica, somministrata attraverso delle bevande, aiutava l’apparato neuronico del ragazzo a fissare gli “oggetti psicologici” che emergevano nelle conversazioni tra di loro e sulle quali Marco si riteneva d’accordo.
La sua vita ormai scorreva tra due realtà, viveva ancora formalmente con i suoi genitori, ma passava sempre più tempo con i suoi nuovi tutori; spesso per settimane intere non vedeva il padre o la madre naturali. Seguitava il percorso scolastico con sempre buoni risultati e non era mai più incappato nei problemi di bullismo che lo avevano accompagnato per i primi quattordici anni della sua vita.
All’università ormai era un vero leader tra coloro che condividevano le teorie dei suoi tutori ed osservava, e pretendeva che le osservassero anche persone con le quali interagiva, il rispetto della gerarchia sia a livello alto (Dio, Patria, Famiglia), sia a livello meno elevato (Preside, Professori, Assistenti). Tra i suoi compagni la gerarchia era basata sulla qualità dei risultati negli esami e sulla fermezza della personalità che manifestavano.
Si rese presto conto però che rinnovare la società con spinta dal basso, convincendo via via un numero sempre maggiore di persone avrebbe richiesto forse varie generazioni della specie umana.
In accordo con i suoi tutori, che ormai lo consideravano una loro creatura che, come si conviene, “aveva superato lo suo maestro”, decise che era necessario una svolta più aggressiva e violenta alla loro azione. Si trattava di colpire i centri più rappresentativi della democrazia parlamentare.
Detto, fatto; il “chimico” del gruppo, un ragazzo particolarmente dotato per la ricerca applicata e fedelissimo, senza se e senza ma, al nostro Marco, in pochi mesi mise a punto un insieme di sostanze che, una volte innescate con un sistema elettrico, capace di agire a qualsiasi distanza, avrebbe prodotto il più alto rapporto energia/materia conosciuto, appena al disotto dell’energia nucleare.
I due scienziati, impressionati da questi successi, misero mano alle loro ultime risorse finanziarie ed acquistarono una fabbrica di fuochi d’artificio in quel di Aprilia, ad un passo da Roma. Quale miglior posto, infatti, per testare e produrre esplosivi se non in una fabbrica legalmente autorizzata di fuochi d’artificio?
Lì si trasferì Marco con il suo gregario chimico ed un esperto in elettronica, affiliato al suo gruppo. Lì svilupparono e testarono i loro aggeggi di morte, mentre gli operai della fabbrica, all’oscuro di tutto, proseguivano la produzione e la consegna dei più innocui fuochi d’artificio.
L’esplosione avvenne verso le otto della sera; gli operai, fortunatamente e già da molte ore, erano usciti dalla fabbrica. Restavano solo il chimico, l’elettronico e Marco.
Il chimico fu investito in pieno e morì sul colpo, Marco e l’elettronico rimasero gravemente feriti. Furono portati all’ospedale di Genzano, il più vicino specializzato per ustioni gravissime; Marco aveva una parte del collo e della faccia sinistra irriconoscibili; l’elettronico era stato preso in pieno petto, ma i vestiti, abbastanza pesanti che portava (freddoloso com’era) attutirono le fiamme e alla fine si salvò senza grandi danni.
Ci furono varie inchieste e l’ipotesi più accreditata era un malfunzionamento dell’impianto di aerazione che aveva prodotto una serie di scintille che avevano innescato l’esplosione. Non ci fu mai un processo.
I chirurghi estetici fecero miracoli e alla fine l’aspetto del giovane Marco tornò quasi normale.
Il suo spirito però ormai era provato e le sue certezze cominciarono a vacillare, la solidarietà che aveva incontrato nel personale dell’ospedale cozzava con il dogma delle Gerarchie. I suoi tutori sentirono che il ragazzo, ormai adulto e maturo, si era allontanato da loro e si erano resi conto che non l’avrebbero mai più recuperato.
Finalmente aveva capito che tutto quello a cui era stato indotto a credere si chiamava fascismo. Anche se la società nella quale stava crescendo non era il massimo, il fascismo non ne era la soluzione più adatta.
Si immerse negli studi letterali, si laureò rapidamente e iniziò a scrivere e recitare opere teatrali.
Ebbe un discreto successo, che con gli anni consolidò e gli permise un discreto livello di benessere materiale. L’unico ormai che gli interessasse, oltre al piacere di scrivere, avendo completamente rimosso le sue tristi esperienze nel campo della politica.

Robertucci
Marco era ormai diventato un attore professionista: a cinquantasette anni aveva ancora molte energie e d’altra parte amava visceralmente la sua attività che intendeva proseguire per il resto della vita. Chi fa l’attore non smette mai di lavorare, perché gli mancherebbe il senso del suo stare al mondo: la sua è una vocazione più che un mestiere. Gli piaceva interpretare i personaggi del teatro antico, ma era anche molto preso dall’avanguardia sperimentale: due realtà che egli considerava come la naturale prosecuzione l’una dell’altra.
Gli piaceva recitare con una maschera sul volto, per quello straniamento, per quel diventare altro da sé che gli sembrava ampliasse la sua coscienza. Aveva una collezione di maschere di rilievo per numero e qualità, che occupavano un’intera parete del suo studio: volti deformi, maschili, femminili, giovani, vecchi, alcuni tristi, altri allegri, strani, pazzi. Riproducevano i diversi tipi della commedia e della tragedia greca e romana: le aveva fatte fare da un abile artigiano, a cui aveva chiesto la massima attenzione filologica per le forme ricavate dalle fonti iconografiche antiche e per gli aspetti sonori: questi ultimi tutti da interpretare e da immaginare. Le maschere infatti non modificavano solo il volto ma modificavano anche la voce. Indossare la maschera significava assumere un’altra identità sonora oltre che visiva: con quelle maschere sapientemente progettate dagli antichi uomini di teatro e finemente realizzate oggi, l’attore sottoponeva la propria voce a un’amplificazione forzata e a una distorsione, trasformandosi in tal modo in un personaggio del mito, in uno spirito sovraumano, in un animale, in un fenomeno meteorologico, in una manifestazione della forza della natura. La recitazione con la maschera implicava una tecnica vocale che Marco aveva studiato a lungo e che maneggiava correntemente. Poi erano anche belle da guardare, quelle maschere dalle bocche larghe e dagli sguardi penetranti, che si completavano con i volti degli umani: gli erano amiche e lo accompagnavano nella sua vita solitaria. Aveva anche qualche maschera di provenienza extra-europea, ma non aveva mai approfondito quel filone.
Un giorno però era venuto a trovarlo un suo amico americano, anche lui un attore oltre che artista intagliatore. Apparteneva all’etnia Tlingit, una popolazione della costa nord occidentale del pacifico, in Alaska, dotata di una forte capacità iconografica immaginifica connessa al mito e al rito. Ogni tanto Gene capitava a Roma e si faceva vivo. Quella volta era arrivato senza preavviso, di corsa, fra uno spettacolo e una performer artistica: “Hi Marco, I have a gift for you”. Si era presentato con una grossa scatola che conteneva una maschera-uccello, intagliata e completamente dipinta, con il becco mobileRavenMask azionato da un cordino. “Rappresenta un corvo: il mio totem – disse Gene – ne ho fatte due simili: una la voglio dare a te, perché so che la farai parlare. Un tempo con queste maschere i miei antenati richiamavano il loro totem e lo rappresentavano danzando. Con il mio teatro cerco di evocare e di interpretare il senso profondo di quei miti e di quei riti, come fai tu con il teatro greco”.
Marco, commosso, fu subito conquistato dalla grande maschera; quando la indossò, ne provò la sonorità e restò impressionato per la potenza con cui restituiva la sua voce, arrochita e gracchiante. Quel dono creò un legame di sangue che, benché i due si vedessero raramente, suggellò il loro rapporto per sempre.
Marco adoperava spesso la maschera-corvo nelle sue performance teatrali, a volte interpolandola con le altre. Alla fine di ogni spettacolo c’era sempre qualcuno che si fermava chiedendo di vedere le sue maschere da vicino: lui accondiscendeva volentieri, controllando anche, perché non voleva rischiare di perderne qualcuna.
Ma una sera dopo lo spettacolo, in una situazione particolarmente affollata, quando andò a riporre le maschere nelle loro custodie si accorse che la maschera-corvo mancava. La cercò ovunque nel teatro, ma niente: si era volatilizzata. Marco ebbe un dolore e un’angoscia indescrivibili, che gli si piantarono nel cuore. Fece di tutto per ritrovare la maschera, ma invano: era sparita senza lasciare traccia. A volte si chiedeva se mai l’avesse posseduta, se mai l’avesse mai indossata e se la visita di Gene fosse stata reale oppure frutto di un sogno. Non ebbe il coraggio di comunicare l’accaduto all’amico, sempre nella speranza di poterla ritrovare un giorno.
Passò un anno. Marco stava andando a un appuntamento e aveva imboccato una strada di botteghe antiquarie. Si fermò davanti a una vetrina che lo colpì perché era tutta dedicata alla cosiddetta “arte etnica”: un termine improprio che perlopiù si applica a predazioni e a furti ai danni di popolazioni lontane e diverse, viste come esotiche. Si fermò a guardare i tanti oggetti esposti: forme, materiali, colori si imponevano alla sguardo. A un certo punto Marco ebbe un turbamento: dalla vetrina si intravedeva la parete di fondo del negozio, piena di oggetti appesi. C’erano anche delle maschere e fra queste gli sembrò di vedere la sua maschera-corvo. Entrò deciso, salutò il proprietario che gli veniva incontro sorridendo e si diresse verso la parete. Non ebbe dubbi: quella era la sua maschera. Gli sembrò persino che i grandi occhi lo guardassero, che lo riconoscessero.
“Quella maschera là mi interessa”, disse all’antiquario, “da dove viene?
“Ah quella è una maschera rituale degli indiani dell’Alaska: è antica, un pezzo unico di grande valore. Se la vuole vedere, la posso prendere”.
“Sì vorrei vederla. Ha un certificato di autenticità?”
“Certo: tutti gli oggetti che vendo ce l’hanno”. Intanto l’antiquario staccò la maschera dalla parete e l’appoggiò sul banco. Marco ebbe la conferma: era lei, riconosceva tutto, persino quella piccola scalfittura del becco che aveva già quando gli fu donata. Per l’emozione ebbe di nuovo una fitta al cuore, ma fu subito determinato a non tornarsene a casa senza l’oggetto.
“La maschera mi interessa: posso vedere il certificato?”
“Eh un momento, lei corre un po’ troppo: potrà vedere il certificato se intende acquistare la maschera. Comunque non tengo in negozio i certificati. Poi non mi ha neanche chiesto il prezzo. Come le dicevo, è un pezzo unico, antico: costa 300.000 euro, in contanti”.
“Certo. Solo che questa maschera è mia: mi è stata donata da un amico e mi è stata rubata un anno fa al teatro Arcobaleno, dove la utilizzavo in spettacolo. Posso dimostrarlo: ho delle foto. Inoltre ho sporto regolare denuncia. E adesso me la riprendo”, disse Marco allungando il braccio.
Ma l’antiquario lo precedette e con gesto repentino ghermì saldamente la maschera portandosela contro il corpo: “Provaci”, disse. Marco riuscì ad afferrarla per il becco: cominciò a tirare dalla sua parte, ma subito dopo si rese conto che così la maschera si sarebbe distrutta e mollò immediatamente la presa.
L’antiquario gli gridò, eccitato: “Hai visto di chi è la maschera? Non hai neanche saputo prenderla, figurati quanto ci tieni. Ora ti faccio vedere io”; con gesto veloce indossò la maschera-corvo e cominciò a farle battere istericamente il becco azionando il cordino, poi gridò: “Ecco di chi è questa ….”. Non aveva neanche finito di dire la frase che la coda di quelle poche parole si trasformò in un suono disarticolato e terribile, un urlo roco e informe, che fuoriusciva dal becco e poi aumentò di volume e si insinuò all’interno, prendendo la forma di un urto sonoro che andò a colpire la faccia dell’uomo, il quale riuscì stento a togliersi la maschera dal volto prima di accasciarsi a terra stordito e terrorizzato.
Marco finalmente prese la sua maschera-corvo, ridiventata muta e inerte, la carezzò, l’abbracciò: “Andiamo a casa e domani sera a teatro”.
“La denuncerò”, disse all’antiquario, seduto a terra stranito, “anche se in parte ha già ricevuto la punizione che merita. Ma non credo che lei abbia capito: la gente come lei non capisce mai”.
La mattina dopo scelse una delle sue maschere più belle,Maschera-di-Papposileno la imballò con cura e la spedì a Gene in Alaska con un bigliettino: “Caro Gene, non immagini quanto la tua maschera mi abbia reso felice. Ancora ti sono grato per il tuo dono, che ora voglio ricambiare con questa maschera di sileno: credo che anche lei abbia una certa potenza. Nelle antiche culture greco-italiche i doni venivano sempre ricambiati e si donavano le cose migliori che si possedeva: sicuramente lo faceva anche il tuo popolo e lo abbiamo fatto noi due, celebrando così il nostro rito condiviso. Ti abbraccio. Marco. Ah, dimenticavo: anche il sileno grida, al momento giusto.”

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5 risposte a “DonAldo/Robertucci – Il grido della maschera

  1. Complimenti Aldo. Unsoggetto davvero originale, interessante e ben scritto!
    ErCia

  2. Scusami Robertucci ma qui tra “antecedente” e “conseguente” ho avuto una fase “discendente” e ho fatto confusione. Ovviamente a te i complimenti!
    ErCia

  3. Leggere insieme le due parti di questo stesso racconto(?) è stato come cercare di dare un senso ad un documentario d’attualità infarcito di riflessioni socio-politiche condito con una storia affascinante, misterica e senza tempo! Per chi ama e mastica di cinema è come mettere insieme un film dei fratelli Dardenne (bello, per carità) con l’opera potente, misteriosa e visionaria di Akira Kurosawa!

  4. Uno per tutti. Immaginato, non sembrava un racconto difficile; a scriversi, si è rivelato, credo, la prova più ostica affrontata finora. Questo vuol dire che la difficoltà aguzza l’ingegno oppure che siamo proprio bravi…
    Due per tutti. Solo due degli otto racconti non prevedono morti! Siamo imbevuti di libri gialli o abbiamo un’immaginazione morbosa? Aiuto!

    Come sempre R. da prova di immaginazione fuori del comune e di ottimo stile letterario. Nell’antecedente di DA. , pur interessante per la descrizione di una formazione fascista, è tirato per i capelli il raccordo con il conseguente…

  5. Non molto riuscita la fusione fra l’antecedente e il conseguente, anche se forse si potrebbe pensare a una consegualità fra l’indottrinamento fascista del giovane Marco inteso come una maschera che imprigiona coscienza e intelletto e il nuovo rapporto che il Marco adulto, finalmente libero, intrattiene con le maschere in una felice e affascinante simbiosi. Comunque la qualità della scrittura di Robertucci, che intreccia armoniosamente il reale con l’immaginario, è sufficiente a rendere gradevole l’intero racconto.

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