Mamma Oca – Lorenzo e il tappezziere (una vicenda quasi dell’orrore)

Appoggiato alla soglia del suo negozio, Giancarlo guardava tristemente i passanti. Nessuno entrava più nel suo negozio di tappezziere. Le sue poltrone non erano più belle come un tempo. Anzi, non erano nemmeno più poltrone, ma sedie: sedie che lui metteva insieme con vecchi manici di scopa che andava recuperando dai cassonetti. Giancarlo non aveva più soldi per rifornirsi delle belle stoffe e dei materiali che un tempo rendevano così uniche le sue creazioni.
Un giorno, gli abitanti della strada si accorsero che Giancarlo non aveva alzato la saracinesca del suo negozio, e per molto tempo non lo videro più.
Trascorsero un’estate e un inverno e finalmente, una bella mattina di marzo, la saracinesca si alzò di nuovo e questa volta i passanti non poterono fare a meno di sostare a lungo davanti alle vetrine per ammirare le nuove poltrone di Giancarlo, che non assomigliavano a nessuna di quelle confezionate dai soliti tappezzieri. Oltre che per la perfezione della fattura e l’eleganza delle linee, di esse colpivano soprattutto certi particolari. I braccioli, per esempio, che si sarebbero potuti scambiare per braccia femminili tanto erano torniti nei punti giusti, e tutti terminavano con polsi sottilissimi e dita affusolate cariche di anelli.
Anche le gambe non assomigliavamo a quelle che normalmente vengono applicate alle poltrone: benché di legno, sembravano fatte di tessuti muscolari per quanto erano tese e nervose, con ginocchia arrotondate, polpacci sodi e caviglie sottili. Quando la poltrona era destinata ad ambienti di rappresentanza, Giancarlo rivestiva le gambe con calze velatissime, e ai piedi metteva scarpette di raso dai tacchi a spillo. Per i soggiorni rustici, invece, si serviva di gambe più robuste, ricoperte di calze di cotone e scarpe basse, mentre per le camere da letto creava poltroncine impantofolate.
Lorenzo era un noto architetto che aveva lo studio nel portone accanto al negozio di Giancarlo. Ogni volta che vi passava davanti, non poteva fare a meno di soffermarsi a lungo, impressionato dal realismo di quei braccioli e di quelle gambe: ogni volta si aspettava quasi che, da un momento all’altro, quei braccioli cominciassero a stiracchiarsi e le gambe ad alzarsi in piedi e camminare. Un giorno, però, rimase letteralmente senza fiato: i braccioli della nuova poltrona avevano gli stessi braccialetti e anelli di Annamaria, la sua segretaria, le calze che rivestivano le gambe della poltrona avevano la stessa tinta da lei preferita, così come le scarpe decolleté. In quel momento la segretaria dell’architetto era in viaggio di nozze: “E’ partita così in fretta che non mi ha dato il tempo di farle un regalo… e neanche mi ha comunicato il nome dello sposo. Sarà divertente farle avere una poltrona fatta a sua immagine e somiglianza”.
Lorenzo entrò nel negozio di Giancarlo, acquistò la potrona-segretaria e chiese che gli fosse recapitata nel vicino studio: “Così, quando Annamaria tornerà dal viaggio di nozze, avrà una sorpresa inaspettata”.
Qualche tempo dopo Lorenzo, che amava molto i gatti, vide per strada un micetto abbandonato, tutto pelle e ossa. Lo raccolse e lo portò in ufficio per sfamarlo, ma quello, impaurito, balzò sulla poltrona lacerando non solo la stoffa, ma anche il sottostante strato di gommapiuma. Grandissimo fu lo spavento di Lorenzo, ma non a causa del gatto: dopo il primo graffio, la poltrona si mise a urlare con voce umana, i braccioli presero ad agitarsi freneticamente, mentre le gambe si muovevano scomposte in ogni direzione: finalmente, dallo strappo schizzò fuori un’Annamaria terrorizzata e paurosamente dimagrita, che gli si avvinghiò al collo: tra i singhiozzi, prima di svenire, disse: “E’ stato quel mostro di Giancarlo. Ce ne sono tante altre come me da salvare. A tutte aveva promesso di sposarci”.
Furono avvisati i carabinieri, i quali arrestarono Giancarlo, dopo essersi fatti consegnare gli indirizzi presso i quali aveva recapitato le poltrone fatte di ragazze. Le trovarono ancora vive, anche se alquanto denutrite e in stato confusionale.
“Chiedo scusa a tutte – disse Giancarlo al processo – ma non avevo abbastanza soldi per procurarmi la materia prima, e nessuno voleva acquistare le mie sedie fatte con dei vecchi bastoni di scopa”. Era così sinceramente pentito, che le sue vittime fecero una colletta perché potesse rientrare al più presto in attività, ma questa volta servendosi di braccioli e gambe di legno. Era sempre molto bravo, ma non più così originale.

Una risposta a “Mamma Oca – Lorenzo e il tappezziere (una vicenda quasi dell’orrore)

  1. Orrore in punta di pialla, starei per dire.
    Brava, al solito, Mamma Oca, abile maestra del dettaglio e della fantasia.
    Tanto che il racconto non fa orrore

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...