RACCONTO A COPPIE VARIABILI – 6) Hedrok – Amore e morte nel bosco fatato

(Incontro impossibile: Brontolo e Superman)

Si fa presto a dire quanto meraviglioso sia vivere immersi in una natura incontaminata, dove il tempo è scandito soltanto dal movimento del sole, in una primavera perenne che fa fiorire alberi e prati di mille colori, dove i rari temporali sono solo l’occasione per stupendi arcobaleni e dove gli animaletti del bosco danzano senza timore nelle radure e gli uccellini del cielo cinguettano senza stancarsi mai. Bisogna però dire che dopo i primi duecento o trecento anni la vita comincia a sembrare un po’ monotona e a volte capita di pensare che qualche cambiamento non sarebbe poi così sgradevole. Non so se anche i miei fratelli avessero questa sensazione, ma sicuramente io cominciavo a averne abbastanza, tanto da diventare un po’ irritabile e da passare più tempo a brontolare (come dicevano loro) che a lavorare nella nostra miniera. brontolo1Fu così che invece di chiamarmi col mio nome, Naggur, cominciarono a chiamarmi Brontolo. La cosa mi seccò un poco ma mi fece anche piacere: nel nostro mondo avere un soprannome è sempre un segno di distinzione.
In realtà non è proprio vero che non succedesse mai nulla. Ogni tanto, diciamo ogni trenta o quarant’anni, ci capitava di avere qualche contatto con il mondo sconosciuto che esiste oltre il nostro bosco. Una volta arrivò un cacciatore che aveva inseguito un cerbiatto oltre il confine e che noi riaccompagnammo fuori dal bosco dopo aver nascosto il cerbiatto nella legnaia; un’altra un vecchietto con barba e occhiali e una strana retina in mano che cercava una certa farfalla e rimase con noi un po’ di tempo prima di tornarsene al suo paese deluso e senza la farfalla; un’altra ancora un predicatore che voleva convertirci a una sua strana religione e ci importunò tanto che una notte lo legammo ben bene e lo trasportammo di peso fuori dal nostro bosco.
Un giorno era arrivata da noi una ragazzotta un po’ goffa e neanche troppo pulita che era scappata da una fattoria vicino al nostro bosco perché si era trovata un pochino incinta e aveva paura che il padre, se l’avesse scoperto, l’avrebbe ammazzata di botte. Ci aveva chiesto di rimanere un po’ di tempo offrendosi di pulire la casa e di cucinare per noi in cambio del vitto e dell’alloggio fino a quando il suo ragazzo non fosse venuto a portarla via. Noi acconsentimmo a malincuore e comunque fu fortunatamente una convivenza breve perché la ragazza (che si chiamava Cunegonda) faceva più disordine di quanto mettesse ordine e era una pessima cuoca. Dopo un po’ di tempo fortunatamente arrivò un bietolone con i capelli rossi montato su un asinello spelacchiato e se la portò via.
SupermanMa quello che cambiò in qualche modo la nostra vita fu un vecchio mendicante vestito con una strana tuta blu e avvolto in un vecchio mantello rosso tutto strappato che arrivò zoppicando fino alla nostra casetta e dopo aver cercato di dire qualche parola cadde in terra svenuto.
Quando si fu un po’ ripreso, ci disse che non mangiava e non beveva da tanti giorni.
Allora prendemmo un po’ di cibo dai nostri piatti e un po’ di vino dai nostri bicchieri per rifocillarlo. Disse di chiamarsi Kar-El, ci ringraziò educatamente e si addormentò.
Lo mettemmo a dormire nel più grande dei nostri letti. Mio fratello Teitur, che noi chiamavamo Gongolo perché era sempre allegro, e che era molto abile con l’ago, gli ricucì gli strappi del mantello e Kùtur, che avevamo soprannominato Mammolo perché pur essendo grande e grosso era molto timido, gli accorciò i capelli e gli regolò la barba.
Dormì per due giorni interi e dormiva ancora la mattina del terzo giorno quando uscimmo per andare al lavoro. Al nostro ritorno la sera, con nostra grande sorpresa, trovammo che Kar-El aveva ripulito tutta la casa, aveva spaccato una catasta di legna, aveva acceso il fuoco nel camino e ci aveva preparato una cena sontuosa che gustammo moltissimo.
Nei giorni seguenti ci raccontò la sua storia. Ci disse che era nato su un lontano pianeta, che suo padre Jor-El, un grande scienziato, era riuscito a farlo arrivare sulla Terra in una navetta spaziale poco prima che un cataclisma distruggesse il loro mondo, che crescendo si era accorto di avere dei superpoteri (poteva volare, aveva la forza di mille uomini, era invulnerabile) e che, una volta cresciuto, aveva dedicato la vita a combattere i criminali di tutto il mondo. Lo avevano chiamato in tanti modi: Superman, Man of steel, Nembo Kid, The Blur, la grande S, l’Uomo fenomeno… e aveva milioni e milioni di ammiratori che seguivano le sue imprese. Era chiaro che il poverino vaneggiava, ma era così divertente che noi fingemmo di credere a tutto e prendemmo l’abitudine di passare le serate seduti in cerchio intorno a lui nel prato davanti alla casa a ascoltare le sue storie.
Una volta Hnerrir (che noi chiamavamo Eolo per la sua abitudine di aprire la bocca e darle fiato) gli fece una domanda un po’ sconveniente: “Come mai ora non hai più i tuoi superpoteri? E perché sei scappato a rifugiarti da noi?” Kal-El rimase un attimo in silenzio; il suo viso si fece tanto triste che io non resistetti alla tentazione di dare un bel calcio nello stinco a Henerrir. Poi Kal-El fece un gran sospiro e cominciò a parlare in tono sommesso. “Voi non sapete che fuori di qui gli uomini stanno uccidendo la Terra. Hanno violentato la natura. Hanno distrutto le grandi foreste, hanno prosciugato fiumi e laghi, hanno riempito l’aria di mille veleni con le loro industrie, hanno fatto sparire la biodiversità e insieme hanno estinto centinaia di specie vegetali e animali. Hanno creato deserti inabitabili con le radiazioni atomiche. Hanno inquinato la terra, i mari, e il cielo nella folle ricerca di un sempre maggior profitto. Anche l’umanità sta morendo per le guerre, per la penuria di acqua e di cibo, aggredita da mille nuove malattie. E questo inquinamento sta uccidendo anche me. Sono fuggito da quel mondo moribondo per rifugiarmi nel vostro, per prolungare la mia vita di qualche settimana o forse solo di qualche giorno: presto anch’io, l’uomo d’acciaio, non sarò altro che polvere”
Restammo tutti folgorati da questo inatteso, drammatico discorso. Ci guardavamo sgomenti e poi distoglievamo gli occhi per la paura di vedere negli altri, come in uno specchio, i segni del disfacimento e della morte. Alfur (che noi chiamavamo Cucciolo perché era il più piccolo), singhiozzava disperatamente.
Presto dimenticammo il dolore, come è nella nostra natura di nani, ritornammo allegri e chiedemmo a Kal-El di narrarci una delle sue bellissime storie. Kal-El sospirò e cominciò a narrare.
Ma il giorno dopo, quando rientrammo a casa dal lavoro cantando allegramente come era nostra abitudine, trovammo la casa buia e silenziosa. Kal-El giaceva immobile nel prato circondato da quei fiori che amava tanto. Stranamente il suo viso era tornato giovane e fresco, le rughe si erano spianate, i capelli erano neri come la notte e la sua bocca sorrideva. Perfino il suo costume sbiadito e il logoro mantello erano tornati nuovi. E così rimase.
Per tre giorni e tre notti piangemmo il nostro amico perduto. Poi costruimmo una grande bara di cristallo e ce lo mettemmo dentro. Portammo la bara al limite della radura davanti alla nostra casa, sotto un albero di melo sempre in fiore che era stato il suo posto preferito quando la sera ci mettevamo in circolo a cantare e a raccontarci storie.
La mattina andando al lavoro passavamo a salutarlo; la sera, al ritorno, ci mettevamo seduti intorno alla bara parlando sottovoce fra di noi come per non disturbarlo, e aspettavamo.
Aspettavamo. Mio fratello Glàmur, che chiamavamo Dotto perché sapeva tutto e conosce tutte le favole, ci aveva raccontato la storia di una principessa morta per un maleficio che si era risvegliata al bacio di un principe azzurro che se ne era innamorato.
E noi aspettavamo, sperando che da qualche mondo lontano, da qualche favola dimenticata giungesse una principessa rosa a risvegliare il nostro amico Kal-El.

E se Brontolo invece di Superman avesse incontrato Gesù?

5 risposte a “RACCONTO A COPPIE VARIABILI – 6) Hedrok – Amore e morte nel bosco fatato

  1. Mi è piaciuto un sacco, direi che stiamo andando di bene in meglio. Però il costume di Superman è diverso.

  2. Incredibile! Ma sei diventato una mammoletta??

  3. E bravo il nostro Hedrok favolista! Bello stacco e bella performance per un noirista del tuo calibro.
    Umana, troppo umana, l’umanizzazione di Superman, per mano dell’uomo stesso, delle sue malefatte. Quasi il mito di Prometeo che si incatena e si annulla da sé.
    Divertente l’incursione in altre favole e viceversa.
    Evviva nonno Hedrok favoliere!

  4. Anche se è Brontolo il personaggio agente, c’è una partecipazione malinconica e piena di affetto e comprensione per questo vecchio malridotto Superman ormai allo stremo che fa sì che sia lui, ancorché raccontato, quello su cui si focalizzano attenzione e sentimenti del lettore. Mi piace!

  5. E’ vero, la figura centrale del racconto è il buon vecchio Superman, che il mondo distratto dalla corsa all’oro, dalla cupidigia e dal proprio interesse, non ha ripagato con la stessa moneta. La “grande S” ha protetto l’umanità che invece non si è preoccupata di lui. Testimoni del suo “viale del tramonto” solo questi nani, declinati per le loro caratteristiche, che assistono impotenti ed increduli alla sua dipartita! Se volessimo trovarci una “metafa” (come direbbe il buon Frassica) non dovremmo faticare molto, se invece volevi commuoverci, ebbene, sappi che ci sei quasi riuscito.
    Diavolo di uno Ialong, quest’uomo con le parole fa ciò che vuole!

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