Pasquale dalla Luna/Dicky – Cane, dove sei Cane?

Pasquale dalla Luna
“Non andare Erminia, non andare”.
“Piccola mia, non posso restare. Domani devo andare al lavoro, ma torno domenica prossima, dai, te lo prometto”.
La bambina aveva accennato un piccolo mugugno e l’aveva lasciata andare.
Mentre metteva in moto l’auto per tornare verso casa Erminia si chiese se anche lei da bambina si affezionava così facilmente alle persone. La piccola Maria l’aveva conosciuta quella stessa mattina quando la palla con cui la bimba stava giocando le era finita in grembo mentre lei era assorta a leggere un romanzo distesa sulla sdraia, nel cortile della grande casa di campagna che i genitori di Maria usavano come bed&breakfast.
Una giornata di riposo che si era concessa tra le colline abruzzesi prima di iniziare una nuova settimana che sarebbe stata dura da affrontare.
Il silenzio di quel posto, l’aria frizzante e la bella giornata di sole erano state una vera mano santa ma ora immaginava che per una bambina di dieci anni vivere così lontana da tutto poteva essere davvero noioso. Difficile dire cosa sia necessario per apprezzare silenzio e solitudine ma almeno una condizione le era chiara: non si doveva essere bambini. Bisognava aver vissuto e, chissà, avere qualcosa da cui tentare di staccarsi.
Passare in auto, di notte e da soli, all’interno delle tante gallerie che stava incontrando sulla strada del ritorno le diede un senso dolce di calore, quasi un desiderio di addormentarsi, una attrazione per quel buio, quel nero. Una sensazione simile la provava anche ascoltando musica ad occhi chiusi. Rallentò per far durare di più quel buio ma, a malincuore, non si addormentò.
Evitare la settimana incombente avrebbe richiesto maggiore determinazione; ma quei cinque giorni di ufficio che l’aspettavano erano ormai metabolizzati dalla consuetudine: né più né meno che le solite incombenze e le solite facce. Giornate scivolose che la facevano arrivare a sera senza grandi traumi. Non abbastanza per dire: basta! No, rifletté, non era certamente quello il “qualcosa” da cui staccarsi che le faceva cercare silenzio e solitudine.
Ma forse non voleva staccarsi da niente, era soltanto una persona molto malinconica.
E poi c’era quel suo nuovo, strano amico nero. L’avrebbe incontrato ancora?
Ancora una galleria, ancora un blando tentativo di assopimento ma anche questo tunnel finì senza alcun esito. Era l’ultimo; peccato, sarà per la prossima. La prossima settimana avrò un’altra occasione, pensò, magari incontro un tunnel molto più lungo.

Dicky
Il cane era là a aspettarla come tutti i giorni, seduto accanto alla panchina. Quando la vide le si fece incontro, una leggera musata sulla coscia, il tocco di un naso umido sulla mano.
Erminia sedette e aprì la busta: un sottile tramezzino tonno e insalata per lei (il suo secondo lavoro le imponeva una linea impeccabile) un robusto panino al pollo per il cane. Spezzò il panino e lo dispose a terra sulla busta aperta. Il cane mangiò con voracità ma con eleganza. Era un cane elegante, una specie di lupo slanciato e con le gambe lunghe, tutto nero tranne la mascherina bianca del muso. Era arrivato all’improvviso un giorno e da allora condividevano il pranzo. Erminia aveva provato a chiedere in giro notizie del cane ma né il baretto del parco né i bancarellari accanto al cancello avevano saputo darle una risposta: non era di nessuno, era arrivato da solo un giorno, era il cane del parco… Erminia aveva cercato se rispondesse a qualche nome ma né Gip, Dog, Buc, Rollo, Flic, Trixie, Billy o quantaltro avevano ottenuto successo: il cane continuava a guardarla impassibile. E allora era diventato Cane.
“Cane, vieni bello, vieni”. Cane la guardava muovendo le orecchie, a volte un accenno di scodinzolamento, ma niente di più. Restava sdraiato accanto a lei per tutta la pausa pranzo poi la accompagnava fino al cancello, resistendo a tutti i suoi tentativi di farlo uscire dal parco, di farsi accompagnare fino in ufficio, fino a casa. Neanche le prelibatezze più fini lo tentavano. Restava a guardarla mentre si allontanava e quando lei si girava a salutarlo rientrava di corsa nel parco. Eppure un cane, soprattutto un cane come quello…
Erminia amava tutti gli animali ma principalmente i cani; le erano sempre stati vicini, fin dalla nascita… Bloccò immediatamente i cani del suo passato, veicolo subdolo di cose cui non voleva pensare, che aveva dimenticato. E poi il suo lavoro, il suo doppio lavoro, le aveva fatto apparire particolarmente gravoso l’occuparsi di un cane. Però quel cane, Cane, nero come il fato, apparso dal nulla come il destino, lo avrebbe accolto con amore.
E il venerdi e il sabato, quando tornava a casa nella tarda nottata, il cane sarebbe stato una presenza rassicurante. Non che provasse veramente timore quando tornava a casa: la macchina parcheggiata proprio davanti all’ingresso del locale e il garage chiuso del palazzo dove abitava le erano sempre apparsi un modo più che idoneo per scansare pericoli, solo che adesso, da qualche giorno… Ebbe un brivido: Cane, dove sei Cane?
Si affrettò verso il Ministero, il suo primo lavoro, l’algida dottoressa Erminia Ritelli, sempre disponibile, sempre gentile, così educata, così colta, così garbata, così elegante… così riservata, quasi misteriosa. Erminia non chiedeva e non dava confidenza, la sua vita era la “sua” vita, non amava il cicaleccio dello stanzino del caffè non spento neanche dalla presenza sporadica del direttore ma smorzato invece dalla sua, di presenza. Immaginò di raccontare loro del suo secondo lavoro, immaginò l’incredulità, la costernazione. Ma no, avrebbero pensato che stava inventando, per prenderli in giro, per metterli alla prova… E se avessero saputo dei suoi rapporti quotidiani con Cane? L’avrebbero come minimo presa per matta. Erminia non sentiva la mancanza di rapporti con i suoi simili, l’unico rapporto che avrebbe voluto più stretto era quello con Cane, ma era lui che si rifiutava (Una voce dal suo passato: “Si dice esso perchè è un animale, stupida!” Col cavolo, Cane è meno animale di te, Cane è “lui”!) Cane, dove sei Cane?
Varie volte aveva pensato di andarlo a cercare all’uscita dall’ufficio ma il pensiero di non trovarlo sarebbe stato un tormento più difficile da sopportare della sua mancanza. Cane, dove sei Cane?
Era venerdi, doveva affrettarsi al suo secondo lavoro. Il necessario era tutto pronto nella valigetta, doveva solo andare. Il locale era illuminato, i camerieri sistemavano i tavoli, i musicisti provavano gli strumenti. Maurizio la salutò con un bacio leggero sulla guancia: “Tranquilla, non lo farò entrare.” Erminia comunque aveva parcheggiato la macchina in modo che la portierta del guidatore si aprisse direttamente sull’uscita del locale, precauzione presa da “quel giorno”. Cane, dove sei Cane?
Si sentiva malinconica: il ripetuto rifiuto di Cane le dava tristezza e, come sempre quando era triste, temeva l’emergere del passato, di quei ricordi che aveva relegato nel profondo. Basta! Quei ricordi appartenevano a Erminia mentre lì, in quel momento, lei era “La Dea d’oro”. Le venne da ridere: era stato Maurizio a trovarle il nome, a inventare il costume, a suggerirle come sfruttare le sue capacità. Lei ci aveva messo competenza e passione, ambedue frustrate da bambina, emerse quando, già grande, aveva cominciato a frequentare la scuola di danza. “Mirable! Merveilleux! Un talento innato!” si complimentava Monsieur. Lei sapeva solo che la musica la trascinava a movimenti e posture che nulla avevano a che fare con la dottoressa Ritelli. Cancellava luoghi, momenti e pensieri e ballava “come se fosse posseduta” diceva Maurizio che, una sera, l’aveva vista abbandonarsi alla musica perchè tristezza, malinconia e ricordi quella sera l’avevano condotta là, e tristezza, malinconia e ricordi l’avevano costretta a rifugiarsi in una danza solitaria. Maurizio le aveva offerto un contratto come danzatrice (niente intrattenimento dei clienti, niente di sexy o provocante, solo muoversi come sapeva al ritmo di musiche struggenti e sensuali), una maschera dorata a nasconderle il viso, una fluente parrucca bionda a coprire il suo rigido caschetto bruno per mantenere l’integrità della dottoressa Ritelli.
Come se fosse appena nata, così si era sentita la prima sera, nata alla vita per la prima volta, tutto il resto via, indietro, nel profondo. Le serate finivano sempre troppo presto, ne usciva esaltata ma stremata, incapace a prender sonno anche nel riparo del letto. Sempre appagata, ma sempre col fiato in gola. Quelle due serate erano ormai il fulcro della sua vita. Era felice, finalmente. Fino a quando… Cane, dove sei Cane?
Aveva cominciato a chiederle di sedersi al suo tavolino. Poi a aspettarla fuori del locale, a implorare appuntamenti. Una sera aveva cercato di bloccarla mentre lei scivolava fra i tavolini per raggiungere la pedana. Era intervenuto Maurizio che lo aveva costretto a rinunciare. Poi gli insulti a alta voce, le minacce. Maurizio gli aveva interdetto ogni possibilità futura di ingresso. Ma lei lo vedeva fuori, ogni volta, dall’altra parte del marciapiede. Maurizio le aveva offerto una scorta ma lei non voleva si sapesse niente di lei, voleva mantenere separate le due vite. Cane, dove sei Cane?
La musica che cominciava a filtrare nel camerino cancellò malinconia e tristezza: era pronta.
Quella sera fu meravigliosa, se ne accorse anche lei. L’applaudirono in piedi, gridandole approvazione e entusiasmo.
Uscì più esaltata e stremata del solito. Aprì la macchina e scivolò dentro. La portiera di destra venne spalancata di colpo e lui era lì, accanto a lei, un coltello puntato sul collo. Cane, dove sei Cane! “Maledetta! Stronza troia! O mia o morta”. Cane, dove sei Cane! “No” disse Erminia ma cosa negasse non fu chiaro a nessuno dei due perchè lui immerse il coltello. Il tunnel si aprì (“Ma non è nero! E’ luminoso!”) e lei vi penetrò, grata che tutto finisse così facilmente. Cane! Dove sei, Cane?…

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4 risposte a “Pasquale dalla Luna/Dicky – Cane, dove sei Cane?

  1. Uno per tutti. Immaginato, non sembrava un racconto difficile; a scriversi, si è rivelato, credo, la prova più ostica affrontata finora. Questo vuol dire che la difficoltà aguzza l’ingegno oppure che siamo proprio bravi…
    Due per tutti. Solo due degli otto racconti non prevedono morti! Siamo imbevuti di libri gialli o abbiamo un’immaginazione morbosa? Aiuto!

    Mi piace come P. si sia limitato a cogliere il momento più importante della parte scritta da D. (il tunnel) e a farne un momento di attesa: quasi un thriller.

  2. Un racconto teso, intenso, magistralmente giocato dai due autori con pari sensibilità. Fra le due parti non appare un prima e un dopo, ma un continuo scambio di accordi: una partitura musicale univoca di canto e contrappunto. La descrizione crudele e commossa di una vita border-line che corre verso l’inevitabile finale.

  3. Ho il piacere di trasmettere il seguente telegramma, ricevuto in data odierna, da località top secret:
    “E’ mia premura rassicurare la signora Dicky sulla sorte di quel cane di cui talmente si preoccupava, da chiedersi per ben cinque volte dove esso si trovasse (“Cane, dove sei cane?”). Sono lieta d’informarla che detto cane attualmente è alloggiato nel Reale Canile di Sua Graziosa Maestà Britannica, nonché oggetto delle più affettuose attenzione da parte di una Sovrana il cui amore per i cani è solo secondo a quello per i cavalli. F.to Camelia Poppy”.

  4. Temo che qui vi crolli un mito (non so se si coglie la sottile autoironia), a forza di esprimere pareri tanto difformi dai vostri. Ovvero: non sono dotato di senso critico, non so leggere cogliendo quello che gli altri vedono con tanto entusiasmo. E se sei l’unico a non cogliere, almeno il dubbio te le devi far venire…
    Nel concreto: apprezzo – e molto – la parte scritta da Dicky – per la vicenda in sé (pur… cupa – e non Pupa) e per come viene svolta. Ma non recepisco la consequenzialità al contrario dell’incipit.
    Mi spiego. Può darsi – ed è probabile – che mi faccia condizionare dalla evidenziazione dello stacco, delle due parti. Avverto la cesura, eccome. Però l’ho già detto anche per altre delle seconde parti (a cominciare dalla mia): sono racconti conchiusi di per sé, comprensibili e leggibili benissimo anche senza gli incipit.
    Forse anche la sproporzione fisica, in questo caso, fra le due parti.
    Però… boh… vedo che sono l’unico a pensarla così… ergo, in virtù della dittatura della maggioranza, sono un diverso

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