Jena camuna/Mamma Oca – Il segreto del giardiniere

Jena camuna
Non mi convinceva. Per niente. Sarà la deformazione professionale (trent’anni a Scotland Yard qualche conseguenza la devono pur lasciare), ma la morte improvvisa della nostra Sovrana non riuscivo ad accettare fosse avvenuta proprio così. Il referto medico l’avevo letto e riletto di persona: me l’aveva mostrato, in via del tutto riservata, Sir William Harvey, medico personale della Regina. Non si fa, ma noi frequentiamo lo stesso club e essere membri di quel club, bè, qualcosa vuol pur dire: massima fiducia reciproca, per esempio. “Rallentamento della respirazione e indebolimento cardiaco”: così aveva scritto l’illustre cardiologo.
Ci sta, direte voi: a ottantotto anni, dopo una vita intensa, dedicata a reggere il proprio Paese per oltre sessant’anni… Potete pensarla così perché non eravate con me il giorno prima della morte, a Buckingham Palace: ho fatto visita alla Regina in seguito alla ventilata possibilità di un attentato organizzato da fanatici seguaci dell’ISIS. Scotland Yard ha incaricato me di contattare Sua Maestà per valutare in via informale le misure da mettere in atto con discrezione per proteggere Lei e la famiglia Reale, senza però ingenerare panico nella popolazione. Mi dovete credere: era più in forma di me, battagliera e decisa a non mutare il suo stile di vita, anche se condivideva l’esigenza di salvaguardare la Guida della Nazione. No, quella donna stava bene come può starlo una sana e attiva signora di sì e no settant’anni.
Non bastasse quello. Sempre l’amico Sir William subito dopo il decesso mi ha mostrato, in gran segreto, la cartella clinica della nostra Sovrana; le ultima analisi del sangue e delle urine (chiedo scusa se accosto alla Sua persona termini tanto volgari) erano per-fet-te. Sicuramente migliori delle mie e della maggior parte di voi. Purtroppo alle Regine non si fa l’autopsia, quindi la causa della morte è rimasta quella che aveva tutta l’apparenza di essere la più plausibile. Non solo era impossibile ravvisare il minimo indizio di omicidio ma se l’ISIS o chi per esso avesse osato tanto il giorno stesso ci sarebbe stata la trionfalistica rivendicazione.
Io però mi sentivo inquieto; nei giorni seguenti continuai ad accumulare elementi che accrescevano in me il dubbio sulle reali cause della morte della Regina. Minuzie, certo, che per gli altri trovavano facile spiegazione o non suscitavano nemmeno domande. A me sì, invece.
perché subito dopo la Sua morte tutti i fiori delle aiuole regali erano stati recisi e mandati alla cattedrale di Westminster? Un omaggio dovuto, si dirà; ma perché proprio tutti?
Il rosaio della Regina, quello davanti al quale era morta, era stato subito estirpato, senza motivo apparente. La Regina non era deceduta per la puntura di una rosa: perché allora prendersela con tanto accanimento con quegli incolpevoli fiori?
Entrambi questi fatti erano riconducibili alla stessa persona: Russell Page, l’ex giardiniere reale. Ex, in quanto ha chiesto di essere messo a riposo subito dopo la morte della sua augusta datrice di lavoro. Non poteva sopportare l’idea di curare fiori, piante, aiuole per un’altra persona che non fosse Lei, dopo quasi venti anni dedicati interamente a quel sublime compito. Per chi conosce la nostra dedizione alla Corona, sentimento non solo comprensibile ma addirittura prevedibile. Però quell’uomo schivo mi incuriosiva: un signore distinto, sessantatre anni portati molto meglio degli altrettanti miei, single, pareva unicamente dedito alla passione per fiori e piante. Prima di parlargli mi ero fatto predisporre una sua scheda informativa.
Figlio di poverissimi agricoltori dell’Hampshire, aveva conseguito una laurea in Agronomia a Cambridge grazie a borse di studio e sovvenzioni private ottenute in virtù di intelligenza e volontà superiori alla media. Innamorato di piante e fiori, per alcuni anni aveva girato l’Europa allo scopo di specializzarsi nell’arte della floricoltura (lunghi soggiorni in Olanda e in Italia). Senza trascurare la frequentazione di gabinetti scientifici e laboratori botanici.
Tornato in Inghilterra, aveva lavorato presso il più rinomato vivaio del Regno, con annesso laboratorio di ricerca. Amante della natura, non disdegnava lo studio di incroci, innesti, esperimenti vari. “Un musicista partendo dalle semplici note elabora sublimi e complesse architetture musicali” gli aveva detto durante la loro prima chiacchierata “altrettanto a me piace fare con le ‘note’ floreali che mi fornisce la Natura”.
In breve tempo divenne un professionista altamente qualificato, apprezzato e ricercato. Inevitabile che, all’età di soli quarantacinque anni, venisse chiamato a Corte, a sovrintendere il parco reale. Con il tempo aveva allestito, nei locali di una ex scuderia, un laboratorio nel quale si dedicava ad arditi innesti, con risultati straordinari. Detto da lui stesso.
Gli avevo chiesto se conservava fotografie delle sue realizzazioni a Buckingham Palace: tradendo un lievissimo moto di stizza, mi aveva risposto di no. Me le ero procurate da solo presso il fotografo di Corte: tulipani, rose, ortensie, margherite, petunie, papaveri… disposti in geometrie per lo più banali. Nel mio piccolo mi diletto anch’io di giardinaggio: devo ammettere che quelle immagini non facevano certo pensare a un architetto floreale, non suscitavano particolari emozioni. Come si conciliava con la fama e la caratura di Russell Page? Perché tanta fretta nel recidere TUTTI i fiori e spedirli alla cattedrale? Perché distruggere subito quel rosaio? Perché andare subito in pensione?
Gli posi queste domande facendogli visita a casa sua, senza preavviso: lo trovai in un bugigattolo in fondo al giardino, che fungeva da laboratorio di ricerca.
“Non mi stanco mai di cercare nuove combinazioni, nuove melodie. È la mia vita!”
Rientrammo in casa; davanti a una tazza di tè rispose alle mie domande.
“Ho cancellato le tracce del lavoro che insieme, la Regina e io, abbiamo portato avanti per quasi venti anni. Un tempo si sacrificavano ai Faraoni i loro schiavi, i loro animali: io le ho sacrificato i suoi fiori. E me ne sono andato da là, come Lei. Ora vivo, lavoro e studio solo per me.”
“Mi scusi la brutalità: le aiuole di Buckingham Palace (ho visto le fotografie) non mi sono parse all’altezza della sua fama.”
Sarebbe sfuggito ad altri, ma non a me, lo sforzo di autocontrollo:
“Io ero solo il suggeritore e l’esecutore. Le decisioni le prendeva lei… la Regina in assoluta autonomia di giudizio”.
Tornato nel mio ufficio ordinai immediatamente una perquisizione discreta (non ufficiale) nell’abitazione dell’ex giardiniere reale. Solo poche settimane prima mi aveva incuriosito e commosso la morte di un giardiniere trentenne, caduto a terra mentre lavorava nella tenuta di un ricco uomo d’affari, nei paraggi di Londra. La spiegazione più probabile della sua fine era stata: avvelenamento per contatto e inalazione dei fiori di aconitum, una pianta già nota per questo genere di malefatte.
Per non fare la stessa fine me li ero guardati e riguardati quei fiori assassini fino a stamparmeli indelebilmente nella memoria fotografica. Non potevo sbagliarmi: Russell Page li coltivava nel suo giardino, dal momento che li avevo visti nel piccolo laboratorio.
Purtroppo la mia intuizione anche questa volta non ha fallito: i miei segugi mi hanno riportato questo memoriale, trovato nascosto dietro alcuni vasi di fiori di aconitum, nel laboratorio di Page. Il suggerimento era stato mio, insieme a quello di usare guanti e mascherina.

Mamma Oca (conseguente)
She is dead. La nazione è in lutto… che dico, il mondo intero. Gli uffici sono chiusi, le scuole sono chiuse, i negozi hanno le serrande abbassate, dovunque bandiere a mezz’asta, chiese e pubblici edifici parati a lutto, i canali televisivi e le reti radiofoniche trasmettono marce funebri a tutto volume, le donne e i bambini piangono, i negozianti fanno affari d’oro con le coccarde di velluto nero da appuntare sui baveri delle giacche. Domani ci saranno i solenni funerali di stato. La salma, ricoperta dalla bandiera, sarà trasportata sull’affusto del cannone col quale Wellington sbaragliò Napoleone a Waterloo. Sembra che ci sarà anche il Papa di Roma, oltre naturalmente a tutti i potenti della terra.
Tutti piangono, io solo esulto. Dentro di me, naturalmente, perché, come tutti, il mio viso è improntato al più profondo dolore e non faccio che cavarmi di tasca il fazzoletto per strofinarmi gli occhi. Con gioia suprema, ho reciso tutti gli stupidi fiori da Lei preferiti e li ho fatti recapitare in alcuni grossi tir alla cattedrale di Westminster. Se penso invece a come mi piangeva il cuore quando ero costretto a seminarli, metterli a dimora, piantarli! Qualche volta, per la gioia dei tabloid, fingeva di piantarli Lei stessa, in tailleur rosa confetto completo d’uno dei suoi assurdi cappellini in tinta, tenendo nelle mani inguantate una zappetta che mai si era insudiciata di terra…
Qui, spazio per piantare ce n’è tanto: anche se si tolgono gli alberi, i prati, il laghetto, l’orticello bio del suo detestabile figliolo, in tutto sono undicimila metri quadrati, scusate se è poco. Qui, di occuparsi delle piante verdi e fiorifere, non si finisce mai. Le grandi aiuole, purtroppo, sono già preordinate nei loro rigidi e infantili schemi geometrici: le ha disegnate Lei! Io debbo solo riempirle su sua indicazione.
In fatto di fiori, ha un gusto banale e limitato da borghesuccia qualunque: tulipani rossi e gialli, rose, ortensie, margherite, petunie. Ma, soprattutto, papaveri. Riempirebbe le aiuole – e quasi tutte sono aiuole di venti, trenta metri – di papaveri. Invano le propongo specie rarissime, mentre nel mio laboratorio mi dedico ai più arditi innesti, con risultati straordinari. Ho smesso di metterla al corrente, tanto, quand’ho finito di parlare, lei scuote la testa e mi dice, sorridendo dolcemente “Freddy, quando arriverà a comprendere l’umile bellezza dei papaveri? Temo che lei sia un poco snob”. Snob? A me, figlio di poverissimi agricoltori, mentre Lei, mentre Lei…
Tutti dicono che sono molto fortunato: intanto, ho la responsabilità di tutti quegli undicimila metri quadrati e parecchie decine di giardinieri ai miei ordini. Uno dei loro incarichi principali è quello di potare costantemente non dico i ramoscelli, ma le foglioline che con la loro crescita osano alterare la simmetria delle aiuole. Le aiuole, così come le vuole Lei, mi fanno sempre pensare alle sue acconciature: mai un capello fuori posto.
Molti m’invidianoperchè Lei tratta direttamente con me, che pur sono soltanto un giardiniere (anche se capo), nonostante che tra di noi ci sia un passaggio gerarchico d’una trentina di persone. Forse, se fosse la segretaria della segretaria della segretaria a impormi gli odiati papaveri, non sarei così furibondo come quando lo fa Lei. In quegli istanti, la vorrei morta. Anzi, è proprio quello che mi propongo di fare.
Non sono, vi prego di credere, d’idee repubblicane: sono solo un onesto e altamente qualificato professionista che non tollera di venire mortificato da un’incompetente., qualunque sia il suo rango. Nel mio laboratorio segreto , dopo infiniti e pazienti tentativi della durata d’una decina d’anni, sono riuscito a realizzare, innestando un aconito a una rosa, una stupenda pianta dal profumo mortale. Quand’è stata nel pieno della fioritura, l’ho interrata in un’aiuola in prossimità della finestra dello studio dove Lei trascorre più della metà della giornata. In questo non la si può rimproverare: grande professionista anche Lei.
Quando ha visto il nuovo rosaio, è corsa subito in giardino. Io ho spiccato la rosa più bella – avevo una mascherina pseudo antismog – e gliel’ho porta. Lei l’ha odorata ed è immediatamente crollata a terra, stecchita. Data la sua tarda età, tutti hanno pensato ad una morte naturale. Così non passerò alla storia come regicida, dal momento che alle regine non si fanno autopsie. Purtroppo, il mio nome non figurerà neppure tra quelli dei più grandi botanici, Plinio, Linneo, per il mio eccezionale innesto: per non avvelenare persone innocenti, con la scusa che non avrei potuto sopportare di avere davanti agli occhi quel rosaio che mi ricordava la triste fine della mia sovrana, l’ho estirpato e bruciato.
Mi hanno messo in pensione. Per la verità, sono stato io a richiederlo. Il successore di Lei vuole destinare a bio orto tutti gli undicimila metri quadrati del parco. Se prima odiavo i papaveri, mica potevo abbassarmi alle melanzane…

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15 risposte a “Jena camuna/Mamma Oca – Il segreto del giardiniere

  1. Mamma Oca, da ottima scrittrice e grande appassionata di “gialli”, ci racconta un perfetto delitto all’inglese, impreziosito dal rango della vittima e dalla tenace rivendicazione, anche questa tutta inglese, della dignità del proprio lavoro da parte dell’assassino. Jena camuna, da par suo, risponde con un investigatore tratto di peso dalla mitologia di Scotland Yard. La scelta di un antecedente che viene temporalmente dopo il conseguente ma che con un gioco di prestigio (la confessione scritta trovata dietro il vaso di aconitum) lo ricolloca logicamente nella giusta sequenza, è veramente geniale. Oserei dire che si tratta di un doppio “canone inverso” o meglio di un “canone inverso” al quadrato…

  2. Ma quale geniale: elementare, Watson! Mi son trovato di fronte un racconto in sé compiuto, con testa e gambe autosufficienti a farlo marciare alla grande per conto suo. Ogni antefatto l’avrebbe snaturato, svilito… tanto valeva escogitare un trucco per tenerlo così com’era, quasi un messaggio nella bottiglia.
    Io ho solo fabbricato la bottiglia.
    Mamma Oca, che puoi dirle? Sottoscrivere la sentenza di Hedrock!

  3. Ho da subito sottoscritto la sentenza di Hedrock, ammirando nel contempo le sue doti critiche. Avevo anche nutrito dei rimorsi nei tuoi confronti essendo ben consapevole di aver scritto un racconto completo, e confermo che la tua soluzione giallista è stato un vero colpo di genio. Sembrava persino che il canone fosse stato scritto da una sola penna: la tua? la mia?

  4. una sola aquila… ma bipenne!

  5. Il tutto in perfetto stile English. Ottimo il doppio salto mortale all’indietro con elevato coefficiente di difficoltà

  6. Uno per tutti. Immaginato, non sembrava un racconto difficile; a scriversi, si è rivelato, credo, la prova più ostica affrontata finora. Questo vuol dire che la difficoltà aguzza l’ingegno oppure che siamo proprio bravi…
    Due per tutti. Solo due degli otto racconti non prevedono morti! Siamo imbevuti di libri gialli o abbiamo un’immaginazione morbosa? Aiuto!

    Delizioso il racconto del giardiniere assassino al modo di Agatha Christie: Mamma oca perchè non scrivi un giallo all’inglese tutto per noi? Giustamente mantenendosi nel solco del giallo, J C. ha risolto alla Hercule Poirot “il caso”.

  7. Il dilemma di Dicky non è da sottovalutare, sarebbe davvero interessante approfondirlo. Anzi: intrigante.
    Penso che l’atmosfera generale aiuti molto a trovare naturale infilare morti nei racconti anche non gialli

  8. E’ strano, in questi racconti si parla molto più di morti che di nascite o di amore. Come mai siamo diventati, o siamo sempre stati, pessimisti?

  9. Mi dispiace, caro linutile, ma non farei mai nascere un bambino, sia pure sulla carta, per costringerlo a respirare smog sin dal primo soffio di vita. Sempre che quello di cui ti lamenti non sia una maniera inconscia di avvicinarsi, serenamente e coraggiosamente, a una certa Signora.

  10. Intanto confermi il pessimismo, che presupponevo. Sulla seconda parte sono d’accordo con te, ma non direi “serenamente e coraggiosamente”. Se così fosse, non dovremmo “trovare naturale infilare morti nei racconti anche non gialli”, troveremmo più simpatico pensare alle fasi centrali della vita, amore, sesso, nascite.

  11. Non scriverei di sesso neanche se mi coprissero d’oro. Potrei citarti, per gli opportuni confronti, gli scrittori che non ne parlano e quelli che ne straparlano per vedere dove pende l’ago della bilancia, ma preferisco ricorrere all’esempio di certi film che riportano scene di massacri, uccisioni e così via. A mio parere, hanno molto più impatto emotivo quelli che in quei momenti allontanano la macchina da presa facendoti intendere quel che avviene, che non quando vengono portati in primo piano ferite sanguinolente e crani spaccati: di fronte a questo, ne nasce solo disgusto e ribrezzo, non emozione.
    Però evito di scrivere anche d’amore, per paura di risultare troppo rugiadosa, anche se tutti i racconti di Mamma Oca sono il pretesto di parlare d’amore senza darlo a vedere.
    Certamente ne I promessi sposi Renzo e Lucia non si scambiano neanche un bacetto, ma dove lo metti quel: “E la sventurata rispose”?

  12. Appunto :”… sventurata …”. Oggi “sventurato” sarebbe considerato il padre e “normale” una signorinella che risponda alle avances di un bel giovanotto.
    Solo la fine dello Stato della Chiesa ha concluso la pratica “monzese”. Almeno questo di buono l’hanno fatto i piemontesi!
    Sono d’accordo sui racconti di mamma Oca che parlano d’amore. Ci sono vari modi, infatti, di parlare d’amore, ma non vanno “criminalizzati” i modi che usano parlarne in modo più esplicito e terreno rispetto a Renzo e Lucia (oggi si preferirebbe dire: Lucia e Renzo). Comunque non abbiamo ancora chiarito, almeno in modo esplicito, perché tanti morti nei racconti del nostro blog.

  13. Forse perché sarebbe avulso dalla realtà fingere il contrario. Comunque non mi pare che fantasy e fantascienza scarseggino di morti ammazzati. E in natura non si uccide e si muore? Ma anche si tromba e si nasce, certamente. Ci vorrebbe un ‘giusto mezzo’.
    Sarebbe interessante, sì, un piccolo sondaggio per capire quanto incida sulla prevalenza di morti il fatto che qui dentro siamo tutti (penso) di sinistra (nelle sue varie sfaccettature) e che i più giovani siamo Er Ciavatta e io.
    E ho detto tutto.
    P.S. Ai piemontesi va anche riconosciuto il merito del Nebbiolo, dei gianduiotti e della bagna caoda.

  14. Ci sei andato vicino. Un altro sforzo e arrivi al traguardo in modo diretto.

  15. Gentile signora Ivana, in linea di principio sono molto d’accordo con lei che l’impatto del non detto (o del non mostrato) ma appena evocato sia maggiore della banale rappresentazione materiale. La Primavera del Botticelli è di gran lunga pià sessulmente stimolante di mille cartelloni pubblicitari senza veli. Tuttavia l’arte, quando è tale, riesce anche a mostrare scene esplicite di sesso in cui ogni malizia è esclusa: mi viene in mente a esempio Il Canova di Amore e Psiche, pietra che diventa all’occhio carne viva e fremente.
    Ma per rimanere nell’ambito di questo blog le suggerirei di rileggere la descrizione dei due amplessi descritti da Hedrok in Fase 3 – Il rapimento (Racconto a numero chiuso), non casualmente accostati. Il primo è giocosamente rappresentativo di un rapporto quasi animale, e quindi di per se stesso innocente; l’altro un delicato e rispettoso sguardo sulla “prima volta” di due adolescenti e altrettanto innocente. Entrambi esprimono con efficacia e immediatezza la psicologia dei vari personaggi: sono quindi essenziali al racconto e ben lungi da un morboso esibizionismo. Credo che questo sia un altro elemento dirimente.

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