RACCONTO A COPPIE VARIABILI (seconda fase) – 6) Hedrok: Una lettera dall’America

Incontro impossibile: Superman e Coppi

Smalville (Kansas) april 3 2015

Hi, mister Hedrok.
Mi dispiace cominciare questa lettera smentendo proprio l’assunto iniziale, direi la ragione sociale di questa vostra divertente e interessante iniziativa. Mi spiego: avete definito impossibile l’incontro fra Superman e Coppi. Invece l’incontro è realmente avvenuto, anzi si è trattato di molti incontri, tanto da aver generato una buona amicizia fra i due. Questo posso testimoniarlo in prima persona perché io sono Superman. Veramente dovrei dire lo ero, perché con l’età che avanzava, anche se molto lentamente rispetto agli uomini normali (sono nato nel 1921 e ho quindi 94 anni anche se ne dimostro una cinquantina) i miei superpoteri hanno cominciato a diminuire e oggi me ne è rimasto solo un pallido riflesso. Per questo ormai da molti anni sono quasi esclusivamente Clark Kent, giornalista in pensione.
Ma veniamo ai fatti. Incontrai la prima volta Mr. Coppi, se la memoria non mi inganna, nel 1949 dopo una sua vittoria nel campionato del mondo di inseguimento. In quell’anno c k 1nella città dove mi ero trasferito da poco, Metropolis, e avevo cominciato la mia carriera giornalistica al Daily Star, fu organizzato, per la prima volta in America, un festival del ciclismo al quale parteciparono moltissimi campioni da tutto il mondo. Naturalmente fra i più attesi era Fausto Coppi, che tutti chiamavano il “campionissimo”. Chiesi al mio direttore, Perry White, di poterlo intervistare e lui approvò di buon grado.
Oltre all’interesse giornalistico avevo anche altre ragioni per incontrare Mr. Coppi.
A questo punto è necessario dire qualcosa di me. Oggi tutti sanno che il mite Clark Kent nascondeva una seconda personalità, quella di Superman, ma allora e per molti anni a venire questo era un segreto gelosamente custodito. Nella pubblicistica successiva fu diffusa una fantasiosa (e improbabile) storia sulla mia provenienza da un lontano pianeta, ma in realtà, molto più banalmente, tutti miei superpoteri furono il risultato di un progetto scientifico del governo che coinvolse un gran numero di ragazzi selezionati per certe caratteristiche genetiche con l’intenzione di creare una forza militare in grado di assicurare la supremazia degli Stati Uniti, in caso di guerra. Ricordate? Eravamo nel periodo di quella lunga guerra fredda che minacciava in ogni momento di diventare “calda”. Per qualche ragione che gli scienziati non furono in grado di comprendere il trattamento ebbe effetto solo su di me e quindi il progetto fu abbandonato; comunque qualcuno pensò di utilizzarmi per combattere la criminalità che dilagava in tutto il Paese e così diventai un agente segreto del FBI.
Mr. Coppi interessava molto il FBI. Si riteneva che fosse comunista e che per la sua popolarità avrebbe potuto spostare a sinistra non solo l’orientamento politico del suo Paese, l’Italia (paese di confine con l’Est e che comunque aveva già la presenza di un forte partito comunista) ma anche quello di gran parte dell’Europa, cosa che avrebbe pericolosamente alterato l’equilibrio mondiale. Quindi mi era stato assegnato l’incarico di scoprire il possibile sulle idee e le intenzioni del “campionissimo”.
Ma io avevo anche un’altra ragione personale per incontrarlo. Ero rimasto colpito dalle sue caratteristiche fisiche. Secondo un’analisi medica Coppi era “…dotato di una notevole agilità muscolare, gambe lunghe e sottili, un sistema endocrino molto efficiente e un sistema cardiorespiratorio fuori dal comune (torace ampio, capacità polmonare di 7,5 litri e 34 pulsazioni cardiache/minuto a riposo), qualità che ne esaltano la resistenza sotto sforzo”. Inoltre io mi interessavo di ciclismo, da ragazzo pedalavo volentieri, e sapevo che per le diverse specialità (salita, pianura, cronometro e tutte le specialità della pista) occorrono caratteristiche fisiche diverse. Ora, com’era possibile che un solo uomo riuscisse ad eccellere in tutto? Mi era balenata l’ipotesi che anche lui, come me, avesse subito un trattamento da superman. La cosa era interessante da due punti di vista: per il FBI sarebbe stata la prova che anche altri conoscevano la tecnica di trasformazione (in quei tempi lo spionaggio reciproco era molto attivo); per me sarebbe stato un grande conforto trovare un mio simile, un fratello in superpoteri, che avrebbe alleviato la mia solitudine esistenziale.
Fu così che incontrai per la prima volta Fausto Coppi. Fu un incontro molto cordiale:Fausto_Coppi mi accorsi subito che era un giovane semplice e sincero, dotato di una simpatia immediata e di una grande intelligenza. L’intervista che il Daily pubblicò in prima pagina (fu la mia prima firma importante) si trasformò presto in una amichevole chiacchierata. Potei accertarmi che Fausto (decidemmo subito di chiamarci per nome e di darci del tu) pur essendo di sinistra era molto lontano da come allora in America (e per molti anche ora) si immaginava fossero i comunisti: una specie di incrocio fra uno Yeti e un serpente velenoso. Scoprimmo di avere molti ricordi e molta nostalgia della semplice vita nella nostra casa paterna, convenimmo che fra Castellania, suo paese natale e la mia Smalville, nel Kansas, non c’era poi molta differenza nonostante gli ottomila chilometri di distanza. Finimmo la serata in un pub dove naturalmente non ci ubriacammo perché lui era in gara l’indomani e su di me l’alcol non aveva nessun effetto.
Decidemmo di mantenerci in contatto e così fu. Nel corso degli anni ci vedemmo diverse volte, in Italia, in America e in giro per il mondo quando andavo a seguire la sua meravigliosa carriera. Abbiamo fatto anche un paio di brevi vacanze insieme con le nostre compagne e devo dire che anche Giulia e Lois hanno subito simpatizzato.
Credo di aver dimostrato il mio assunto: quello fra me e Fausto Coppi non fu un incontro impossibile, ma una vera, lunga amicizia interrotta soltanto dalla sua tragica fine.
L’ultimo mio contatto con Fausto fu la telefonata che mi fece il 31 dicembre, due giorni prima di morire. E di questa telefonata voglio ora parlare e di quello che seguì.
Ecco i fatti, come sono a mia conoscenza. La telefonata di Fausto mi giunse in piena notte. Fausto parlava a fatica, con voce esile e affannata. Io sapevo tutto del suo viaggio in Africa, della sua malattia che i medici non riuscivano a debellare, dell’aggravarsi giorno dopo giorno delle sue condizioni . Come me, milioni di fans in Italia e nel mondo seguivano con ansia e timore le notizie diffuse dalla stampa e dalla radio.
“Mio caro Clark, io sto per morire – sussurrò nel microfono – ma non per volontà del destino ma per mano dell’uomo. Ieri mi ha telefonato Angelo, il fratello di Geminiani ricoverato con i miei stessi sintomi. A lui hanno immediatamente diagnosticato una forma perniciosa di malaria, l’hanno curato con il chinino e ora è in via di guarigione. Mi ha detto di aver telefonato ai miei medici, che mi stanno inutilmente imbottendo di antibiotici e cortisonici, per informarli della cura efficace fatta a Raphael. La risposta del mio medico era stata di pensare al loro paziente che lui e il suo collega avrebbero provveduto a me… Ho tentato di parlarne con i medici ma mi hanno interrotto bruscamente e io non avevo più la forza per farmi sentire. E poco fa – si interruppe per uno spasmo di tosse – poco fa ho avuto la conferma dei miei sospetti: ho sentito due che parlavano davanti alla porta della mia stanza e uno ha detto con molta chiarezza “ormai è fatta, anche se gli dessero del chinino non..” A questo punto la telefonata si interruppe bruscamente anche se feci in tempo a sentire un trapestio come se qualcuno avesse strappato il microfono dalla mano di Fausto. Ancora insonnolito e scioccato da qull’appello disperato cercai di richiamare la clinica di Tortona ma al centralino non rispondeva nessuno. Mi convinsi che il mio povero amico stesse delirando per la febbre, mi dissi che non era possibile un complotto simile in un paese civile come l’Italia. E poi, chi poteva avere una ragione per assassinare un uomo come Fausto Coppi, un campione amato da tutti e che, a mio giudizio, non poteva costituire un pericolo per nessuno?
Due giorni dopo, il 2 gennaio 1960 alle 8,30 Fausto Coppi morì.
Solo dopo qualche tempo cominciai a avere dei dubbi e, sì, un rimorso sempre più doloroso. Avevo abbandonato il mio amico quando mi aveva rivolto il suo diperato appello? Avrei potuto fare qualcosa per salvarlo? Lui non sapeva nulla della mia doppia personalità, ma l’aver chiamato agli estremi un giornalista americano poteva voler dire che l’origine di questa morte doveva essere ricercata nel mio paese? Decisi allora di condurre una vera e propria inchiesta.
L’unica struttura che avrebbe potuto organizzare un intervento delittuoso in un paese straniero, con o senza il consenso del Presidente Eisenhower, era naturalmente la CIA, che allora era diretta da Allen Dulles, un uomo con tanto pelo sullo stomaco da non indietreggiare davanti a nulla quando si trattava di difendere quelli che lui decideva essere gli interessi degli Stati Uniti. Usando i miei superpoteri, fu per me un gioco da ragazzi penetrare negli archivi segreti e trovare quello che poteva essere il movente per un delitto. Decine e decine di rapporti descrivevano la vita privata di Coppi, la sua storia con Giulia Occhini, l’enorme eco nella opinione pubblica italiana divisa fra i difensori della famiglia tradizionale e coloro che difendevono la libera scelta di Fausto e Giulia. La grottesca storia dell’arresto di Giulia, del processo e della condanna dei due aveva fatto inclinare pericolosamente (secondo la CIA) la bilancia dell’opinione pubblica verso le posizioni libertarie difese allora dalla sinistra e in primo luogo dal PCI. L’imminenza delle elezioni politiche, il pericolo di un governo di sinistra (ho già detto che la posizione dell’Italia era considerata determinante negli equilibri mondiali) potevano giustificare agli occhi della CIA un tale delitto? Il mio patriottismo diceva di no, ma la mia conoscenza di tanti misfatti compiuti in nome di una spregiudicata difesa dei propri interessi mi diceva il contrario. In quanto ai mezzi per portare a termine l’operazione, non c’erano dubbi. Il presidente del consiglio iitaliano era all’epoca Antonio Segni, completamete prono ai voleri del potente alleato americano e il ministro degli Interni era Fernando Tambroni, l’uomo che qualche anno dopo avrebbe dato vita a un governo, fortunatamente di breve durata, con il voto determinante dei fascisti. Non ci potevano essere dubbi alla piena libertà d’azione della CIA in Italia.
Tentai di interessare il mio capo al FBI a queste mie incerte conclusioni ma ne ebbi una icastica risposta: “Non mettere il becco negli affari della CIA se vuoi vivere tranquillo”.
E’ la prima volta che parlo di questa vicenda. All’epoca la mia lealtà verso il governo del mio paese e l’ostinato muro di silenzio opposto dalle autorità alle mie domande mi persuasero a tacere. Allora ancora credevo che l’America fosse il paese della libertà, della democrazia, della difesa dei diritti dei popoli come di quelli di ogni individuo. Troppe cose sono accadute d’allora, troppe cose che non avrei mai voluto sapere.
Ma credo di essere rimasto sempre fedele al giuramento che avevo pronunciato all’inizio della mia carriera: “I sogni ci salvano. I sogni ci elevano e ci trasformano. E sulla mia anima, giuro che finché il mio sogno di un mondo dove dignità, onore e giustizia diventino la realtà che noi condividiamo, non smetterò mai di combattere.”
Best regards

Clark Kent

*****

Quando ho ricevuto questa lettera in un primo momento ho pensato a uno scherzo di qualche burlone, forse del nostro blog: ho un paio di amici che si divertono a scrivere con diversi pseudonimi magari per polemizzare con se stessi. Poi, con l’aiuto di un amico americano, sono riuscito a entrare in contatto proprio con Clark Kent che mi ha detto di essere un nostro affezionato lettore e mi ha confermato l’autenticità di quanto aveva scritto. Ha affermato che nonostante l’età la sua memoria è ancora buona e il suo interesse per i fatti del mondo è sempre vivo. Prima di chiudere mi ha chiesto di salutargli Matteo, se me ne fosse capitata l’occasione. “Per la verità non mi piace molto – mi ha detto – ma comunque anche lui è un buon corridore…”

Hedrok

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4 risposte a “RACCONTO A COPPIE VARIABILI (seconda fase) – 6) Hedrok: Una lettera dall’America

  1. Eh no, caro Maestro Hedrok, paragonarmi Coppi con Renzi, proprio no!
    Peccato, perché quanto viene prima è scritto con piglio fra il giornalistico e il fiabesco, di chi racconta una fiaba come fosse un fatto di cronaca. Tanto da renderlo quasi credibile (sarà che siamo abituati alle favole mal scritte che ci propinano i nostri giornalisti).
    Poi, si figuri, io sono un umile adoratore di Coppi.
    Vade retro, Hedrok!

  2. Gentile signor Jena,
    Il mio idolo era Bartali e con i coppisti neanche ci parlavo!
    Apprezzi almeno tutte le belle cose che ho scritte (per necessità di copione) sul suo preferito (?!)

  3. ”azz, e mi pareva proprio di averlo detto che ho apprezzato! Tutto, tranne il finale.
    Mò che ci rifletto: già da allora Ella simpatizzava per il democristiano toscano…

  4. Una ricostruzione fantasy-ma-mica-tanto, dato che quel “vizietto” è stato reale e ha lasciato una sequela di morti “particolari”, su cui non è mai stata fatta chiarezza. Tanto per ricordarne qualcuno (secondo le mie vicinanze), successivamente a Coppi (1960):
    cinque anni dopo, Malcolm X (1965 )
    sette anni dopo, Che Guevara (1967)
    otto anni dopo, Martin Luther King (1968)
    dieci anni dopo, Jimi Hendrix (1970)
    venti anni dopo, John Lennon (1980)
    and so on

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