Racconto multiplo – Prima dell’inizio: 5) Speranza – Cara Anna

Leggendo un libro o guardando un film vi siete mai chiesti quale è stata la vita di questo o quel personaggio prima che, appunto, vivesse il suo ruolo secondo la fantasia del suo autore? A noi è sembrato una sfida divertente e interessante provare a rispondere a questa domanda. Il personaggio scelto è Maddalena Cicconi dal film “Bellissima”, personaggio reso immortale dall’interpretazione di Anna Magnani per la regia di Visconti.

Nel novembre 1973, dopo due mesi dalla morte della madre, Luca Magnani trovò tra la corrispondenza indirizzatele dai suoi ammiratori la lettera che qui riportiamo.

Cara Anna,
ti scrivo in questo giorno di felicità, uscendo dal seggio dove per la prima volta noi donne siamo state ammesse a votare per il referendum istituzionale e per le elezioni politiche dell’assemblea costituente perché penso che anche a te è dovuta questa nostra grande vittoria.
Mi permetto di scriverti questa lunga lettera per dirti della mia vita cose che a nessuna altra ho raccontato così estesamente. Lo faccio con te perché rappresenti per me un mito sia come attrice che come donna decisa e combattiva e anche un po’ perché in borgata dicono che ti assomiglio, tanto da avermi dato come soprannome Nannarella.
Ho visto tutti i tuoi film a cominciare dalla Cieca di Sorrento, in cui avevi una piccola parte, al personaggio della canzonettista in Teresa Venerdì, alla donnina allegra nella Fortuna viene dal cielo, alla cantante di Abbasso la miseria, ai meravigliosi duetti con Fabrizi in Campo de’ fiori e nell’Ultima carrozzella per finire col tuo intenso personaggio in Roma città aperta. Come donna so che hai sofferto tanto e ti sei fatta valere combattendo con i denti e le unghie. La vita non è stata facile neanche per te.
Sono nata a Roma in borgata nel 1920, seconda di cinque figli di un muratore e di una casalinga. Ho frequentato le scuole elementari con gran piacere e anche con un ottimo profitto al contrario del mio fratello maggiore che si faceva sempre rimproverare e faceva molte seghe. La mia maestra aveva una grande considerazione di me, tanto che ogni settimana mi prestava un nuovo libro da leggere che io divoravo già nella prima notte e io la amavo molto. Alla fine della quinta elementare mandò a chiamare mio padre che si presentò a scuola tutto emozionato con il vestito della domenica. Lo pregò di farmi continuare gli studi perché ero molto promettente. Mio padre si disse d’accordo ma all’inizio del successivo anno scolastico iscrisse mio fratello ripetente all’avviamento e a me fece un discorso sui soldi che a casa erano sempre pochi e che quindi lui non si poteva permettere di comprarmi i libri e le altre cose necessarie per frequentare la scuola. Avevo appena 10 anni ma mi fu subito chiara la differenza di possibilità tra femmine e maschi.
Iniziai a guadagnare qualche spicciolo aiutando una conoscente di mia madre a lavare le scale delle palazzine della borgata. Trascinavo fino agli ultimi piani quei secchi d’acqua pesantissimi e poi riportavo giù quelli con l’acqua sporca. Le mani mi si screpolarono e mi si riempirono di geloni. Non mi lamentavo perché avevo tanti sogni in testa.
Avevo conosciuto a scuola il figlio, poco più grande di me, dell’uomo che proiettava i film nella sala parrocchiale e in cambio di qualche innocente strusciatina mi portava con lui a vedere tutti gli spettacoli che il padre proiettava.
Mi venne così una passione per il cinema. Mi innammorai di Greta Garbo in Mata Hari e la seguii in estasi in Grand Hotel, nella Regina Cristina e in Maria Walevska. E che dire di Jean Gabin nel Bandito della Casbah? Per quel che riguarda il cinema italiano l’epoca dei telefoni bianchi non mi trovò entusiasta perché troppo sdolcinati e borghesi, ma Amedeo Nazzari in Cavalleria e in Luciano Serra pilota mi affascinò.
La mia adolescenza stava finendo quando ebbi la mia grande occasione: la signora Maria, che faceva le iniezioni a tutta la borgata venne a casa più volte per fare le punture a mia madre che soffriva di una grave forma di anemia e in quelle occasioni rimase ben impressionata dalla mia serietà e dalla facilità con la quale imparai a fare io stessa le punture a mia madre. Disse che avevo una mano delicatissima e mi prese in prova come sua aiutante visto che il lavoro era tanto. Fu un salto di qualità notevole passare da aiuto pulitrice di scale a aiuto infermiera per le iniezioni.
Conobbi così quasi tutte le persone che abitavano in borgata e divenni una persona ricercata e stimata.
Poco dopo conobbi Spartaco, un bel giovane, gran lavoratore. Me ne innamorai a prima vista e nel 1940 ci sposammo. Nel 1941 fu richiamato e partì per il fronte. All’inizio del 43 venne per la prima volta in licenza e mi mise incinta. Tornò alla metà di settembre e, visto che nel frattempo era stato firmato l’armistizio, si nascose, come tanti altri, nella borgata. Iniziò un periodo di esaltazione e di paura. La maggior parte della gente della borgata dopo un periodo di sbandamento all’inizio del ventennio era diventata nettamente antifascista e quindi ci si sentiva tutti solidali e ci si aiutava, sia per il cibo che per nascondere i partigiani. Avevo partorito alla fine del 1943, un anno dopo la nascita di tuo figlio Luca, una bambina forte e sana che mi dava ancora più coraggio, così con la scusa delle iniezioni uscivo a tutte le ore e diffondevo la stampa comunista e qualche volta portavo anche armi. Una volta vennero a fare una retata nella borgata cercando gli uomini renitenti, ma da tutte le palazzine e dalle strade le donne scarmigliate cominciarono a lanciare tutto quello che avevano in casa, a tirare sassi e secchiate di acqua bollente cosicché i poliziotti italiani si ritirarono. Se fosse stata una retata organizzata dai tedeschi non ce la saremmo cavata così a buon prezzo!
Nel giugno del 1944 finalmente gli alleati entrarono a Roma. Anche per noi era finita la guerra, ma le speranze che ci avevano sorretto nei giorni bui dell’invasione non si realizzarono e tutto ripiombò nella solita vita, con le donne della borgata impegnate spesso nel lavoro in casa e fuori, malmenate dai propri uomini per sciocchezze soprattutto quando tornavano a casa stanchi dal lavoro e spesso ubriachi.
Guardo mia figlia che dorme beata e penso che anche la sua non sarà una vita facile. Mi domando se, qualora si presentasse un’occasione per lei, io sarei in grado di aiutarla a crearsi una vita indipendente e ricca di soddisfazioni come la tua.
Con tanto affetto e stima
firma
Roma 3 giugno 1946

In calce alla lettera la Magnani aveva scritto per la sua segretaria: “Rispondere ringraziando della stima e tenere presente alcuni episodi per una eventuale sceneggiatura.”

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4 risposte a “Racconto multiplo – Prima dell’inizio: 5) Speranza – Cara Anna

  1. Incorniciata tra due brevi frasi che indicano il tempo, il luogo e la connessione al tema, Speranza ci propone una credibile “lettera” di una possibile Maddalena, una lettera che ci racconta a tutto tondo la vita di una giovane donna dell’epoca. Maddalena nasce in una famiglia povera in una povera borgata, in un difficile periodo storico, ma mostra di aver subito idee chiare, coraggio e intelligenza. Dirige la propria vita attraverso ogni difficoltà, attenta all’evolversi della situazione politica, come a quella sociale, e si conquista un proprio spazio, senza mai dimenticare i suoi sogni. Complimenti all’autrice.

  2. Speranza, bella l’idea di una storia in forma di epistola!
    La Cicconi si racconta alla Magnani che raccatta pezzi di vita del personaggio per una sceneggiatura.
    Partenza super del racconto che poi si attesta su “un’andatura da crociera” . . . d’altronde “la vita de Maddalena è quella, che te voi inventà?”
    Due esistenze parallele quelle della protagonista e dell’attrice, che si intersecano e si sovrappongono salvo poi imboccare strade diverse.
    La Cicconi si riflette nello specchio della confessione e lo specchio ci restituisce l’immagine eguale e contraria della Magnani carica della sua forza e delle sue fragilità.
    Dov’è la verità?
    Intrigante.

  3. Uno per tutti. Più che un commento alla abilità descrittiva o alla capacità drammatica, ironica o comica dei singoli partecipanti il mio vuole essere un commento all’operazione.
    Un compito che ci era apparso a tutta prima così ostico da creare mugugni, insubordinazioni e tentativi di affossamento ha finito con l’essere, poi, così stimolante e proficuo da aver suscitato doppioni di racconti, ma, soprattutto, ci ha spinti a superare il mero compito di immaginare e descrivere una vita,\ aprendo la strada a un surplus di inventiva che ha permesso incontri impossibili, preti ubriaconi, immedesimazioni impertinenti, rivisitazioni storiche, approcci non banali.
    Diciamo che è stata toccata quasi unanimamente una dimensione surreale assente in altre prove e che, per i miei gusti, rappresenta un salto di qualità.
    Ma che bravi che siamo, dai!
    Forza con la prossima prova! (!?!?!?)
    Dicky

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