Racconto multiplo – Prima dell’inizio: 3) Robertucci – Una vita semplice

Leggendo un libro o guardando un film vi siete mai chiesti quale è stata la vita di questo o quel personaggio prima che, appunto, vivesse il suo ruolo secondo la fantasia del suo autore? A noi è sembrato una sfida divertente e interessante provare a rispondere a questa domanda. Il personaggio scelto è Maddalena Cicconi dal film “Bellissima”, personaggio reso immortale dall’interpretazione di Anna Magnani per la regia di Visconti.

Maddalena Magnani in Cecconi era nata a Roma il 21 marzo 1921 nella Spina di Borgo: il quartiere popolare di fronte a San Pietro che fu poi completamente cancellato degli sventramenti operati dal regime fascista fra il 1936 e il 1937 per aprire la via della Conciliazione.
Il padre faceva il fabbro, la madre la lavandaia: poveri mestieri con cui campavano la famiglia, che era piccola poiché di figli ne era venuta una sola, Maddalena, una bambina graziosa come tutte le altre bambine, ma che sua madre venerava. Diceva sempre che era l’unica cosa bella, anzi bellissima, della sua vita .
“Come sei bella nì, vedi come sei bella!”, e la baciava forte sulle guance, “Tu non dovrai romperti le braccia e spaccarti le mani come me, a lavare i panni degli altri tutti i santi giorni dell’anno: tu devi diventare una gran signora, capito nì?”
E Maddalena rispondeva, senza capire: “Sì mamma.”
Da bambina Maddalena non aveva particolare consapevolezza del luogo dove abitava: ci viveva e basta. San Pietro e il colonnato, lì di fronte, facevano parte della sua quotidianità, come Castel Sant’Angelo dall’altra parte. Giocava in strada con gli altri bambini: non avendo fratelli aveva imparato da sola a proteggersi, in un ambiente dove la durezza e la tenerezza convivevano a tutte le età. Era risoluta, testarda, anche un po’ prepotente, ma era simpatica, spontanea, allegra e aveva una risata accattivante: tutti la cercavano e la volevano per compagna di giochi. Crescendo, aveva cominciato a fare qualche incursione fuori del borgo, accompagnata dalla madre per qualche commissione. Aveva visto piazza Navona e le tante chiese barocche lì intorno, dove sua madre entrava sempre a dire una preghiera mentre lei si imbambolava a guardare gli affreschi lungo le pareti con le rappresentazioni dei santi e le storie bibliche.
“È tutto vero, mamma?”, chiedeva.
E la madre, che non capiva, rispondeva: “Sì.”
Era una fortuna abitare nel cuore di Roma con tutte quelle bellezze a portata di mano. Come gli altri ambienti popolari del centro storico di Roma, anche la Spina di Borgo era un “paesello” collocato al centro del mondo.
Maddalena aveva frequentato le scuole elementari al Borgo; poi la madre l’aveva collocata come apprendista presso una vicina “sartina”, che le insegnava a tenere in mano l’ago e, come usava nel mondo antico degli artigiani, le insegnava anche molte altre cose. Una volta l’aveva persino portata a vedere uno spettacolo teatrale con Totò, alla Sala Umberto, dalla cui visione Maddalena uscì estasiata. Per giorni e giorni ripeté a tutti i suoi compagni di giochi il racconto di quella magia colorata: le luci, la musica, i costumi. Cominciò a giocare al teatro con gli altri ragazzini, a cui non erano estranee le rappresentazioni perché a quei tempi, chi più chi meno, tutti avevano in famiglia qualche affabulatore o qualche attore popolare.
La vita di Maddalena ebbe una brusca e dolorosa svolta quando, alla fine del 1936, la sua famiglia, insieme a tutte le altre della Spina, dovette lasciare la casa, la bottega nello scantinato, ogni cosa, per venire sfollata nella borgata periferica della Garbatella.
La Garbatella, che oggi è un quartiere, attraente, pieno di verde, testimone di un’interessante sperimentazione architettonica, era allora un luogo selvaggio, lontano dalla città, isolato, un vero e proprio ghetto dove furono deportati i 5000 abitanti della Spina. La famiglia Magnani fu collocata nell’ “albergo rosso”, uno dei quattro fabbricati costruiti appositamente per alloggiare gli sgomberati del centro storico, oltre ai “sovversivi” sorvegliati di polizia o ex confinati: tutta gente che andava controllata e che infatti veniva tenuta sotto un rigido controllo. L’albergo rosso, che veniva spacciato come esempio di edilizia popolare d’avanguardia – e forse per certi versi lo era pure –, prevedeva una coabitazione coatta: a ogni famiglia era assegnata una stanza mentre tutti i servizi erano in comune.
La famiglia Magnani si ritrovò alienata dal proprio contesto sociale e costretta in un modello abitativo del tutto estraneo a quanto le era familiare. Il colpo fu durissimo.
Il padre dovette riorganizzare alla bene e meglio una sua attività, appoggiandosi a una piccola officina meccanica: per fortuna nella borgata c’era bisogno del lavoro del fabbro, ma certo non era come una volta quando dal suo antro oscuro uscivano fuori i bei ferri battuti destinati ad adornare balconi e finestre.
La madre fu quella che ne risentì di più: alla Garbatella nessuno aveva bisogno di lavandaie perché tutti erano poveri e poi la zona era così isolata che neanche si poteva immaginare di rifarsi una clientela a una distanza ragionevole. Oltre al lavoro, che le aveva dato un po’ di autonomia economica, aveva perso anche la rassicurante socialità della Spina radicata nella lunga durata del rione, mentre qui erano tutti sconosciuti e la coabitazione rendeva le persone rabbiose.
Maddalena perse il suo apprendistato dalla sarta e con questo anche la possibilità di farsi un mestiere; perse anche l’affaccio su Roma che tanto le piaceva. Però era giovane e non voleva rinunciare a vivere; sentiva che doveva conquistarsi il suo posto nel mondo con le unghie e con i denti. Aiutava la madre nei lavori domestici. Poi cominciò ad aiutare il padre in quel suo mestiere decisamente maschile, dove comunque piccoli aiuti tornavano utili: a lui poi piaceva avere vicina la figlia, che da piccola gli era mancata perché la madre se la teneva sempre attaccata alla gonna.
Alla madre la cosa non piaceva affatto: vedeva andare in frantumi tutte le costruzioni sul futuro roseo della ragazza che aveva fatto alla Spina. La ragazza era fuori controllo, sempre in giro per la borgata con quella banda di suoi coetanei disgraziati perditempo, oppure dal padre che non si accorgeva che sua figlia era ormai una donna e che gli operai dell’officina la guardavano in un certo modo. Aveva continue discussioni con la figlia:
“Maddale’, è ora che ti trovi un bravo ragazzo e ti sposi”, le diceva in un ritornello infinito.
E lei, sempre più “maschiaccia” e più fuori controllo, rispondeva infastidita:
“A ma’, nun me serve un fidanzato, te l’ho già detto. So badare a me stessa, posso fare quello che voglio. Nun te preoccupa’.”
Poi si pentiva e le faceva una carezza.
“Sei scontenta: pensi sempre alla nostra casa della Spina eh? Eppure ti ricordi quante volte la bestemmiavi perché era buia, perché era umida, per le scale strette e ripide, per le vicine sempre impiccione?”
“Sì, lo ricordo, ma ora non sai quanto mi manca.”
“Ti capisco mamma, però io non posso vivere nel ricordo di quello che c’era prima. Ora siamo qui e poi questa borgata mi piace, mi diverto.”
Era sempre così fra loro due e alla fine la figlia era sempre più fuori casa, a volerla chiamare “casa” quella stanza.
Nella borgata Maddalena si era rapidamente appaesata e organizzata; aveva fatto amicizia con un gruppo di ragazzi e ragazze suoi coetanei, che cercavano, come lei, di sopravvivere allo strazio degli adulti, consumati fra le deportazioni, il regime, la guerra, il tesseramento. Lì non era difficile avere degli spazi liberi: bastava allontanarsi di poco per ritrovarsi praticamente in campagna. Non che i rapporti fra i ragazzini fossero teneri; al contrario c’era durezza e violenza, come in tutte le altre borgate periferiche di Roma. Ma Maddalena in parte ci era abituata; era sveglia, aveva colto il codice che le consentiva di comunicare e di farsi rispettare in quell’ambiente e se occorreva sapeva anche menare le mani. Dalle popolane della Spina aveva appreso l’arte di strillare all’occorrenza e questa tecnica le era tornata utile in tante situazioni e utile le sarebbe tornata anche più avanti, nella sua vita adulta.
A 18 anni conobbe Spartaco, suo coetaneo, che lavorava come muratore in un lotto di case in costruzione poco lontano, con una ditta per la quale il padre di Maddalena faceva saltuariamente dei lavori. Spartaco abitava all’Ostiense, poco lontano dalla Garbatella; a volte si fermava la sera dopo la giornata di lavoro a bere un bicchiere di vino all’osteria, oppure passava a trovare il padre di Maddalena. Aveva cominciato a guardare Maddalena con interesse e anche a lei lui piaceva. Era bello e poi le dava sicurezza: a 18 anni era già un uomo, lavorava da quando ne aveva 12 e sapeva sbrigarsela in ogni cosa. Cominciarono a fare l’amore e si fidanzarono, con la piena approvazione della famiglia di Maddalena. Il padre stimava molto quel giovane genero che lavorava come un uomo fatto e aveva un mestiere nelle mani. La madre trovò finalmente la sua tranquillità per quelle figlia finalmente sistemata e forse proprio per questo morì pochi mesi dopo di infarto.
Con la famiglia di Spartaco fu meno facile. Il padre, che era stato anarchico e oppositore del regime, era stato ammazzato a botte dai fascisti quando il figlio era ancora piccolo e il delitto non era mai stato punito: gli aveva lasciato quale eredità tangibile un nome inequivocabile e quale eredità intangibile la coerenza e la rettitudine di vita. Morendo gli aveva anche regalato, suo malgrado, l’esonero militare, in quanto unico figlio maschio di madre vedova. La madre, rimasta sola con quattro figli piccoli da campare, tre femmine e l’ultimo, Spartaco, era subentrata al marito nella conduzione della loro piccola trattoria sul Tevere, all’Ostiense, un’eredità familiare che poi avrebbe avuto la sua risonanza. Si era indurita e si era anche andata distanziando dalla mentalità del marito per assumere un punto di vista più utilitaristico e superficiale. Quella nuora proprio non le piaceva: per niente sottomessa, ribelle, svergognata e non salvava neanche le forme. Che cosa andava a fare i pomeriggi delle domeniche giù al fiume con Spartaco dove le canne toglievano la vista? Non sarebbe stato più normale che stesse con lei e con le sue figlie dando magari una mano a servire ai tavoli o in cucina?
In ogni caso Maddalena e Spartaco erano ormai fuori dal controllo delle rispettive famiglie e andavano avanti per la loro strada. Tra di loro c’era un rapporto di fiducia e a Spartaco, nonostante spesso se ne lamentasse, piaceva quel carattere indipendente e irriducibile di lei.
Si sposarono nel giugno del 1945, senza orpelli ma con molte speranze.
Gli anni del fidanzamento avevano coinciso con i tempi più bui e terribili di Roma. Nonostante ciò, loro cercavano di costruirsi un futuro e pensavano di poterci riuscire. Spartaco si avviava a diventare capomastro; Maddalena era riuscita a fare un breve corso di infermiera di guerra, in cui aveva imparato a fare le iniezioni e da allora aveva messo a frutto questa piccola competenza per racimolare qualche soldo per la loro vita futura.
Superarono l’anno terribile del 1944 con il bombardamento della Garbatella dei primi di marzo da parte degli alleati, che lasciò a terra 50 morti; con l’eccidio delle Fosse Ardeatine in cui furono trucidati diversi antifascisti della Garbatella; con la fucilazione, da parte dei nazi-fascisti, delle donne che chiedevano il pane al forno dell’Ostiense.
Una tragedia dopo l’altra, vissuta in prima persona o da vicino: la pena maggiore di Maddalena era per l’eccidio delle dieci donne, al forno:
“Porelle, Spartaco, ti rendi conto? Stavano solo cercando il pane per le loro famiglie, per i loro figli. Come si può essere così spietati?”, aggrottava il naso, stringeva gli occhi, guardava lontano con rabbia, “Ma devono cambiare le cose, dobbiamo liberarci di questi assassini.”
“Sta’ sicura, Maddale’, ci libereremo di queste belve feroci e quando arriverà quel tempo ci sposeremo, da persone libere.”
E in effetti così fu.
Dopo il matrimonio andarono ad abitare al Prenestino, in via Alberto da Giussano, in un piccolissimo appartamento nel sottoscala di un palazzone. Per fortuna c’era lo sfogo di un ampio cortile interno: più di quello non potevano permettersi, ma già speravano di poter avere una casa migliore in futuro. Il futuro era una parola magica, che rendeva lieve ogni sacrificio e faceva guardare avanti.
Maddalena votò per la Repubblica che già aveva il pancione grosso e in quello stesso 1946 diede alla luce Maria, la loro prima figlioletta, una bambina graziosa come tutte le altre bambine, ma che a lei sembrò subito bellissima:
“Come sei bella nì, come sei bella!”, le diceva baciandola forte sulle guance, “Tu non dovrai fare la vita disgraziata che ho fatto io, non dovrai farla, capito nì?”
Poi ci fu il cinema, ma questa è un’altra storia. La storia di “Bellissima”.

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4 risposte a “Racconto multiplo – Prima dell’inizio: 3) Robertucci – Una vita semplice

  1. Un’accurata ambientazione storica all’interno della quale l’autrice fa vivere con immediatezza e consapevole partecipazione la figura emblematica di una Maddalena disegnata a tutto tondo con la sua voglia di vita, di emancipazione, di ricerca della felicità:. “Il futuro è una parola magica”.
    Non sfuggono gli accenni a episodi chiave del film (le fughe nel canneto, “l’arte di strillare all’occorrenza”, la passione per lo spettacolo…)
    Una vita semplice: una vita profondamente vissuta…

  2. Certamente la capacità di Robertucci di inquadrare storicamente i suoi lavori, di contestualizzarli, è sorprendente. Ha la capacità, non estranea a certa letteratura contemporanea, di fornire uno spaccato storico, culturale e di costume autentico nel quale calare poi la vita di un personaggio immaginato. Leggendolo mi tornano in mente le puntate ricche immagini di repertorio e di approfondimenti de “LA STORIA SIAMO NOI” di Giovanni Minoli!
    Quindi racconto ortodosso, corretto, giusto, nel quale tuttavia (ma è un parere assolutamente personale), manca un po’ l’invenzione.
    Mi spiego meglio: ciò che narra Robertucci (con la consueta perizia) è esattamente la storia della Cicconi che tutti noi avremmo potuto immaginare, con i giusti riferimenti e correttamente propedeutica al film.
    Ma è proprio su quel “correttamente” che finisce per appiattirsi il personaggio su ciò che già sappiamo dal film stesso. Manca secondo me l’invenzione che giustifichi la ricerca della sua storia precedente, lo straordinario che dia senso e sostanza alla comprensione dell’ordinario!
    Abbiamo iscritto nell’antefatto Maddalena in un giusto contesto storico, ma il racconto dov’è?
    Robertucci ti adoro, mi piace molto ciò che scrivi; non è una critica la mia ma l’esigenza di una diversa sensibilità che nel racconto è sempre alla ricerca del nuovo, del sorprendente, del magico!

  3. Caro Ciavatta,
    hai sicuramente ragione. Il fatto è che io sono eccezionalmente prestata alla narrativa per via dell’irruzione del blog nella mia vita: cosa che ha costituito piacevole motivo di divertimento e di nuova esperienza. Ma la mia scrittura è abituata ad altri fronti, sostanzialmente saggistici: cerco di riconnettere fatti, cose, persone e punti di vista, di ricostruire contesti, di tracciare scenari, in un’etnografia che spesso diventa quasi istruttoria. E dunque non mi riesce facile inventare: molto di ciò che ho scritto nei nostri racconti collettivi sul blog costituisce in effetti elaborazione di esperienze dirette o comunque di specifiche conoscenze settoriali. Devo anche aggiungere che questa volta il nostro racconto mi è sembrato molto facile inizialmente e invece poi meno facile in corso d’opera, forse proprio per il realismo del film che mi ha condizionata su una narrazione omeopaticamente scontata. In ogni caso ti ringrazio molto delle tue osservazioni attente e pertinenti, che considero un contributo di qualità e che restituiscono il senso delle nostre scritture a più mani.

  4. Uno per tutti. Più che un commento alla abilità descrittiva o alla capacità drammatica, ironica o comica dei singoli partecipanti il mio vuole essere un commento all’operazione.
    Un compito che ci era apparso a tutta prima così ostico da creare mugugni, insubordinazioni e tentativi di affossamento ha finito con l’essere, poi, così stimolante e proficuo da aver suscitato doppioni di racconti, ma, soprattutto, ci ha spinti a superare il mero compito di immaginare e descrivere una vita,\ aprendo la strada a un surplus di inventiva che ha permesso incontri impossibili, preti ubriaconi, immedesimazioni impertinenti, rivisitazioni storiche, approcci non banali.
    Diciamo che è stata toccata quasi unanimamente una dimensione surreale assente in altre prove e che, per i miei gusti, rappresenta un salto di qualità.
    Ma che bravi che siamo, dai!
    Forza con la prossima prova! (!?!?!?)
    Dicky

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