Mamma Oca – La vera storia di Miss Marple

Quella sciocca di mia sorella Agatha ha preso sul serio la mia sfida. Avrebbe dovuto tener conto che a scuola i suoi temi erano del tutto privi di fantasia, una serie di banalità tenute insieme da una piattissima scrittura. Adesso, è tutta affaccendata nella stesura di un libro giallo. Poiché siamo in guerra, si è messa a disposizione dell’esercito, che le ha assegnato il ruolo di infermiera in un ospedale militare, ma i suoi pazienti si lamentano perché il più delle volte gli cambia le fasciature con le dita nere d’inchiostro. Ieri mi ha spalancato l’armadietto dei veleni di cui è responsabile, ha tirato fuori una bottiglietta con un liquido incolore e ha esclamato giuliva: “Si chiama cloralio, uno dei veleni più potenti. Ed è anche indicato per commettere il delitto perfetto. Peccato che non abbia ancora idee per la trama, ma di sicuro ci sarà qualcuno avvelenato col cloralio. I sintomi sono gli stessi dell’infarto, ci vorrà un detective super dotato per scoprirlo. Cara sorella, sono sicura che vincerò la scommessa”.
In quel momento l’hanno chiamata per un’emergenza e io, rimasta sola, lestamente ho versato un po’ di cloralio in una boccettina che tenevo nella borsa: avevo una persona o due da eliminare. Quando Agatha rientrò nell’ambulatorio, seguita dalla capo infermiera, questa si accorse dell’armadietto aperto e cominciò a strillare: “Come hai potuto lasciare l’armadietto dei veleni aperto, alla mercé di un’estranea”.
“Veramente è mia sorella”, balbettò Agatha.
“In questo caso…”, disse rabbonita la capo infermiera: “Però non farlo più”.
In capo ad una settimana, il mio futuro suocero, la sua governante, il mio futuro cognato erede del titolo e del patrimonio e qualche altra persona che mi stava sui nervi, finirono tutti nella pagina dei necrologi del Times, senza che nessuno mettesse in dubbio la loro morte naturale. Solo che il mio fidanzato si affrettò a rompere il fidanzamento, dicendo che non sapeva più che farsene d’una brava ragazza di buona famiglia: adesso che aveva il titolo, il patrimonio e il padre non poteva più impedirglielo, aveva deciso di sposare una cancaneuse delle Folies Bergère. Fortuna per lui, avevo finito il cloralio.
Fu un brutto colpo, anche perché avevo oramai ventotto anni, un’età in cui a qui tempi le ragazze cominciavano a esser chiamate zitelle. E poiché ero maggiore di otto anni di mia sorella Agatha e non avevamo più i genitori, tutti ritenevano naturale che le facessi da chaperon, come una vecchia zia.
Agatha fu molto cara in quella circostanza: mi portò al cinema, a teatro, a ballare, a pranzo nei migliori ristoranti di Londra. Lei, al contrario di me, è molto ricca: suo padre, che non era il mio, le ha lasciato un ingente patrimonio. Alla fine di uno di quei pranzi, in cui Agatha aveva insistito a pasteggiare a champagne, le feci notare le curiose circostanze di tutti quei decessi, avvenuti di recente, di persone più o meno legate tra di loro. Agatha si mostrò molto interessata, volle che le raccontassi tutti i particolari di cui avevano abbondantemente riportato i giornali, ma senza trovarci un collegamento: lei, i giornali non li legge mai.
Per qualche mese non ebbi più occasione di vedere Agatha. Ci sentivamo per telefono, diceva che praticamente non si muoveva più dall’ospedale tanto le davano da fare i feriti che arrivavano dal fronte.
Finalmente arrivò la pace e Agatha mi invitò nel solito lussuoso ristorante. Era più elegante che mai, ma nel suo abbigliamento stonava una borsa un po’ troppo grande per l’ambiente e la circostanza, tanto più che da qualche tempo erano di gran moda minuscole borsettine di maglia d’argento. Aveva un’aria un po’ misteriosa e sembrava desiderosa che il pranzo finisse prima del solito. Quando finalmente fu servito il caffè, Agatha estrasse lentamente dalla borsa un libro, dicendo: “Paga pegno: questo è il mio primo romanzo giallo”. Il suo nome era stampato a grandi caratteri sulla in copertina, il titolo era: “Poirot a Styles Court”.
“Non ti preoccupare se non hai i soldi per onorare la scommessa. Anzi, dovrei essere io a ricompensarti: l’ultima volta che abbiamo pranzato qui, mi hai raccontato una deliziosa storia di delitti. Quando leggerai il libro, scoprirai che me ne sono servita”
“Allora la cifra che mi devi sarà del 50 per cento. Quei delitti li ho commessi tutti io. Vedi, il caro Archibald voleva tanto diventare duca e io l’ho accontentato, ma tu sai com’è andata a finire. Non ti eri accorta che dalla boccetta del cloralio ne mancava almeno un dito?”.
Il viso di Agatha si era sbiancato, sembrava dovesse svenire da un momento all’altro. Premurosamente, le riempii il bicchiere di champagne.
“Coma hai potuto… come hai potuto…”, non faceva che balbettare.
“Con l’aiuto del tuo cloralio, è stato facilissimo”.
“Ma… la tua coscienza…”.
“Vuoi dire se ho dei rimorsi? Sinceramente, lo rifarei”.
Il libro ebbe un grande successo, fu ristampato più volte a grande richiesta.
Un giorno, con mio grande sorpresa, ricevetti una visita di Agatha, che non vedevo dal famoso pranzo: “Sai, il mio editore vuole un altro romanzo giallo. Mi chiedevo se tu, con la tua fantasia… sempre dividendoci i guadagni”.
“Io non ho fantasia. I delitti non riesco a immaginarli, li debbo proprio commettere”.
Agatha mi guardò esitante per un lungo momento, poi concluse: “Beh, se proprio non puoi farne a meno”.
Se ne andò, e io mi rimisi all’opera. Era tutto così facile, sono sempre stata una che passa inosservata, con mio grande disappunto fino a quel momento. Mi divertivo a creare situazioni favorevoli ai miei scopi, usavo metodi sempre diversi per confezionare le mie vittime (in questo sì che avevo immaginazione), e incaricavo il mio alter ego, il detective Poirot, di sbrogliare la matassa che io stessa avevo così bene ingarbugliata. Ad Agatha non rimaneva che battere a macchina le storie vere che le raccontavo. Aveva persino imparato a scrivere passabilmente.
Quando il ventesimo giallo vide la luce, col mio 50 per cento potevo ritenermi una donna ricca. Londra mi era venuta a noia; oltretutto, per procurare i soggetti a mia sorella, non potevo certo coltivare amicizie, mentre in campagna potevo coltivare rose, la mia passione. Sul Times trovai l’annuncio della vendita d’un villino liberty, con annesso giardino, in un villaggio che non avevo mai sentito nominare: St. Mary Mead. Le riproduzioni del villino mi piacquero, tanto che diedi incarico di acquistarlo. La prima volta che mi recai al villaggio per prendere possesso della casa, non conoscendo l’ambiente, per tastare il terreno mi travestii con alcuni vecchi abiti d’una zia campagnola rimasti in un baule in soffitta, compresa una cuffietta di pizzo e una capace borsa contenente un lavoro a maglia mai terminato. Un paio di occhialini pince-nez completavano l’abbigliamento, che non risultò affatto antiquato quando mi presentai a St. Mary Mead: quel villaggio sembrava essersi fermato cent’anni prima. Per prudenza, avevo cambiato anche nome: il nuovo era Miss Jane Marple. Mi diedi subito da fare in giardino, portando sempre con me un binocolo per fare, dicevo io, del birdwatching: in realtà, per studiare le persone e preparare nuovi soggetti per Agatha. Avevo anche adottato definitivamente quel travestimento che mi dava l’aria d’una innocua vecchietta, tanto più che ero diventata canuta.
Nessuno fece caso che, dopo il mio insediamento, nel villaggio si stava verificando una moria impressionante di gente: per prudenza, avevo lasciato passare un certo lasso di tempo prima di darne inizio. Quei delitti erano per tutti dei rompicapo, ma io con modestia, e senza smettere di sferruzzare, trovavo subito la soluzione. Avevo altresì sempre cura di scegliere un malcapitato come colpevole, ma erano sempre individui o antipaticissimi, o che avevano altri delitti sulla coscienza, oppure così stanchi di vivere che gli facevo un vero piacere a mandarli sulla forca.
Nel frattempo Agatha, secondo le statistiche, era diventata la scrittrice più letta nel mondo. Quando St. Mary Mead rimase con un terzo della popolazione, mia sorella pensò bene di farmi viaggiare in paesi esotici, dall’Egitto ai Caraibi, sempre in alberghi a cinque stelle. Quella sì che era vita!
A volte mi chiedo chi di noi due sorelle sia la più amorale.

Una risposta a “Mamma Oca – La vera storia di Miss Marple

  1. Delizioso! Proprio la Jane Marple che immaginavo…

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