Prima dell’inizio – Appendice: Mamma Oca – Anastasia Filipovna

Leggendo un libro o guardando un film vi siete mai chiesti quale è stata la vita di questo o quel personaggio prima che, appunto, vivesse il suo ruolo secondo la fantasia del suo autore? A noi è sembrata una sfida divertente e interessante provare a rispondere a questa domanda. Il personaggio scelto è Maddalena Cicconi dal film “Bellissima”, personaggio reso immortale dall’interpretazione di Anna Magnani per la regia di Visconti.

Un sorriso estatico vagava sulle labbra di Anastasia Filipovna, non del tutto risvegliata. I suoi occhi erano ancora abbagliati dalle luci sfarzose dell’immenso salone del Palazzo d’Inverno, dove aveva ballato e ballato con il principe Vladimir, il cugino dello Zar. I suoi piedini, resi ancora più minuscoli dalle scarpette di raso di due numeri inferiori, ora erano doloranti per tutte le giravolte cui l’aveva obbligata Vladimir, perfetto e instancabile ballerino. Il principe aveva riempito con suo nome tutto il carnet du bal di Anastasia Filipovna, e ora non si staccavano più, un valzer dopo l’altro, ebbri d’amore, sotto gli occhi indulgenti della Zarina. Tra i cortigiani era tutto un rincorrersi di sussurri pettegoli, che la vecchia principessa Ozukovskaia, prozia della Zarina mise a tacere con queste parole, pronunciate ad alta voce: “Prima della fine della serata, sarà annunciato il fidanzamento”.
Anastasia Filipovna sentì aprirsi la porta della stanza e, con la voce ancora impastata di sonno, chiese: “Sei tu, Praskovjia Ignatievna ? Mi hai portato il cioccolato e i biscotti?”.
Le rispose una voce maschile: “Ancora uno dei tuoi sogni della vecchia Russia? Non so chi sia Praskovjia Ignatievna, ma spero ti accontenterai del caffelatte e della fetta di pane imburrato che ti porta tuo marito Giuseppe”. Anastasia Filipovna percepì la sfumatura ironica di quelle parole: lui non aveva mai creduto alla moglie quando gli aveva rivelato d’essere una nobile russa nipote della Zarina. Anastasia Filipovna, profuga dalla Russia a causa delle sue origini aristocratiche, quando aveva incontrato il minatore italiano Giuseppe Ciccone faceva la lavapiatti nella bettola d’un paesotto della Rhur, popolato esclusivamente da minatori, quasi tutti provenienti da altri paesi. Al contrario di tanti suoi pari, Natalia Filipovna aveva dovuto abbandonare precipitosamente la Russia, pochi minuti prima che i bolscevichi invadessero il suo bel palazzo di campagna, senza poter arraffare gioielli e valori, e i documenti li aveva perduti durante la fuga. Le fatiche cui non era abituata l’avevano un poco privata della bellezza che aveva fatto girare la testa al principe Vladimir, ma per Giuseppe Ciccone era sufficiente, e le aveva chiesto di sposarlo. Anastasia Filipovna disse subito di sì. Con il matrimonio, Anastasia Filipovna avrebbe lasciato l’orrenda bettola dove le concedevano solo tre ore di sonno, le altre le trascorreva nei più umili e faticosi lavori; e avrebbe riacquistato quei diritti civili che le erano negati per la mancanza di documenti. Certo, il minatore non era un brutto uomo, anche se ben lontano dalla classe del principe Vladimir, però si apprestava a tornare in Italia con una grossa liquidazione, dopo aver lavorato duramente, ma solo per una decina d’anni: la direzione delle miniere aveva preferito toglierselo di torno perché simpatizzava apertamente con Lenin e la Rivoluzione, e non faceva che promuovere scioperi.
Giuseppe Ciccone continuò a inneggiare a Lenin, e successivamente a Stalin, anche quando si stabilirono in un quartiere popolare di Roma, la città natale di Giuseppe. Ogni volta era come se una lama si conficcasse nel petto di Anastasia Filipovna, ma poi arrivò il fascismo e Giuseppe smise finalmente di nominare quei due che erano stati la sua rovina. Dopo tutto, con Giuseppe non le era andata poi così male: era un buon marito, anche se si affrettava a cambiare discorso ogni volta che lei rievocava sua zia la Zarina e i quattro bei cugini finiti così male insieme a lei e allo Zar. L’esistenza di Maria Filipovna era modesta ma serena, e poi c’era Maddalena, la sua bella e fiera figliola, che purtroppo aveva preso dal padre, sia nel fisico che nei modi. In lei non c’era niente di aristocratico, parlava più volentieri in dialetto che in lingua, frequentava coetanei di bassa estrazione, anche se era costretta ad ammettere che erano tutti bravi ragazzi. Aveva persino imparato a fare iniezioni per guadagnare qualche soldo, andando di casa in casa a sforacchiare sederi proletari. Anastasia Filipovna aveva cercato di insegnarle l’etichetta di corte, con risultati disastrosi, anzi, mortificanti: “Ma dai, dici sul serio… facevano proprio così… non ci posso credere… ma che, erano tutti scemi?”. La conclusione era sempre quella: “Mi sa che ti stai inventando tutto”, e giù grandi risate.
Anche i tentativi di Anastasia Filipovna di insegnare a Maddalena la sua lingua nativa erano andati a vuoto: “Il russo oramai è una lingua inutile. Se proprio dovessi imparare un’altra lingua oltre l’inglese, mi rivolgerei al cinese: è lì che sta il futuro”. In queste occasioni Anastasia Filipovna, pallida e sconvolta, andava a specchiarsi: non era con la vestaglietta di casa che si vedeva, ma con il superbo abito bianco tutto pizzi e ricami fatto venire da Parigi per il ballo col principe Vladimir, purtroppo morto in guerra: “Io, Anastasia Filipovna – si diceva – ho generato una plebea”. E piangeva a lungo.
Quando Maddalena si fidanzò con Spartaco, a Anastasia Filipovna sembrò di rivivere il suo passato. Spartaco faceva il muratore, e persino nei tratti somigliava a Giuseppe, oltre ad essere iscritto al partito comunista. Un giorno che un corteo passava sotto le finestre di casa, Maddalena lo indicò con orgoglio alla madre: Spartaco era quello che guidava il corteo, con un fazzoletto rosso al collo, sventolava una bandiera rossa e cantava “Avanti o popolo”. Anastasia Filipovna rimase in coma per cinque ore e soltanto dopo che le introdussero in gola un quarto di litro di vodka riuscì a riprendersi.
Maddalena e Spartaco si sposarono, e andarono a stare per conto proprio. Dopo un anno nacque Maria, una bimba biondina e gracilina che sembrava impossibile fosse stata concepita da genitori entrambi mori e di costituzione robusta. Maddalena non faceva che portarla da un pediatra all’altro e ingozzarla di vitamine, ma in cuor suo Anastasia Filipovna esultava: Marjia – lei lo scriveva alla russa – non solo portava il nome della madre dello Zar, Marjia Fiodorovna (Maddalena e Spartaco avevano consentito a assegnarle Fedora come secondo nome), ma era in tutto simile a lei, vale a dire aristocratica sino alla cima dei capelli. E quello che gli altri chiamavano nella bambina gracilità, per Anastasia Filipovna era l’esilità di razza.
Anastasia Filipovna era ben decisa a sottrarre la nipotina adorata a un destino simile a quello suo e di Maddalena. Non era facile, soprattutto per la “tara” (così la definiva), della discendenza maschile. A Roma c’era una principessa russa, Irene Galitzine, profuga come lei ma più fortunata, che aveva aperto un grande atelier di moda: Anastasia Filipovna progettava di farle conoscere Marjia quando questa avesse compiuto diciotto anni, perché la facesse sfilare come mannequin. In quel nobile ambiente, avrebbe certamente trovato un nobile marito. Intanto però non tralasciava di cercare occasioni favorevoli per la piccola. Un giorno scoprì sull’Unità – che era costretta a leggere perché Giuseppe non voleva che in casa circolassero i giornali della reazione capitalista – l’annuncio che il regista Luchino Visconti cercava una bambina sui sette anni per “Bellissima”, il suo nuovo film. “Visconti è un duca, tra i più alti gradi di nobiltà, certamente la saprà riconoscere a prima vista in Marjia, che è anche bellissima”, si disse.
Raggiante di speranze, Anastasia Filipovna fece vedere l’annuncio a Maddalena, che una volta tanto si trovò d’accordo con la madre, anche se con motivazioni più pratiche di quelle di far rifulgere le nobili origini della piccola. Anastasia Filipovna accompagnò figlia e nipote alla fermata del tram che andava a Cinecittà e continuò a fissare il convoglio sino a quando scomparve definitivamente dalla sua vista. Solo allora si rassegnò a tornare a casa, ma poiché doveva ancora fare la spesa, fece sosta al mercato, dove nessuno riuscì a capirla perché si era messa a parlare fitto fitto in russo.

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