RACCONTO A COPPIE VARIABILI (seconda fase) – 1) Dicky: Il grembo di Buddha

Incontro impossibile: Buddha e Giuda

“Sei tu, Buddha?”
Buddha, distolto ancora una volta dalla contemplazione per dare ascolto alle miserie degli uomini, vide davanti a sé un uomo scarno, scarmigliato, sporco, sconvolto, avvolto in una tunica stracciata e con una corda in mano.
Buddha 1“Sì, sono io Buddha. E tu chi sei?”
“Giuda, io sono Giuda, un abitante della Galilea che gira il mondo alla ricerca di un albero cui impiccarsi.”
Effettivamente -Buddha lo notò in quel momento- la corda finiva in un cappio.
“Perchè vuoi impiccarti?”
“Perchè ho ucciso il mio Dio.”Giuda 3
“Non c’è un “tuo” Dio, c’è il Dio di tutti. C’è un unico Fattore Supremo che è il Dio di tutti gli uomini, anche se viene appellato con nomi diversi. E poi Dio, in quanto onnipotente creatore di tutte le cose, non può morire, ancor meno venire ucciso da un uomo. Ma se, anziché al Dio di tutto l’universo, tu ti riferisci a un tuo Dio personale, allora può essere, sì, che tu lo abbia ucciso.”
“Non ti facevo così sofistico!”
“Non sono sofistico, sono abituato a fare chiarezza, a “illuminare” le cose per meglio comprenderle.”
“E va bene, Dio mio o Dio di tutti, il fatto è che l’ho ammazzato e ho bisogno, prima di ammazzare anche me, di parlare, di spiegare, di capire.”
“Se parli sicuramente ti ascolterò. Se spieghi forse comprenderò. Ma che tu capisca dipende da te non da me.”
“Va bene, va bene!” Giuda si agitò nervosamente stropicciando i piedi per terra e tirando nervosamente il cappio.
“Dunque, c’era questo Gesù, che diceva di essere il figlio di Dio, però era anche Dio oltre che suo figlio, perchè Dio, cioè Gesù come Dio, si era incarnato in Gesù che era figlio di Dio ma anche Dio, però era anche uomo… Insomma, era tutto molto complicato, ma non ci veniva chiesto di “capire”, ci veniva chiesto di “credere”, comprendi?”
Buddha sospirò: il solito problema degli esseri umani, che preferiscono credere (cosa facile) anziché capire (che può essere cosa difficile). Poi annuì sorridendo:
“Comprendo, ma vorrei capire.”
Giuda lo guardò con sospetto, poi riprese:
“Noi -eravamo dodici seguaci- lo amavamo, lo seguivamo, assetati della sua parola che parlava di bontà, di giustizia, di fratellanza, di comprensione, di tolleranza. Io non volevo capire, volevo credere… e basta. Poi, un giorno, un pensiero apparì e subito scomparve, ma lasciò la sua traccia: perchè lui? Cioè, se Dio si era incarnato in un essere umano, perchè proprio Gesù? Perchè non Giuda? E cominciai a essere invidioso… volevo essere io, il figlio di Dio! E il dubbio si installò nel mio cuore: perchè dovevo credere che era il figlio di Dio, cioè Dio incarnatosi come proprio figlio? E se mi fossi messo io, Giuda, a gridare che ero io, Giuda, il figlio di Dio? Che ero io il profeta mandato a salvare l’umanità? Mi resi conto subito che non ne avevo la stoffa, non avevo le capacità di parola, di persuasione che aveva lui: nessuno mi avrebbe creduto. E allora decisi che, appena possibile, lo avrei messo alla prova: che dimostrasse, con la propria morte e resurrezione che tanto millantava, se era veramente figlio di Dio e Dio padre insieme. Ma non potevo ammazzarlo io direttamente, e sperare in un incidente sarebbe stato troppo lungo. Ma fu lui stesso a far precipitare le cose: ciò che diceva diventò sospetto al Sinedrio e i suoi membri cominciarono a tramare cotro di lui. Capii che era arrivato il mio momento. Arrivati a Gerusalemme, mi presentai ai sacerdoti e vendetti loro il mio aiuto per farlo arrestare. Non dimenticherò mai quell’ultima cena: disse “Uno di voi mi tradirà” e mi guardò dritto negli occhi e mi fece un sorriso di comprensione. Mi sentii gelare, ma era troppo tardi. E quando, alla fine, davanti ai soldati, lo baciai per indicarlo loro, mi guardò negli occhi con uno sguardo buono e levò la mano in una dolce carezza. Fuggii lanciando lontani i trenta denari del tradimento. E poi lui morì sulla croce. E poi, tre giorni dopo, seppi che era risorto, proprio lui, con il suo corpo di prima. E allora, “seppi”. Non si trattava più di credere senza capire. Era credere e capire e sapere tutto insieme. E “seppi” che non ero io, Giuda, il figlio di Dio, ma che lo era Gesù, figlio e padre insieme, in un tutto unico che “era” Dio. Avevo ammazzato non Gesù figlio di Dio ma Dio incarnato in Gesù. Il rimorso e il terrore che provai allora non mi hanno più abbandonato, non ce la faccio più a sopportarli, devo ammazzare anche Giuda, l’assassino di Dio. Ma una volta morto, che sarà di me? Non troverò mai il perdono da vivo, come posso trovarlo quando sarò morto? Dio non ha perdonato Caino per aver ucciso il proprio fratello, come può perdonare me che ho ucciso suo figlio, cioè lui incarnato, cioè, in ultima analisi, lui stesso Dio?”
Buddha guardò Giuda serenamente, e parlò:
“Tu non hai ucciso Dio, perchè Dio, in quanto tale, è, è stato e sempre sarà. Dio non può morire. Tu hai solo contribuito a far morire l’aspetto-uomo di Dio, quindi solo un uomo. Non che questo non sia altrettanto riprovevole, naturalmente. Ma devi pensare che la morte di Gesù, uomo o dio che fosse, era, è, cosa essente nel divenire del tempo e quindi non può non trovare il proprio posto nell’armonia dell’universo. Aggiungi a questo che occorreva “uno strumento” perchè quella morte, voluta e creata da Dio stesso, divenisse effettiva. Quindi tu sei stato soltanto uno strumento della volontà e della saggezza di Dio. Questo non potrà non esserti messo a credito quando, alla fine dei tempi, si faranno i conti del bene e del male alla luce dell’onniscienza e della misericordia. Sappi poi che non esiste “la morte”. Certo, tutti gli esseri viventi vivono e smettono di vivere. Ma la coscienza di ognuno non muore, trasmigra altrove. Quella che gli uomini chiamano reincarnazione è questo: il passaggio della coscienza in altri involucri viventi, e non è una pena o un premio ma solo un cammino di purificazione. Non bisogna temere la morte, che è solo una tappa lungo questo cammino verso il Nirvana.”
“Ma io non ho paura della morte, cioè della morte avvenuta. Mi spaventa il momento della morte, cioè l’atto del morire, quell’attimo terrorizzante in cui si perde la coscienza del qui e non si ha ancora coscienza del là… E’ per questo che non ho ancora trovato il coraggio di appendermi a un albero!”
“In questo posso aiutarti io. Non è sempre necessario distruggere il corpo, l’involucro vivente, per liberare la coscienza; essa può trasmigrare senza che il corpo passi obbligatoriamente per quel momento che voi chiamate morte. Certo, ci vuole una grande fede per farlo. Hai abbastanza fede?”
“In te ne ho quanta ne avevo in lui, prima.”
“Credo che basti. E’ necessario però anche un forte atto di volontà. Ne hai a sufficienza?”
Giuda chinò la testa e rimase a pensare per lunghi istanti. Poi guardò Buddha con viso trasfigurato e disse:
“Sì, lo voglio, lo posso fare, lo farò.”
Buttò via il cappio, si inginocchiò davanti a Buddha e chiese:
“Posso venirti in grembo?”
Buddha assentì, Giuda si rannicchiò come un bambino nel caldo grembo di Buddha e, circondato dalle sue braccia, si addormentò, lasciando libera la propria coscienza di trasmigrare altrove lungo il cammino della purificazione.

3 risposte a “RACCONTO A COPPIE VARIABILI (seconda fase) – 1) Dicky: Il grembo di Buddha

  1. Ottimo inciucio tra fantasia e teologia-.

  2. Io invece devo ammettere la mia pochezza, ma l’ho trovato brioso nel primo terzo e dottrinale nei due seguenti.
    Lo so, è l’argomento che non mi interessa, quindi sicuramente mi faccio fuorviare, ma non mi ha preso.

  3. Grande maestria, ma un po’ letterario

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