Racconto multiplo – Prima dell’inizio: 2) Dicky – Essere Maddalena

Leggendo un libro o guardando un film vi siete mai chiesti quale è stata la vita di questo o quel personaggio prima che, appunto, vivesse il suo ruolo secondo la fantasia del suo autore? A noi è sembrato una sfida divertente e interessante provare a rispondere a questa domanda. Il personaggio scelto è Maddalena Cicconi dal film “Bellissima”, personaggio reso immortale dall’interpretazione di Anna Magnani per la regia di Visconti.

“A Nannarè… sveja! Stai a dormì?”
“Ma vammoriammazzato!…”

*****

Anna era stonata, da tanto tempo, da troppo tempo. L’abbandono di Renzo l’aveva molto provata, devitalizzata. E quella stupida idea di mettersi in concorrenza con la svedese… Ne era venuto fuori un film, Vulcano, brutto, un melodrammaccio. Non che Stromboli avesse avuto migliore fortuna… Ripensò con maligna soddisfazione alle critiche perplesse, all’insoddisfazione del pubblico. Mignotta lei, che se l’era preso, e gran fijo de mignotta lui, che s’era fatto pijà! L’abbandoo di Massimo non l’aveva prostrata così, era stato dolore e rabbia, perchè lei era incinta, ma almeno le era rimasto Luca, Luca Magnani, come lei, così come lei era Anna Magnani, come sua madre Marina Magnani, pure lei abbandonata incinta da ‘naltro gran fijo de mignotta, che chissà chi era. Eppefortuna che Luca era maschio, che se era femmina capace che rimaneva incinta senza marito, e così il cognome Magnani diventava ‘na dinastia matrilineare… Le venne da ridere, per fortuna la sua vena ironica era rimasta indenne. A cinquant’anni è difficile rifasse ‘na vita. Anche se il suo corpo fiorente ma ancora sodo e compatto sembrava più quello di una trentenne. Se avessi davvero trent’anni…sarei nata nel ’20 – ’21. Se avessi avuto un’altra vita…
Una donna nata a Roma, magari a Testaccio, co’ ‘na madre vera e ‘n padre vero, magari co’ due o tre fratelli più grandi. Una bambina arrivata ultima, ‘na femminuccia finalmente. Adorata dal padre e dai fratelli maschi, cresciuta con tutte le attenzioni per quell’unica femmina, pure troppe: “’Ndo’ sei stata? Perchè hai fatto tardi?… Tu’ fratello t’ha cercata e tu ndo’ stavi? Da scola devi tornà dritta a casa, hai capito? No che te ne vai a spasso co’ quella… Chi hai visto, eh? Co’ chi hai parlato?” “Gnente, ma’! Me so’ annata a pijà ‘n gelato, che te credi? E poi me state sempre addosso, che voi che faccia?…” “Gnente devi fa, gnente! Che noi semo gente povera ma onesta, e così volemo restà!”
La scuola dalle suore, i compiti a casa, l’amica del cuore cui confidare i primi amori, i primi turbamenti. Ma l’amore suo vero sarebbe stato solo uno, un compagnuccio dei fratelli più grandi, che l’avrebbe prima coccolata come essi e poi, a un certo punto, l’avrebbe allontanata, perchè? E il suo dolore, il non capire perchè Spartaco – ecco, sì, se chiamava Spartaco, come l’eroe dell’antichità – Spartaco l’eroe suo se la teneva lontana, a lei ormai quindicenne, la salutava a denti stretti, non la guardava più. Spartaco, che s’era messo a fa’ il muratore, ma che contiuava a venì pe’ casa pure quando non c’erano i fratelli suoi. Entrava, “Bonasera a tutti!” Se sedeva in cucina, se beveva er bicchiere de vino che su’ madre gli serviva e se metteva a chiacchierà de tutto co’ su’ padre e su’ madre, senza guardalla mai. Parlavano de lavoro, delle famiglie, de politica. E a lei mai niente.
E così era andata a lavorare da sarta, chè ci aveva occhio per le stoffe e il taglio. E il figlio della sarta gli aveva messo gli occhi addosso, e la sarta ci scherzava, si capiva che sarebbe stata contenta se lei avesse dato retta al figlio, ma lei voleva solo Spartaco, e più passava il tempo più lo voleva. E sua madre, che la sarta ci aveva parlato, avrebbe voluto anch’essa un fidanzamento ma lei resisteva e aveva minacciato di restare a casa invece di lavorare così perdevao i soldi che guadagnava. E il padre aveva preso le parti sue, aveva detto ‘na volta per tutte che Maddalena -ecco, sì, così avrebbe voluto chiamarsi, Maddalena- Maddalena era ‘na brava fija, ‘na regazza colla testa sulle spalle e, se non se voleva marità, ‘n lavoro ce l’aveva e poteva rimanè a casa sua come ‘na signora. E così la lasciarono ‘n pace, ‘n pace a pensà a Spartaco, che non la guardava mai. E quando ci aveva ormai diciassett’anni ‘na sera il fratello grande, Pietro, era arrivato e aveva chiamato tutti in cucina.
“Ma’, pa’, non so come divvelo ma ‘sta regazzina nostra Spartaco se la vo’ sposà. Voi che dite?”
Il padre e la madre s’erano guardati: “E’ ‘n bravo regazzo, è lavoratore, e poi lo conosciamo da sempre… La madre è brava, a Maddalena ce s’affeziona subito…”
Lei stava ferma, rigida come ‘na statua, se sentiva dentro ‘n gran foco e ‘n gran ghiaccio. E s’era messa a urlà:
“E a me? Eh? A me? A me nun me dite gnente, nessuno ce pensa a dimme gnente a me! Come ‘na vacca!… E che so’ io, eh? ‘na vacca che se porta al toro, ‘na serva che se ‘nfila dentro al letto al padrone, eh?… E io dico no, no, no!”
E s’era andata a chiude al cesso. Tutti a bussare, a chiamarla: “Madalè, non fa’ così! Esci fora bella de mamma, viè fora che quello mo’ se presenta: s’è annato a ripulì dopo lavoro e mo vie’, che figura ce fai, forza!”
Era uscita dal cesso quando Spartaco aveva sonato, e s’era fatta trovà dritta come ‘n fuso, colla mano poggiata sulla spalliera de ‘na sedia, come aveva visto nelle fotografie della Regina.
Spartaco era entrato, tutto pulito, vestito bene (Dio, com’era bello!). Senza guardalla s’era presentato al padre: “Sor Gaetà, voi me conoscete da tanti anni, de me non c’è bisogno che ve dica. Ve vojo dì solo che io a Madalena je vojo bene da sempre, da quann’era ‘na mammoccetta. Poi ‘sto bene de fratello… quando lei è cresciuta è diventato bene de omo, bene de fidanzato e così se voi volete, se lei me vo’…” E l’aveva guardata.
“Ah, mò me guardi, finalmente… Ai genitori mii sei venuto a parlà, ai mi fratelli je l’hai detto… e a me? Me, che so’ l’unica che te deve risponne, l’unica che te po’ dì sì i no, a me non me dici gnente? Dimmelo a me, se ciai coraggio. Fai vede che omo sei, pronunciate, parla!”
“Madalè, non me parlà così, hai sentito che te vojo bene da sempre, je l’ho detto a loro perchè a te me vergognavo de dittelo. Eri la sorella de l’amici mii, te conoscevo da regazzina e pensavo che tu a me come fidanzato non me potevi pijà ‘n considerazione. E così te scansavo, cercavo de non guardatte, de non parlatte, de non te pensà… Però stavo sempre qua a parlà co’ tu padre e tu madre perchè sapevo che ce stavi tu… Madalè, te lo chiedo a te direttamente, vabbè? Me voi sposà?”
Lei staccò la mano dalla sedia, la protese verso Spartaco come ‘na regina e je disse: “Sì”. E Spartaco je prese la mano e je la baciò come a ‘na regina.
S’erano sposati quando lei aveva diciannove anni, e grazie al matrimonio e al fatto di essere figlio unico di madre vedova Spartaco s’era salvato dalla guerra. Alla guerra non ci voleva pensare, alla fame, alla paura, ai rastrellamenti, al bombardamento di San Lorenzo, ai morti, a via Rasella e alle Fosse Ardeatine. Era stato un periodo terribile, che aveva segnato la vita e la memoria di tutti, di Anna e di Maddalena. Era stato, basta.
Maddalena s’era sicuramente aggrappata all’amore di Spartaco, così intenso, così protettivo, così duraturo… così diverso da Massimo e Renzo… era fiorita come fiorisce una donna amata e che sa di essere amata.
Anna sentì lo spasimo del desiderio, il desiderio di essere l’unica per sempre per l’uomo amato; quello che nella sua vita, pur così felice dal punto di vista artistico, le era stato negato nel privato: la completezza di un unico amore.
Sicuramente Maddalena e Spartaco non litigavano mai, mai, mai.
No, una volta invece sì, una volta sola.
Erano stati al cinema e all’uscita lei aveva detto: “Come me piacerebbe fa’ l’attrice!” E Spartaco s’era messo a ride: “A Madalè, pe’ fa er cinema bisogna esse capaci!” “Mo’ te faccio vede se so capace!” E gli aveva rifatto la scena madre. Lui era rimasto fermo, a guardarla stupito, con gli occhi sgranati. “Voi fa’ er cinema? Nun me voi sposà più?” E lei, civetta: “E se così fosse? Se er cinema me piacesse più de te?”
Lo schiaffone l’aveva sbattuta contro un muro. Inviperita, gli era saltata addosso, l’aveva menato, preso a calci, mozzicato, urlando: “Nun ce provà più, mai più! Me te magno er core se ci ariprovi! Vattene, nun te vojo più vede!”
Lui s’era preso tutto, calci e mozzichi, s’era messo a piangere: “No, Madalè, mai più, mai più, te lo giuro…”
Era scappata a casa, s’era rifiutata di vederlo per una settimana poi, finalmente, aveva ceduto. Quando se l’era rivisto davanti, ‘sto regazzone grande e grosso, così bello, co l’occhi bassi, le labbra che je tremavano, j’aveva detto, graziosamente: “Vabbè, nun ne parlamo più. Er cinema me lo so’ scordato. Magari ‘n giorno… a ‘na fijetta nostra… ‘na fijetta caruccia, coi boccoli come Shirley Temple…”

*****

“A Nannarè, m’hai sentito?”
“Ma che voi? Se po’ sapè che voi?”
“Io, gnente. E’ Visconti che te vo’. Te sta a cercà pe’ ‘n film novo…”

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2 risposte a “Racconto multiplo – Prima dell’inizio: 2) Dicky – Essere Maddalena

  1. Scusatemi, ho qualche difficoltà a scrivere, a trovare il collegamento giusto, voglio tuttavia testimoniare il mio apprezzamento per il racconto di Dicky, originale e davvero bello! Complimenti!
    Si rischiava tutti noi di essere un po’ scontati considerando il personaggio e la situazione bloccata mentre in questo lavoro si avverte lo sforzo profuso per andare oltre la convenzione, che spesso diventa una trappola difficile da evitare, immaginando una storia che mantiene la dignità del personaggio e la credibilità di un antefatto possibile.

  2. Potrei definirlo un metaracconto o, forse meglio, un racconto circolare. E’ Anna, l’artista, che sogna il vissuto del personaggio Maddalena e lo confronta impietosamente con la propria vita, fino a quando il richiamo della realtà la riporta al suo ruolo di interprete di un personaggio creato da altri. Pure, chi ha visto e amato il film di Visconti avrà ritrovato nella Maddalena del racconto cinematografico, come in filigrana, la Maddalena sognata.
    Una originale, intrigante composizione, un’ottima prova d’autore della nostra Dicky.

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