Robertucci/Hedrok – Il male minore

Robertucci
Non so come è potuto succedere. A un certo punto mi sono trovato di fronte a un baratro: tutto è avvenuto improvvisamente e si è risolto in un lasso di tempo brevissimo, il tempo che passa tra la vita e la morte. Non volevo, non avrei voluto, sono confuso, disperato. Sto aspettando che arrivi la polizia: non ci metteranno molto, dato che la pistola con cui ho sparato ad Aldo è accanto al suo cadavere nel bosco e io sono qui a poca distanza: siamo ambedue persone conosciute.
Chi sono? Che cosa ho fatto? E perché l’ho fatto?

*****

Devo riandare all’indietro nel tempo, all’inizio di tutta questa storia, ricapitolare, riconnettere.
Ho conosciuto Aldo quando avevo 23 anni e lui ne aveva 19. Eravamo studenti universitari, ma non compagni di corso, anzi, frequentavamo insegnamenti molto distanti fra di loro: lui fisica io psicologia. Lui era appena entrato e io stavo per concludere: forse per questo ho finito per ricoprire ai suoi occhi il ruolo di maestro di vita. All’inizio ci hanno unito le lotte studentesche, le barricate, le occupazioni, quella frenesia del vivere intensamente le passioni e le utopie come se fossero realtà concrete; poi siamo passati a un’amicizia più profonda, in cui alla condivisione ideologica si è progressivamente aggiunta un’intesa molto più coinvolgente sul piano personale. C’era un’attrazione che disegnava il nostro rapporto di amicizia in modo particolare, sebbene ognuno di noi avesse anche altri, eterogenei interessi. Vivevamo una sessualità libera, come avveniva in quel periodo, ma piano piano ci ritrovammo persi in un vero e proprio innamoramento fra di noi. Durò a lungo e non ebbe fine.
Aldo era allegro e scanzonato, sicuro di sé; a volte mostrava un’etica disinvolta, altre volte appariva disarmato.
Ricordo quell’estate che andammo a fare un campeggio solitario al mare. Eravamo ancora molto giovani. Aldo era entrato in acqua al tramonto e si era allontanato; non tornava indietro. A un certo punto cominciai a preoccuparmi e lo chiamai gridando il suo nome contro il megafono delle mani, ma lui non rispondeva e rimasi lì a guardare fisso quella sagoma contro il sole. A un certo punto lo vidi fare dei movimenti strani, come annaspare, in difficoltà:
“Ecco, pensai, lo sapevo: che incosciente!”
In un attimo mi tuffai. Non ero un gran nuotatore, anzi: con difficoltà, e soprattutto con molta volontà, riuscii a raggiungerlo. Feci appena in tempo a sorreggerlo ché sarebbe veramente annegato. Lo portai a fatica sulla spiaggia, gli feci eliminare l’acqua bevuta, lo coprii, gli feci bere un tè caldo, lo salvai. Quando si riprese Aldo, ancora pallidissimo, mi disse:
“Mi hai salvato: ora la mia vita ti appartiene, puoi farne quello che vuoi.”
“Ma dai – gli dissi, sdrammatizzando – sei diventato romantico tutto d’un botto? Ti sei preso un bello spavento, eh? Comunque la tua vita è tua e tale rimane: io ho già la mia e mi basta, credimi.”
Ma Aldo continuava a fissarmi ripetendo con un’espressione stravolta: “È tua, è tua.”

*****

Ognuno di noi due ha poi preso la sua strada professionale. Piano piano vedevo in Aldo, nel suo diventare adulto, un allontanamento dalla freschezza giovanile e un compiacimento di sé: era bravo nel suo lavoro, apprezzato e faceva carriera, ma sembrava ormai distante quell’idea etica che avevamo condiviso.
E tuttavia seguitavamo a stare bene insieme, a modo nostro, accanto a molto altro che individualmente ci prendeva e ci diversificava. Ci piaceva soprattutto conversare passeggiando all’aria aperta e confrontare i nostri diversi punti di vista, il suo da scienziato il mio da psicologo. Aldo appariva sempre sicuro di sé, disincantato, ma poi vedevo che di fronte ai grandi temi della psiche umana si mostrava inerme; apparentemente sembrava quasi intimorito di affrontare argomenti che potessero mettere in dubbio le sue certezze.
Quando potevamo facevamo delle vacanze insieme. Avevamo preso l’abitudine di andare in una zona appenninica di media montagna circondata da un fitto bosco e proprio il bosco diventava lo scenario per le nostre conversazioni peripatetiche, che si protraevano per ore fra spuntini e caffè caldi al thermos.

*****

Quell’anno, presi dalle nostre occupazioni, eravamo riusciti a ritagliarci un breve spazio solo a fine estate. Così passavamo i pochi giorni passeggiando in un bosco ormai divenuto decisamente familiare e amico.
Camminavamo da tempo quando Aldo notò il picchiettio di un picchio contro un acero e si fermò ad ascoltare:
“Hai notato che precisione? Organizza i battiti in modo periodico. Se avessimo un registratore potremmo fare una ripresa sonora e poi misurare i tempi e i periodi”, disse.
Sorrisi di questo suo nuovo interesse, quasi una scoperta infantile: “In effetti non abbiamo mai prestato attenzione agli animali del bosco”, gli risposi.
“Il problema è trovarli gli animali: non credo che sia così facile”, aggiunse Aldo.
“Hai ragione, eppure qualche volta si fanno vedere, come ora. A proposito, ti ricordi quella volta che sono venuto qui da solo? Tu non c’eri, eri impegnato con le tue complicate ricerche sull’antimateria. Mi è capitata una cosa: non te l’ho mai raccontata.”
Aldo: “Dimmi.”
“Ecco, passeggiando nel bosco mi sono addentrato in quella parte più fitta dove non andiamo mai: lì il sentiero si perde in un sottobosco abbandonato, intrigato di rovi, sterpi, rampicanti, ragnatele, una quantità di materia vegetale e animale indifferenziata. Un po’ intimorito dalla solitudine di quell’ambiente selvaggio, a un certo punto ho sentito come un lamento, un miagolio. Ho pensato che magari nei pressi c’era un gatto che si era fatto male e ho cominciato a chiamare e a cercare. A un certo punto, guidato dall’orecchio, sono sbucato in una minuscola radura dove mi sono trovato davanti a una scena incredibile: una volpe era intrappolata in una tagliola e cercava disperatamente di liberarsi. Era lei che si lamentava in modo straziante, ma la tagliola la serrava senza scampo. Il mio primo pensiero è stato di disprezzo verso chi ha piazzato la tagliola: come si può fare una cosa del genere quando stiamo perdendo pezzi interi di natura vivente senza rimedio e senza senso e come si può essere tanto crudeli con un animaletto così grazioso e per certi versi così indifeso? Poi ho pensato che avrei dovuto tentare di aprire la tagliola e liberare la volpe. Ma mi sono reso conto che non avevo strumenti per aiutarmi né alcuna esperienza di quel genere di situazione; inoltre la volpe si dimenava, ringhiava, appariva inavvicinabile. D’altra parte era gravemente ferita e dunque la sua prospettiva era certamente quella di morire in una lunga agonia. Dunque si imponeva una decisione.”
“Che decisione hai preso? Che cosa hai fatto?”, chiese Aldo turbato.
“Ho scelto il male minore”, gli risposi.
“E quale era il male minore?”, chiese Aldo.
“Abbattere la volpe, senza dubbio, come si fa con un cavallo quando si rompe una zampa”, dissi.
“Abbattere la volpe? Ma come pensavi di poterla abbattere?”, chiese Aldo
“Beh, sai ti confesso di possedere una pistola. Non mi fraintendere: ho un regolare porto d’armi che ho chiesto e ottenuto quando lavoravo con i giovani disadattati nella terra dei fuochi, ti ricordi? Era pericoloso e così ho comprato una pistola. Quando vado nei boschi la porto con me: non si sa mai, può essere utile. Anche ora … Insomma in quell’occasione la pistola fu utile: sparai un colpo ravvicinato contro la volpe, che morì all’istante finendo di soffrire.”
“Sei sicuro di avere fatto la cosa giusta?”, chiese Aldo
“Certo, amico mio, come ti ho detto, ho scelto il male minore risparmiandole le sofferenze di una morte atroce”, risposi.
“È interessante questa tua teoria del male minore, anche se mi chiedo come sia possibile stabilire a priori qual è il male minore, cosa è giusto e cosa è sbagliato fare”, disse Aldo. “Avresti potuto cercare di salvare la volpe, come hai salvato me quella volta: in fondo anche allora hai rischiato.”
Ebbi una stretta al cuore al ricordo di quella storia di tanti anni fa: “Sì, però quella volta fu facile capire cosa fare. Da giovani si vede tutto in un modo istintivo, mentre da adulti le cose si complicano, si fanno ragionamenti più realistici, più complicati e occorre mettere insieme le tante variabili che si presentano, tenere conto di molte cose.”
“Come la fai complicata: sarei morto se tu non mi avessi salvato. E del resto da allora la mia vita ti appartiene, lo sai.”
“Ok, ok, non c’è bisogno che me lo ricordi. Ma perché ora non ci riposiamo cinque minuti e ci beviamo un caffè?”, gli risposi dandogli una rassicurante pacca sulla schiena e indirizzandolo verso un magnifico tappeto di muschio poco oltre.
Quando ricominciammo a camminare, ripresi la nostra conversazione su un tono più neutro e spersonalizzato.

Hedrok
“Per rispondere a quanto dicevi prima, caro amico, ti dirò che non è possibile stabilire a priori cosa è giusto e cosa è sbagliato. Dipende dalle circostanze.” Il sole al tramonto mandava i suoi raggi attraverso il fogliame, rinforzando il rosso autunnale delle foglie. Il bosco intorno a noi era silenzioso, come in attesa. La nostra passeggiata ci aveva portati lontano dal paesino dove trascorrevamo gli ultimi giorni di vacanza. Il silenzio, la solitudine, la malinconia della stagione e dell’ora – quasi stessimo attraversando un illusorio confine fra la luce e l’ombra, fra il calore dell’estate ormai passata e il sentore umido dell’autunno incombente – avevano favorito il passaggio dalle prime chiacchiere leggere a un discorso su temi più impegnativi. Come al solito io stavo pontificando, come a voler sottolineare una mia saggezza giustificata dall’età e dall’esperienza. Aldo, pur accettando il ruolo di discepolo, non rinunciava alla sua natura fondamentalmente scettica e portata al contraddittorio.
“Ti porto un esempio” ripresi io “che è un classico della ricerca psicologica. Immagina di essere un macchinista alla guida di un treno. Davanti a te, sul binario che stai percorrendo, ci sono cinque uomini legati alle traversine. Se continuerai la corsa moriranno tutti. Ma proprio davanti a te c’è uno scambio automatico che puoi far scattare dall’interno. Su questo nuovo tratto c’è un solo uomo, anche egli legato. Che cosa fai, prosegui dritto e uccidi cinque uomini o fai la deviazione e ne uccidi uno solo?”
“La risposta ovvia è quella di scegliere il male minore… ma non mi convince, ci deve essere un trucco…”
“Aspetta, non ho finito. Ti propongo una variante: tu sai che i cinque uomini legati al primo binario sono dei delinquenti, colpevoli di atroci assassinii e che l’altro uomo è una persona di grande valore. E ora cosa scegli?”
“Questa è più difficile! Potrei pensare che ogni essere umano ha valore per se stesso e non per le sue azioni e deviare il treno… oppure arrogarmi il diritto di distribuire la punizione e la salvezza… un diritto quasi divino, se credessi in un Dio.”
“E intanto il treno corre e non hai molto tempo per decidere…”
“Non lo so, non lo so! E continuo a pensare che ci sia un trucco.”
“Non proprio un trucco, ma un’interessante omissione: hai dimenticato che ogni locomotore ha un freno d’emergenza.”
“Già, che sciocco! Tirare il freno e chiamare la polizia, ammesso che questo ipotetico treno viaggi in un paese civile…”
“Questa avrebbe dovuto essere la prima scelta. Però, se vuoi, potremmo continuare. Una frenata improvvisa del locomotore potrebbe fare ammucchiare i vagoni uno sull’altro: un bel disastro, centinaia di morti e feriti…”
“Basta, basta! Non mi voglio prendere tutta questa responsabilità… Piuttosto, perché hai parlato di una “interessante” omissione?”
“Vedi, quando si propone questo test quasi mai si risponde che basterebbe tirare il freno. Per me questo è molto significativo.”
“Cioè?”
“Hai mai pensato che una delle caratteristiche più proprie della razza umana è quel tipo di orgoglio che gli antichi chiamavano hybris? Tu prima parlavi di divinità: ebbene ogni uomo vorrebbe essere un dio. E’ questa la forza che ci ha permesso di dominare, anzi di violentare la natura, è questa la sola vera differenza fra noi e gli altri animali. Il potere di un dio. Il potere di dare la vita, di dare la morte.”
Con un rapido gesto tirai la pistola fuori dalla tasca, la puntai alla fronte di Aldo e tirai il grilletto.
“Addio, amico mio” dissi. Buttai la pistola accanto al cadavere e mi avviai a valle.

*****

Aldo era un brillante fisico quantistico. Aveva ispirato e dirigeva una ricerca sull’antimateria. Come è noto le particelle di antimateria presentano una inversione dei campi elettrici rispetto a quelle che costituiscono la materia “normale”, quella di cui è composto l’universo che conosciamo a livello fisico. Lo scontro fra una particella di materia e una di antimateria porta alla distruzione delle due particelle e all’emissione di energia sotto forma di fotoni. Aldo aveva ipotizzato la possibilità di trasferire dal livello quantico al livello fisico questo fenomeno, cosa che avrebbe permesso all’umanità di disporre di energia in quantità praticamente illimitata e a costo zero. Mi parlava spesso di questa sua ricerca, non nascondeva il suo ottimismo. Si sentiva quasi investito di una missione cruciale per il benessere dell’umanità: energia infinita e gratuita avrebbe voluto dire la fine di tutte le guerre, di tutte le diseguaglianze, il mondo trasformato in un Eden. Questi suoi discorsi avevano cominciato a trasmettermi una certa inquietudine che andava aumentando a mano a mano che la ricerca teorica sembrava avviata a diventare una concreta realtà. Tuttavia, come mi raccontava Aldo, c’era un problema di difficile soluzione: trovare un “contenitore” adeguato per l’enorme quantità di energia prodotta dalla scontro fra due masse di materia e di antimateria e non più fra due particelle. I campi magnetici capaci di mantenere le particelle all’interno dei sincrotroni non potevano essere sufficienti.
Proprio il giorno prima della nostra partenza per quella breve vacanza di fine estate Aldo mi telefonò pieno di entusiasmo.
“Eureka! Ho trovato! E’ l’uovo di Colombo, bastava pensarci. Stabilendo una correlazione fra il campo magnetico del contenitore e quello gravitazionale dei fotoni si instaura un processo di risonanza per cui più aumenta la spinta del campo gravitazionale più si rafforza il campo magnetico. Non è magnifico?”
“Non credo di aver proprio capito, comunque mi congratulo con te. E hai già sperimentato questa teoria?”
“Sì, su piccola scala. Ma non esiste ragione per cui non debba funzionare anche al di sopra della costante di Plank.”
Non so perché la mia inquietudine stava aumentando, stava diventando… paura, sì, proprio paura.
“E quando pensi di sperimentarla su… una scala più grande?”
“Quando torneremo dalla montagna. Ormai è tutto pronto. I miei collaboratori stanno mettendo a punto gli ultimi preparativi. Verrai anche tu a assistere all’evento, vero? Non capita tutti giorni di assistere alla nascita di un mondo nuovo, non credi?”
“Certo, ti ringrazio. A domani.”
La nascita di un mondo nuovo? La fine del vecchio… la fine del mondo?
La notte non riuscii a chiuder occhio. La mia paura era diventata terrore. Ormai ne ero certo, qualcosa non avrebbe funzionato. Sarebbe bastato un minimo spiraglio, una minima perdita per innescare una reazione a catena che avrebbe distrutto la Terra, il sistema solare, forse l’universo. Un nuovo grandioso, spettacolare, immenso big-bang!
E se anche l’esperimento fosse riuscito? Io non sono uno scienziato, la mia era forse la paura dell’uomo primordiale davanti agli incomprensibili fenomeni della natura, ma conoscevo bene la natura umana: la possibilità di attingere a una fonte infinita di energia voleva anche dire la possibilità, anzi la certezza, di costruire nuovi strumenti di distruzione di fronte ai quali l’energia atomica sarebbe stata come la fiammella di una candela.
Aldo doveva essere fermato. Ma come, da chi? Solo io ero consapevole del pericolo, solo io potevo intervenire. Anche a costo della mia morte. Anche a costo della morte del mio migliore amico.

*****

La mattina prima della partenza per la montagna mi telefonò mio fratello.
“Puoi passare nel mio studio? Ti devo parlare di Aldo, è una cosa importante.”
“Non puoi dirmela per telefono? Ho un po’ da fare con i preparativi…”
“ No, è una questione troppo delicata. Vieni prima che puoi.”
Mio fratello, oncologo di fama, è una persona seria, anche troppo seria. Lo era fin da bambino e questa sua qualità, unita alla indiscussa autorità di fratello maggiore, non aveva facilitato i nostri rapporti. Ma quando parlava, come dire, ex cathedra, era assolutamente affidabile, non lasciava mai alternative.
Qualche ora più tardi ero quindi nel suo studio, seduto su una poltroncina non troppo comoda di fronte alla sua immacolata scrivania. Esattamente al centro una scarna cartellina grigia su cui era appoggiata la sua bella mano da chirurgo, con le dita che tamburellavano nervosamente. Mio fratello nervoso? Allora la faccenda doveva essere veramente grave.
“Ho qui le analisi di Aldo. Sono inequivocabili.”
“Allora?”
“Aldo è affetto da una forma gravissima di neuroblastoma, cancro al sistema nervoso. Incurabile.”
“Aldo! No, non può essere…”
“Purtroppo è così. E non è tutto. Questa affezione ha un decorso molto rapido, cinque, sei mesi prima della fine. E saranno mesi di sofferenze fortissime, che la medicina è in grado di alleviare solo in minima parte. In più ha un percorso degenerativo molto accentuato sia a livello fisico che a livello mentale.”
“Lui lo sa? Glielo hai detto?”
“Non ancora. Lo informerò al ritorno della vostra vacanza. Voi siete molto amici, ho pensato che tu potresti cominciare a prepararlo. Aldo ha un carattere molto impulsivo… Non vorrei che…”
Improvvisamente sentii di odiare mio fratello, la sua compassione, la sua maledetta precisione, il suo perbenismo… un atto impulsivo… potresti preparalo… siete molto amici… Molto amici! Lui non sa, non può saperlo. Non sa che Aldo è il mio amore, la mia vita, il mio tutto…
Non permetterò che soffra, non permetterò che il suo corpo marcisca giorno per giorno, che la sua mente, la sua allegria, la sua gioa di vivere giorno per giorno si dissolvano per lasciare solo un osceno simulacro, la maschera di un idiota balbettante! Non lo permetterò.

*****

C’era quella ragazza… Quando era stato… dieci anni, quindici anni fa? Lei la ricordo bene: non molto alta, snella, trascuratamente elegante. Un viso espressivo, due grandi occhi intelligenti e allegri, un sorriso consapevole e invitante. L’avevo appena conosciuta. Era seduta accanto a me a un concerto della London philamonic orchester, le era caduta la borsetta. Ci eravamo chinati insieme per raccoglierla e avevamo sbattuto le teste una contro l’altra. Ci eravamo scusati e avevamo riso insieme. Avevamo chiacchierato negli intervalli della musica. Lei era a Londra in vacanza con la famiglia, io, con Aldo, per partecipare a un convegno del Social Forum. L’avevo invitata a prendere un tè dopo il concerto, avevamo parlato per ore di noi, della nostra vita delle nostre idee. Era la stagione in cui credevamo ancora che un altro mondo fosse possibile. Ci eravamo rivisti il giorno dopo e il giorno dopo ancora, tutti e due consapevoli che quell’incontro casuale si stava trasformando in qualcosa di diverso, di più impegnativo, di più importante. La sera prima della nostra partenza l’avevo invitata a cena insieme a Aldo. Mi accorsi presto che qualcosa non funzionava. Era come se a poco a poco, impercettibilmente, l’attenzione di lei si stesse spostando da me a Aldo. A quell’epoca. nonostante mi sforzassi di apparire disinvolto e sicuro di me, ero in realtà un po’ timido e in difficoltà nel rapporto con le donne. Aldo invece, come ora, era naturalmente spiritoso, sempre allegro di quella allegria che si comunica facilmente agli altri, e con quel tanto di imprevedibile che attira sempre l’attenzione. Ci lasciammo da buoni amici, con l’intesa di rivederci a Roma. In realtà lei non venne all’appuntamento che ci eravamo dati, io non la cercai e quella storia finì lì. La mia amicizia con Aldo invece crebbe e si consolidò. Non gli ho mai parlato di quell’episodio, so naturalmente che quella ragazza non avuto nessuna parte nella mia vita né nella sua, Eppure ogni tanto, nei momenti più impensati, mi attraversa la mente come un’oscura presenza un sentimento di rabbia cieca e una voce sussurra dentro di me: “Prima o poi, te la farò pagare!”

*****

Ora era notte. Una notte buia, senza stelle. Stavo seduto al piccolo tavolo davanti all’albergo. Davanti a me un boccale di birra non toccato, Avevo un gran confusione in testa. Chi sono? Che cosa ho fatto? E perché l’ho fatto?

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4 risposte a “Robertucci/Hedrok – Il male minore

  1. La prima constatazione è che si nota con evidenza la differenza di stile fra i due autori: più narrativo, descrittivo la signora; più costruito, ‘tramato’, modulato quello del m maschietto (una vena gialla, direi).
    Vi siete trovati in due dalla penna facile, con il risultato che forse il racconto deborda un po’ – sempre a mio avviso, ci mancherebbe –va per le lunghe.
    Nella conclusione di Hedrok mi ha un po’ disturbato l’inserimento ripetuto di disquisizioni fisiche, nel senso di relative alla Fisica. Appesantiscono senza nulla aggiungere. Ma riconosco che è un limite mio: mi succede con ogni tipo di disquisizione dottrinaria inserita in un contesto narrativo. E’ un mio limite, lo so; del resto, si vede quel che scrivo io.
    Insomma: plaudo alla indubbia maestria dei due autori, ma… non sono rimasto soddisfatto.
    E ce ne faremo una ragione…

  2. Circolare, sospeso, metafisico eppure in qualche modo irrisolto, propone più punti di vista e diverse chiavi di lettura. Affascinante perché non univoco: più vicino alla mente che non al cuore. Impressionante l’unità di scrittura (contenuto e stile) tra prima e seconda parte

  3. Un racconto affascinante che unisce alla grande qualità letteraria dei due autori un contenuto che induce alla riflessione, non indolore, sui grandi temi dell’umanità: la vita, la morte, l’amore. Traspare, come in controluce in entrambe le parti, l’amore per la natura, l’attenzione ai temi sociali, il riconoscimento della responsabilità di ogni uomo di fronte ai problemi di tutti. Particolarmente interessante la naturalezza, e direi la lievità, con cui viene introdotto e dato per scontato il tema dell’omosessualità.
    Personalmente, al contrario di Jena camuna, ho molto apprezzato la digressione scientifica per l’interesse dell’argomento e per la chiarezza dell’esposizione.

  4. Uno per tutti. Immaginato, non sembrava un racconto difficile; a scriversi, si è rivelato, credo, la prova più ostica affrontata finora. Questo vuol dire che la difficoltà aguzza l’ingegno oppure che siamo proprio bravi…
    Due per tutti. Solo due degli otto racconti non prevedono morti! Siamo imbevuti di libri gialli o abbiamo un’immaginazione morbosa? Aiuto!

    Non facile rimettere ordine e unificare le tre motivazioni di morte ideate da H. ma R. lo ha fatto con eleganza e sentimento.

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