Racconto multiplo – Prima dell’inizio: 6) Hedrok – Nata libera

Leggendo un libro o guardando un film vi siete mai chiesti quale è stata la vita di questo o quel personaggio prima che, appunto, vivesse il suo ruolo secondo la fantasia del suo autore? A noi è sembrato una sfida divertente e interessante provare a rispondere a questa domanda. Il personaggio scelto è Maddalena Cicconi dal film “Bellissima”, personaggio reso immortale dall’interpretazione di Anna Magnani per la regia di Visconti.

23 marzo 1944, ore 19,00
Era l’ora del tramonto. Dalla finestra della cucina Maddalena poteva vedere le prime ombre addensarsi, giù in basso, nel grande cortile interno mentre dalla finestra della camera entrava ancora la luce del sole riflessa dalla placida corrente del Tevere.
Spartaco era appena rientrato, l’aveva baciata a lungo.
“Stasera non uscirò di casa, avremo una notte tutta per noi… Come sta il pupo?” aveva aggiunto carezzandole la pancia ormai ben visibile sotto il grembiulone.
“Non ci provare, lo sai che è una femminuccia… E ha preso da te: si muove sempre e non dice mai niente.”
Era ormai un vecchio gioco fra di loro: Maddalena sapeva benissimo cosa faceva Spartaco quando usciva di notte e rientrava dopo ore, a volte a mattino inoltrato. Una volta era arrivato con la manica della camicia strappata e bruciacchiata e un lungo sfregio sanguinante sul braccio. “Sono caduto con la bicicletta” aveva detto Spartaco, e lei stringendo i denti per bloccare l’urlo che le premeva dentro: “Qualche bicchiere di troppo con gli amici, stanotte.”
Spartaco non parlava mai delle sue uscite notturne e Maddalena non raccontava mai delle sue notti insonni in attesa del ritorno, gli occhi spalancati nel buio, le orecchie tese a riconoscere i suoi passi per le scale, il lieve cigolio della porta che si apriva (anche questa volta è tornato, è tornato…).
Spartaco si spogliava al buio, entrava nel letto accanto a Maddalena che fingeva di dormire e nel buio, sotto la coperta, le loro mani si incontravano come per caso.
L’attività notturna di Spartaco era cominciata nel settembre dell’anno precedente, proprio quando Maddalena si era accorta di essere incinta.
Maddalena usciva poco di casa, ma le notizie giravano di bocca in bocca, da quartiere in quartiere: da quel settembre i tedeschi da poco amati alleati erano diventati nemici, si raccontava di rastrellamenti e di deportazioni in massa. Si sussurrava a voce bassa e sempre fra persone fidate che gli americani erano sbarcati al sud e presto sarebbero arrivati a Roma, che i tedeschi erano in fuga e al nord i partigiani scendevano dalle montagne e liberavano le città.
Anche a Roma gruppi di uomini armati avevano cominciato ad attaccare i tedeschi colpendo con azioni improvvise sia i militari tedeschi che i fascisti della milizia e della Guardia nazionale.
Maddalena sapeva che il suo Spartaco era uno di loro.

7 luglio 1935
“A Maddale’, mo che c’hai quinnicianni te devi da decide, sei granne abbastanza, no?” Alberto, seduto accanto a lei, la stuzzicava con un rametto. Spartaco, sdraiato un po’ più in là, fingeva di dormire.
Un bel sole estivo in un cielo senza nuvole riscaldava il greto del Tevere; il fiume scorreva lento sciacquettando lungo la riva. Alle loro spalle gli archi semidistrutti e le rovine dell’Emporium, il luogo quasi segreto dove i tre amici, fin da bambini, amavano giocare, litigare e fantasticare.
Quella estate Maddalena all’improvviso era sbocciata come una di quelle rose che la sora Lella, la portinaia, coltivava amorosamente nell’aiuola al centro del cortile. Come per magia la ragazzetta magra e spigolosa che si azzuffava e correva con gli amici si era trasformata in una giovane donna dalle forme generose e un luccichio di malizia nei grandi occhi neri.
“Me devo decide de che?”
“Ce lo sai, de che.”
“Io nun so proprio gnente”
“Te piace gioca’, eh? M’hai capito benissimo: noi semo tre e dovemo da esse due!”
“Mo’ che fai? Dai i numeri?”
“Albé, falla finita” disse Spartaco, sempre a occhi chiusi.
“A Spartaco, datte ‘na mossa. Sta cosa interessa puro a te, o me sbajo?”
Spartaco borbottò quasi fra sé: “So’ cazzi miei.”
Un lieve soffio di vento agitò le foglie della quercia che protendeva i suoi rami sull’acqua, quasi a cercare un po’ di fresco. Poco lontano si udì il verso di un chiurlo.
“Allora? Me la raccontate anche a me ‘sta storia?” li provocò Maddalena “me parete du’ scimuniti in cerca di guai..”
“A Maddale’, er guaio sei te, l’hai capito?”
“Ah, se er guaio so’ io, me ne posso pure da anna’.”
“E va be’, se proprio continui a fa’ la finta tonta, allora te lo dico io papale papale. Maddale’, io e Spartaco semo innamorati de te e siccome semo amici e nun volemo leticà, tocca a te de decide, così a chi tocca tocca e l’altro nun se ‘ngrugna. Hai capito adesso?”
Maddalena socchiuse gli occhi e si stirò tutta come un gatto. Guardò a lungo Alberto e poi Spartaco, che adesso aveva aperto gli occhi e si era girato su un fianco verso di lei.
“E ce voleva tanto a di’ sta fregnaccia? E quanno l’avete fatta sta bella pensata, stanotte? O er sole v’ha rincitrulliti?”
Alberto e Spartaco la fissarono a bocca aperta, quasi spaventati.
“Ma che fai, te sei ‘ncazzata?” biascicò Alberto.
“E me so’ ‘ncazzata sì, che me so’ ‘ncazzata! E io? Io nun conto gnente? Che v’aspettate che ve aringrazio pe’ l’onore che me fate? Il monno è pieno de ommini belli, ricchi e ‘ntelligenti e io dovrei sceglie solo fra du’ saltafossi come voi?”
“ A Maddale’, e mo me so incazzato puro io! Voi sapé perché devi seceglie fra noi due? Intanto perché io e Spartaco semo i mejo fichi der bigonzo e poi…”
“…e poi” intervenne Spartaco “perché se te metti con un altro noi je rompemo l’ossa uno per uno, anche quelli piccoli, e te le portamo in un sacchetto davanti alla porta!”
“ Proprio così, bravo Spartaco. E adesso io me vado a fa’ er bagno, così me se sbolle l’incazzatura!”
“Sta attento che er Tevere è un boiaccia e te nun sai manco notà…”
“E a te che te ne frega? C’hai tutti l’ommini der monno…”
Alberto prese una breve rincorsa, saltò nel fiume e cominciò a sguazzare vicino alla riva.
“Spartaco, dije quarcosa te che quello è tutto matto.”
“E’ matto ma nun è scemo… Se sta a riva cor culo a mollo nun c’è pericolo.”
Proprio in quel momento Alberto si rizzò in piedi e comincò a allontanarsi dalla riva. Dopo qualche passo scomparve improvvisamente sott’acqua, emerse per un attimo con la faccia stralunata e scomparve di nuovo.
“Madonna, è caduto in una buca!”
Senza una parola, Spartaco era scattato in piedi, si era avventato in acqua e con poche rapide bracciate aveva raggiunto il punto in cui era scomparso Alberto. Si tuffò sott’acqua, riemerse, si tuffò ancora. Maddalena, pallida e sconvolta, si torceva le mani mormorando qualcosa che non si capiva se fosse una preghiera o una serie di imprecazioni.
Poi finalmente Spartaco riemerse tenendo Alberto per i capelli con la testa fuori dall’acqua. Lo trascinò a riva, lo lasciò cadere a terra a corpo morto, prese a spingere sulla pancia con tutte e due le mani finché Alberto non sputò una gran boccata d’acqua e cominciò a agitare le braccia.
Maddalena gli si inginocchiò accanto. Poi, improvvisamente, lo baciò piano sulle labbra, si tirò indietro e con tutta la forza gli diede due schiaffoni in faccia. Lo guardò appena, poi si alzò in piedi e corse via.
Alberto si rialzò un po’ barcollante. Spartaco lo guardava immobile.
“Hai finito de fa’ er buffone? Stai bene?”
“Sì, sì, sto bene. Però me so’ cacato sotto… si nun era pe’ te… Ma che c’hai? Perché me guardi così?”
“Lei t’ha baciato”
“Sì, e m’ha puro pijato a schiaffi”
“Lei t’ha baciato”
Spartaco fece un passo avanti e lo colpì al viso con un pugno. Poi, senza parlare, si allontanò a gran passi.
Alberto rimase a terra guardandolo andare via, gli occhi stupefatti, poi si asciugò con la mano un rivoletto di sangue che gli colava dal labbro spaccato.

23 marzo 1944, ore 20,30
Riassettata la cucina, Maddalena si lasciò cadere su una sedia con un sospiro di soddisfazione. Spartaco, accanto a lei, era immerso come al solito nella lettura di uno di quei libri che teneva accuratamente nascosti nel falso fondo dell’armadio a muro nel corridoio. Maddalena aveva provato a leggerne uno, ma non ci aveva capito niente e dopo poche pagine lo aveva lasciato. Parlava di catene, di proletariato, di sfruttamento, di rivoluzione… tante parole per dire una verità semplice che Maddalena conosceva per istinto: ognuno doveva avere il diritto di vivere la propria vita a modo suo e di cercare di essere felice come poteva. E per Maddalena la felicità erano quelle due stanze e il cucinino al quarto piano di un palazzone di periferia, il suo Spartaco che l’amava e la proteggeva, quella creaturina che si muoveva nella sua pancia come se fosse ansiosa di uscire alla luce. Sapeva benissimo che il mondo fuori da quelle mura era pieno di orrori: la guerra, i bombardamenti, le tessere che non bastavano mai, la minaccia continua dei tedeschi e delle squadracce fasciste che spadroneggiavano nelle strade. Ma tutto questo sarebbe passato e la sua piccola felicità sarebbe rimasta.
Maddalena fece un mezzo sorriso ricordando i suoi sogni di bambina: voleva essere bella, voleva essere ricca, voleva diventare un’artista del cinema o una grande cantante, girare il mondo, avere tanti bellissimi vestiti e tanti ammiratori… Poi i suoi occhi si rannuvolarono, strinse le labbra e fece un gesto con la mano come a scacciare un ricordo che ora l’aveva colta quasi a tradimento. Gli anni passati con Alberto, la felicità dei primi tempi, i primi dubbi, poi la certezza che l’uomo di cui si era creduta innamorata si era trasformato, in breve tempo, dal ragazzo sempre allegro, pronto alla battuta e allo scherzo, in un uomo ombroso, intollerante, violento. La fine venne rapidamente quando Alberto, dapprima tiepido sostenitore del regime fascista, era diventato un fanatico attivista, si era arruolato nella milizia cittadina. Maddalena aveva scoperto con orrore che la sua principale attività era quella di denunciare ai tedeschi chiunque, anche fra i suoi amici, si fosse permesso anche la minima critica al regime. E quella orribile divisa nera che non si toglieva mai di indosso. Dopo una violenta scenata Maddalena era scappata di casa. Lui l’aveva inseguita per le scale, l’aveva raggiunta nel cortile, l’aveva strattonata urlando e bestemmiando. Le vecchiette che stavano come ogni sera prendendo il fresco nel cortile all’ombra delle due grandi querce che erano il vanto del palazzo assistevano terrorizzate. Sola la sora Lella, la portinaia, aveva provato a intervenire colpendolo con la scopa di saggina che portava sempre con sé. Alberto con un manrovescio l’aveva sbattuta per terra. Improvvisamente era arrivato Spartaco, di ritorno dal lavoro. Senza dire un parola si era precipitato verso l’energumeno, l’aveva afferrato per i risvolti della giacca e senza alcuno sforzo l’aveva allontanato da Maddalena. Alberto aveva estratto la pistola ma Spartaco, più svelto, gliela aveva fatta cadere con un calcio. Poi l’aveva sollevato da terra e, faccia a faccia, gli aveva detto con tono tranquillo, senza alzare la voce: “Se fai tanto de toccà Maddalena co’ ‘n dito, io prima te spacco quella faccia da cazzo che t’aritrovi e poi t’ammazzo”. Alberto era diventato pallido pallido, si era svincolato e se ne era andato senza dire una parola.
Spartaco si era avvicinato a Maddalena “Vieni co’ me, te porto a casa da mi’ madre”
Maddalena l’aveva seguito senza parlare.
Il giorno dopo le cose di Maddalena erano comparse a casa della madre di Spartaco, e lei lì era rimasta. Alberto non si era più visto, come se fosse scomparso dal quartiere.
Presto la riconoscenza di Maddalena e i ricordi della loro amicizia da ragazzi si erano trasformati in amore. E ora il frutto di questo amore continuava a darle calcetti nella pancia. Maddalena, felice, sorrise scacciando i brutti ricordi.
Dalla finestra aperta entrava il profumo della primavera. Le prime stelle già apparivano nel cielo che si andava oscurando di minuto in minuto. Molte finestre erano ancora aperte e illuminate, nonostante l’obbligo di oscuramento. Si sentiva qualche voce scambiarsi la buonanotte. Qualcuno cantava piano nell’oscurità.
Poi un rombo di motori sempre più vicino ruppe brutalmente la quiete della sera.

24 marzo 1944, ore 2,00
Spartaco si guardò attorno come a cercare una impossibile via di fuga. Erano forse in duecento ammassati in quel sotterraneo illuminato a giorno da grandi fari appesi al soffitto. Lungo la parete nella quale si aprivano due porte erano schierati, spalle al muro, una ventina di militi nelle loro funeree divise nere, col mitra imbracciato. Da un lato su una specie di piedistallo un uomo in borghese, seduto a un tavolo con dei fogli davanti. Vicino a lui tre ufficiali della milizia. L’uomo in borghese scorreva la lista di nomi che aveva di fronte e ogni tanto ne contrassegnava uno con una crocetta, a volte dopo un rapido scambio di parole con uno dei tre ufficiali.
Gli uomini in attesa, in piedi da molte ore, ognuno racchiuso in se stesso, evitavano di guardarsi. Alcuni si coprivano la faccia con le mani, forse per non essere riconosciuti o forse per paura di riconoscere un amico, un parente, un compagno di lavoro o di lotta.
Spartaco, appoggiato a una parete, continuava a rivivere come in un incubo ricorrente le ultime ore di quella giornata. Sentiva di nuovo il frastuono delle moto che irrompevano nel cortile saettando con i fari i muri delle case, i portoni, gli alberi, le panchine, le biciclette legate ai paletti. Sentiva i passi pesanti salire di corsa le scale, i colpi violenti alla porta, l’irruzione dei militi con i mitra spianati nella sua casa, nella sua casa, nella sua casa… E l’incubo proseguiva. Sentiva di nuovo il grido strozzato di Maddalena, il rumore della sedia che aveva rovesciato balzando in piedi, la stretta di mani pesanti sulle sue braccia… e poi la faccia grifagna di Alberto “Stavolta l’avete fatta grossa, porci di comunisti” aveva sibilato “ e la pagherete cara…”
“Spartaco non ha fatto niente, niente!” aveva gridato Maddalena. “Davvero? Dov’era oggi alle quattro? Faceva il turista alla Fontana di Trevi?” “Era qui, a casa, con me!”
“Lo vedremo, lo vedremo… e intanto ce lo portiamo via con gli altri maiali” “Sei tu un maiale, sei una bestia, un verme schifoso…sei un boiaccia!” Maddalena gli aveva sputato addosso, Alberto le aveva aveva dato uno spintone facendola ricadere sulla sedia. A quel punto lui, Spartaco, si era liberato con uno strattone, aveva colpito con un pugno uno dei militi, si era avventato su Alberto prendendolo per il collo. L’altro milite l’aveva colpito in testa con il calcio del mitra. Da quel punto i ricordi si facevano incerti, confusi, Lo avevano trascinato giù per le scale, lo avevano sbattuto su una camionetta insieme a altra gente. Forse aveva sentito Maddalena urlare “Spartaco! Spartaco!” o forse se lo era immaginato. Poi la lunga corsa per le strade deserte e buie, la brusca frenata. L’avevano fatto scendere dalla camionetta, L’avevano fatto salire e scendere delle scale un po’ sostenendolo, un po’ trascinandolo.
Quando aveva riacquistato un po’ di lucidità si era ritrovato in quello stanzone gremito di persone. Ora un solo pensiero lo tormentava, Maddalena, Maddalena e il pupo… Maddalena…
Sentì un tocco leggero sulla spalla, poi una voce sussurrante: “Non parlare, non alzare gli occhi, vieni con me.” “Chi sei? Che vuoi?” “Tranquillo, ti porto fuori di qui. Sono Alberto”
Ancora stordito Spartaco seguì Alberto che si apriva la strada attraverso la folla. Arrivarono alla porta più vicina. Il milite di guardia alzò il mitra, poi, riconoscendo la divisa, lo abbassò di nuovo. Alberto alzò la mano nel saluto. “Camerata, porto via il prigioniero. Il questore lo vuole interrogare personalmente.”
“Agli ordini. Hai bisogno di aiuto?”
“Mi basta questa…” sghignazzò Alberto, e mostrò la pistola che teneva in mano.
Il milite si fece da parte. Uscirono.
Alberto procedeva rapido per una serie di corridoi scarsamente illuminati, Spartaco lo seguiva e sembrava non rendersi conto di quello che stavano facendo. “Ma dove siamo?” chiese sottovoce.
“Nei sotterranei del Viminale, ma non parlare, potrebbero ancora sentirci”. Continuarono a inoltrarsi in quel dedalo di corridoi. Alberto si muoveva con la sicurezza di chi conosce bene il percorso. Giunsero finalmente in una stanzetta quadrata: nella parete di fronte una porticina rinforzata da grosse sbarre di ferro e chiusa con due robusti catenacci. “Da lì si esce” disse Alberto. “Già – pensò Spartaco – ma per entrare dove?” Sorrise e sussurrando chiese a se stesso: “La Signora o la tigre?” Poi si girò verso Alberto e lo guardò fisso negli occhi. “Perché?”
“Perché ti porto fuori, vuoi dire? Perché… non lo so… Sai che sta succedendo, là dietro? Questa non è la solita retata… Oggi i tuoi compari hanno fatto un attentato, un fatto grosso con un sacco di morti. I tedeschi hanno ordinato di rastrellare centinaia di persone sospette, comunisti, ebrei, delinquenti comuni. Faranno quello che chiamano una rappresaglia: dieci italiani per ogni tedesco ucciso. E’ una legge di guerra, hanno detto. Quando ti sono venuto a prendere non sapevo che… era una condanna a morte…”
Mentre parlava Alberto fece scorrere i catenacci e aprì la porta. Fuori il buio della notte profumava di libertà.
“Vieni con me, Alberto, vieni con me. Butta via quello straccio di divisa e torna a essere un uomo libero…”
Alberto scosse la testa. “E’ troppo tardi, ormai. Lo so bene che la guerra è finita e noi l’abbiamo persa… Ho fatto un sacco di fregnacce in vita mia, per una volta voglio mantenere un impegno… anche se so che ormai non significa niente.”
“Allora addio, Alberto. Grazie” Una rapida stretta di mano, poi Spartaco scivolò oltre la porticina si guardò intorno fiutando l’aria dolce del giardino.
“Spartaco! Diglielo a Maddalena, diglielo che io non so’ ‘n boiaccia…”
Ma Spartaco era già sparito nell’ombra protettrice della notte.

5 giugno 1944
Le strade, le piazze, i giardini di Roma erano piene di gente, di voci, di canti, di colori, di bandiere. I tedeschi erano in fuga verso il nord. I fascisti si erano rintanati in tutti i possibili nascondigli tentando disperatamente di far diventare bianche le loro camicie nere. Le truppe americane del generale Clark erano finalmente arrivate a Roma e non avevano trovato nemici ma solo l’entusiasmo e la festa della città.
Al quarto piano di una delle scale del palazzone popolare di via Ferraris, a Testaccio, si svolgeva intanto un’altra festa, più intima e privata. C’erano le mamme di Maddalena e Spartaco, la signora Giovanna del terzo piano (il gazzettino del palazzo), altre amiche e vicine e naturalmente la sora Lella con la sua immancabile scopa di saggina. E al centro di tutto c’era lei, Maddalena, pallida e raggiante, ricoperta dal lenzuolo ricamato delle nascite e delle prime notti della mamma, della nonna e forse anche di spose più antiche. E in braccio a Maddalena una pupattola rosea e lucente come una porcellana, la regina della festa.
Risate, battutine scherzose, complimenti e qualche lacrima di commozione Solo Maddalena restava silenziosa. “Spartaco… dove sarà Spartaco?”
Ma alla festa non poteva mancare il lieto fine. La porta si aprì di scatto, la gente si sparpagliò lasciando libero il passo a Spartaco, scarmigliato, tutto ricoperto di polvere, le scarpe infangate, col fiato grosso per aver fatto le scale tutte di corsa, ma vivo, felice, vittorioso. Si precipitò a abbracciare insieme Maddalena e la bambina, lasciando tracce di sporco sull’immacolato e venerando lenzuolo. Poi sollevò la piccola, una cosina minuscola fra le sue grandi, forti mani. “La mia bambina! La nostra bambina!” La guardò come si guarda un miracolo. “Piccola mia, sei nata libera!” “Non è bella?” disse Maddalena ridendo e piangendo insieme. “Bella? E’ bella sì! Anzi, è bellissima!”

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3 risposte a “Racconto multiplo – Prima dell’inizio: 6) Hedrok – Nata libera

  1. Bingo! Il deus ex machina del nostro blog questa volta si è superato, restituendoci una storia, un “prequel” come direbbero i cinematografari, perfetta sintesi tra ambientazione storica e invenzione letteraria.
    Hedrok, vista anche l’estensione, mi pare che tu sia pronto per un libro!
    Provo ad immaginare il clima che si respira a casa Ialongo/D’Erme (oppure D’Erme/Ialongo. Come preferiscono i suddetti!), due autori gagliardi che si confrontano sullo stesso tema, occupando il medesimo spazio (certo… non esattamente una monocamera!
    “Cara, ti è venuto in mente qualcosa sulla storia della Cicconi?” chiede lui con sguardo indagatore, cercando di intuire quali sommovimenti si agitano nella mente della moglie.
    “No… nulla di interessante, niente che valga la pena di raccontare” risponde lei, mentre attenta e circospetta, spia da dietro le spalle il lavoro del marito seduto davanti al computer.
    Insomma, un insolito caso di spionaggio letterario di tipo matrimoniale!
    Hedrok, scherzi a parte, un lavoro così articolato merita una riflessione più seria, cosa alla quale mi applicherò dopo una seconda lettura del manoscritto.
    Comunque un’opera “paccuta” degna di un ottimo narratore!

  2. Caro Hedrok, ho riletto con piacere il tuo racconto e l’ho percepito ancora più giusto! Sembra un’appendice de “La Storia” della Morante!
    Ho trovato interessante l’utilizzo dei differenti piani temporali in una sorta di riavvolgimento cronologico degli eventi (flashback) molto efficace; appropriata la circostanza dell’attentato di via Rasella e la conseguente preparazione della rappresaglia tedesca (consumatasi poi con l’eccidio delle Fosse Ardeatine), come teatro della riconciliazione tra i due ex-amici/nemici, ottimo espediente letterario per dare una chiusa alla loro “storia-collaterale”, così come la nascita della bambina nel finale, lo è dell’intero racconto.
    Insomma un’opera ben orchestrata descritta con grande sensibilità!
    Ciò che non capisco è perché non sia stata commentata adeguatamente…
    La Magnani, nel sequel della Liuti, diversamente dagli schiaffoni comminati ar Ciavatta, avrebbe dovuto tributare a questo Hedrok “un’energica somministrazione” di baci & abbracci!

  3. Uno per tutti. Più che un commento alla abilità descrittiva o alla capacità drammatica, ironica o comica dei singoli partecipanti il mio vuole essere un commento all’operazione.
    Un compito che ci era apparso a tutta prima così ostico da creare mugugni, insubordinazioni e tentativi di affossamento ha finito con l’essere, poi, così stimolante e proficuo da aver suscitato doppioni di racconti, ma, soprattutto, ci ha spinti a superare il mero compito di immaginare e descrivere una vita,\ aprendo la strada a un surplus di inventiva che ha permesso incontri impossibili, preti ubriaconi, immedesimazioni impertinenti, rivisitazioni storiche, approcci non banali.
    Diciamo che è stata toccata quasi unanimamente una dimensione surreale assente in altre prove e che, per i miei gusti, rappresenta un salto di qualità.
    Ma che bravi che siamo, dai!
    Forza con la prossima prova! (!?!?!?)
    Dicky

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