Mamma Oca – Pipì (dal diario di una giovane tortorella)

Ho diversi lettori dei miei raccontini al mercato di via Sabotino (brevi manu, naturalmente), che me ne chiedono in continuazione. Diana – verdura fresca di giornata, colta dalle sue stesse mani – dopo aver letto la storia di Cirillino, mi ha raccontato quella di una tortora da lei salvata, naturalmente sottintendendo che ne avrei dovuto fare un raccontino. L’ho accontentata, ma a modo mio.

L’ultima cosa che ricordo, prima di cadere svenuta in mezzo a una strada di campagna, sono le parole di mio padre: “Sei troppo piccola per volare”, ma io non gli avevo dato ascolto.
Quando riaprii gli occhi, mi trovavo in un camerone vuoto, con tre ragazze che mi guardavano incuriosite e la loro madre che non finiva di ripetere: “Ho frenato appena in tempo, per poco non la schiacciavo”.
Mi nutrivano a turno, giusto con quel che ci vuole per una giovane tortorella. Capivo che era gente che di uccelli s’intendeva. Ero così contenta che, quando entrava qualcuno nel camerone, lo ringraziavo calorosamente nella sola lingua e con la sola parola che conosco: “Pipì, Pipì, Pipì”.
Come li apprezzai, quando anche loro cominciarono a rispondermi nella mia lingua. “Pipì… vieni a mangiare il tuo pastone, Pipì”. Credo fossero convinti che quello era il mio nome. Riconoscente e senza paura, gli volavo incontro – oramai me la cavavo discretamente – e mangiavo dalle loro mani.
Quando capirono che di volo oramai ero diventata esperta, mi portarono all’aperto. Io mi guardai bene dall’allontanarmi da quella brava gente, tant’è che rimasi a osservare le tre ragazze che, con la loro madre – che seppi chiamarsi Diana – entravano nel camerone con secchi, stracci e spazzoloni, uscendone dopo tre ore, stanche e sudate.
Mi resi conto presto che anche loro erano contente che fossi rimasta nei pressi. Non facevano che chiamarmi: “Pipì, Pipì”, e allora io accorrevo rispondendo “Pipì, Pipì”. Diana era fra tutte la mia preferita. Non solo mi aveva salvato la vita, ma era quella che mi dava i bocconcini più saporiti e, se passava mezza giornata senza vedermi, si affacciava sulla porta della cascina chiamandomi con voce preoccupata: “Pipì, Pipì, dove sei… fatti vedere…”.
Purtroppo, un giorno, imparai a conoscere il significato del mio nome nella lingua dei miei benefattori. Non fu una scoperta piacevole. Da quel momento, quando mi sentivo chiamare Pipì, ero molto mortificata.
Così non poteva andare avanti, dovevo assolutamente escogitare qualcosa. A forza di pensare, mi venne in mente che forse il gufo che dormicchiava tutto il giorno nelle vicinanza, e con cui avevo stretto amicizia in certe notti d’insonnia, avrebbe potuto darmi qualche consiglio. Andai da lui e gli esposi il problema che mi affliggeva.
“Il mio vocabolario non è molto esteso”, rispose lui, “però qualche lezioncina te la posso dare. Presentati vero mezzanotte, con qualche ragno o insetto per pagarmi le lezioni”.
Come sono difficili le lingue! Quante notti trascorsi insieme al gufo, sforzandomi di cavar fuori dal gozzo qualche parola che non fosse l’oramai esecrata pipì. Finalmente, riuscii a pronunciarne una correttamente, soltanto di poco diversa da pipì, ma a me bastava.
La mattina successiva, quando Diana uscì dal pollaio con un cesto colmo di uova, io le andai incontro e, dopo larghi giri, mi posai sulla sua spalla, aprii il becco e pronunciai: “Popò”.
Diana lasciò cadere il cesto con tutte le uova.

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